Operativa la riforma che depenalizza i reati “minori”. Niente carcere, solo multe e ammende

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leggeDi Luigi Crimella

Dopo oltre un anno dall’avvio del dibattito politico e parlamentare, da venerdì scorso è divenuta operativa la riforma dei reati “minori” o “bagatellari”, cioè considerati di lieve entità dal punto di vista penale: appunto delle “bagatelle”. La soddisfazione delle forze politiche, non di tutte a dire il vero, per questa novità, è dovuta sostanzialmente a una conseguenza: che

d’ora in poi i tribunali italiani saranno nei fatti meno ingolfati da piccole o piccolissime cause e si potranno così dedicare (finalmente) a smaltire il forte carico processuale accumulato negli anni e nei decenni.
Alcuni dei reati depenalizzati. Vediamo anzitutto di cosa si tratta: senza poterli citare tutti, perché sono alcune decine, vengono depenalizzati gli atti osceni in luogo pubblico, gli spettacoli osceni, la sottrazione patrimoniale semplice, l’appropriazione di cose smarrite o di cose avute per errore, l’abuso della credulità popolare (vendite forzate, imbonimento di persone sprovvedute), i mancati versamenti delle ritenute previdenziali, la falsificazione di scritture private con apposizione di firme false e di volontà insussistenti, l’uso di atti falsi o falsificati, l’emissione di assegni non autorizzati. E poi, il drammatico caso delle gestanti che decidono di interrompere la propria gravidanza, procurandosi un aborto volontario, però non sottoponendosi ai dettami della 194 (in pratica aborto clandestino): finora era considerato reato penale e da qui in poi diverrà comportamento illecito punito sul piano amministrativo e sanzionatorio. Ancora, escono dal “penale” tutta una serie di reati legati al contrabbando, l’impedito controllo da parte degli amministratori ai revisori contabili, la guida senza patente, il riciclaggio di denaro di provenienza illecita per omessa registrazione, la coltivazione di stupefacenti, la mancata trasmissione dei protesti in caso di fallimento. Ancora in ambito di diritto del lavoro e dell’economia, sono depenalizzate – solo per citarne alcune – le violazioni legate a discriminazioni all’accesso al lavoro, quelle di genere, retributive, per la carriera, per il pensionamento, in sede di tirocinio o formazione. Altri casi riguardano i contratti di appalto mascherati, la fornitura di documenti errati da parte di agenti di commercio, le azioni per ottenere tutela per malattia o maternità non spettanti, l’esercizio di agenzie di intermediazione non autorizzate. E così via.
Meglio “colpire il portafoglio” che attendere processi infiniti. La logica che ha mosso il governo a proporre questa riforma e poi a “portarla a casa” è stata che, traghettando molti di questi piccoli ex-reati a livello di illeciti o violazioni, non solo si alleggerisce il carico della giustizia, ma

si ottengono risultati più immediati: il “reo” viene colpito subito con una multa o ammenda, anche di entità piuttosto rilevante, senza dover attendere il terzo grado di giudizio come era prima.

Meglio “colpire il portafoglio” – si dice – “che gestire cause che possono durare anche dieci e più anni”. Ma sarà proprio così? La domanda si pone perché è vero che l’insieme di questi provvedimenti riguarda prevalentemente gli ex-reati puniti con pene inferiori ai 5 anni, per i quali di norma scattavano – pur in presenza di una condanna in giudicato – abbuoni, condoni, accorciamenti di pena e così, di fatto il mancato incarceramento per oltre il 90 per cento dei colpevoli. Però l’opinione pubblica oggi è quanto mai turbata dall’incremento che si registra proprio a livello di piccoli reati: in particolare i furti, le appropriazioni indebite, i borseggi, le micro-estorsioni, le minacce, le violenze private.

Una riforma da verificare nel medio termine. Il legislatore ha voluto in ogni caso procedere su questa linea, nella convinzione che, una volta a regime, la nuova disciplina entrerà nel sentire comune e si diffonderà il convincimento sul reale grado di pericolosità sociale dei reati depenalizzati, vista la portata effettivamente tenue che li contraddistingue. Tuttavia, come ricordava il presidente emerito della Corte Costituzionale, Cesare Mirabelli,

sarà bene che questa riforma sia posta sotto osservazione per un periodo congruo per verificare se l’intento che si prefigge sia raggiungibile, da un lato, e dall’altro se l’opinione pubblica si sentirà davvero più tutelata o viceversa abbandonata a una microcriminalità che potrebbe ringalluzzirsi, in quanto potrebbe vivere una sorta di senso di impunità per l’inesistenza del reato tramutato in “illecito”.

Lo stesso Mirabelli invocava da parte dello Stato di adottare, magari dopo un congruo periodo di verifica, una maggiore severità in caso di recidiva da parte dei soggetti: citava il detto popolare “La prima si perdona, la seconda si condona, la terza si bastona”. Qui sta il punto: in Italia si potrebbe arrivare a una severità tale da “bastonare”, cioè dissuadere i recidivi, visto che non avranno più lo spauracchio di finire dietro le sbarre?

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