“Io, omosessuale, in piazza per dire che di famiglia ce n’è una sola”

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PonteZenit, di Federico Cenci

Non una piazza contro qualcuno, ma una piazza a favore. Lo testimoniano le moltitudini di volti sprizzanti gioia, spesso di bambini, che hanno affollato il Circo Massimo fin da sabato mattina. Lo testimonia la voce di Giorgio Ponte, trentenne scrittore di romanzi, che non nasconde le sue tendenze omosessuali.

La sua è stata una delle presenze di spicco di questo riuscitissimo Family Day, seduto sul palco insieme ad altri ospiti dietro al relatore di turno. Intervistato da ZENIT, Ponte racconta i motivi che l’hanno spinto a partire da Milano, dove vive da anni sebbene sia originario di Palermo, per partecipare all’evento del Circo Massimo.

“Sono qui in rappresentanza di tutte le persone con tendenze omosessuali che non si ritrovano nelle istanze dei movimenti lgbt e, soprattutto, che non condividono il ddl Cirinnà”, afferma. Ce ne sono tanti di omosessuali a pensarla così. Ce n’erano molti insieme a lui al Family Day, ad esempio i francesi Jean-Pier Delaume-Myard, già portavoce del collettivo Homovox, voce degli omosessuali contrari a nozze e adozioni gay, e Clément Borioli, ai vertici della Manif Pour Tous d’oltralpe.

“Quello in cui non crediamo è l’idea che sia indifferente essere cresciuti da una coppia omosessuale rispetto che da una mamma e un papà” afferma. E ci tiene a precisare che questo pensiero, un antico patrimonio comune ad ogni cultura che oggi qualcuno prova a fugare, non è un clava da usare contro dei nemici.

“La presenza di persone omosessuali, siamo in tanti – conferma – ha proprio lo scopo di dimostrare che non siamo contro chi decide di condividere la sua vita con una persona del suo stesso sesso”. Perché – aggiunge – “nessuno si può permettere di entrare nelle scelte personali e nelle relazioni altrui”. C’è tuttavia una verità antropologica che bisogna affermare.

Una verità che tentano di calpestare coloro che  – dice Ponte – “in buona fede, sono stati abituati a pensare che il desiderio corrisponde al diritto”. C’è un messaggio che questo giovane romanziere intende rivolgere loro: “La nostra paternità o maternità può anche essere vissuta in un altro modo. Malgrado sia qualcosa che desideriamo ardentemente, dobbiamo accettare che non tutto ciò che desideriamo può essere consentito”.

Attinge a piene mani al Vangelo, Giorgio Ponte, quando spiega in che modo alternativo gli omosessuali possono vivere la maternità e la paternità, ossia “dando la vita per le persone che ci sono accanto”. Di persone, accanto a lui, ce ne sono molte. È un via vai di gente che gli si avvicina, con l’emozione che traspare dagli occhi, per stringergli la mano e per ringraziarlo della sua testimonianza.

C’è un clima disteso all’interno di questo antico anfiteatro. “Se si respirasse anche sensibilmente un’atmosfera di omofobia, io non sarei qui”, riflette Ponte. Che aggiunge: “Ho sempre detto di sentirmi più discriminato in quanto cattolico, che non omosessuale”.

Alcuni omosessuali, forse, lo vedono come un traditore della causa lgbt e per questo lo attaccano. “Da quando mi sono esposto – dice Ponte – ci sono state diverse persone che non si sono risparmiate in commenti negativi nei miei confronti: alcuni mi scrivono addolorati, come se si sentissero offesi dal fatto che sono cattolico e al contempo ho tendenze omosessuali”. La Rete è sovente ricettacolo di insulti vigliacchi. Lo scrittore confida di aver ricevuto “e-mail dai toni molto forti, talvolta anche piene di volgarità”.

Ma non solo. A Ponte sono arrivate anche attestazioni di solidarietà e di condivisione. Verso chi offende, Ponte prova un sentimento di misericordia. “Le persone che offendono di solito nascondono una sofferenza – spiega -. E quella sofferenza va ascoltata, nella verità, per fare in modo che anche chi è dall’altra parte, un giorno, possa arrivare a condividere quello che difendiamo”.

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