Il triste declino dell’Europa dei governi

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Di Mons. Vincenzo Bertolone

«Quando si avvicina uno straniero e noi lo confondiamo con un nostro fratello, poniamo fine a ogni conflitto. Ecco, questo è il momento in cui finisce la notte e comincia il giorno».

È probabile che non abbiano letto Paulo Coelho i ministri che in Svezia, col loro governo, hanno deciso di espellere e rimpatriare 80.000 stranieri. Lo hanno annunciato il 27 gennaio, nel giorno in cui 71 anni fa i soldati dell’Armata Rossa entravano nel campo di Auschwitz svelando al mondo l’orrore della Shoah. Lo hanno deciso proprio mentre nei mari dell’Egeo l’ennesima carretta del mare andava a sbattere sugli scogli, trascinando sui fondali 24 migranti, tra i quali 10 bambini. La decisione non ha quasi fatto notizia, confusa tra la volontà dell’Ungheria di alzare un muro ai confini con la Romania per sbarrare la strada ai profughi e quella della Macedonia che per lo stesso motivo chiude le frontiere con la Grecia, con la Danimarca che intanto vara norme per la confisca dei beni dei rifugiati, per ripagare così l’ospitalità loro concessa. Saranno forse azzardati i paragoni coi tempi bui del nazismo, ma di certo nessuno potrà negare il fallimento dell’Europa: l’Unione, che grazie a Schengen sottrae potere ai doganieri ed alle polizie locali, doveva essere qualcosa di più di un patto multilaterale con l’unico scopo di istituire una gigantesca piattaforma commerciale. Ma purtroppo a ciò si è ridotta, implodendo non sotto il peso dei migranti – nel 2015 ne sono arrivati un milione in un continente di 550 milioni di abitanti – bensì per l’ormai manifesta incapacità di affrontare, gestire e regolamentare un fenomeno – quello delle migrazioni – che in parte l’Europa stessa ha anche contribuito a creare, favorendo il ricorso alle armi in territori come l’Iraq, la Libia, la Siria.

Paradossalmente, è questa mancanza di governo vestita da governo che non argina, ma anzi alimenta discriminazioni e violenza, generando conflitti. Per dirla con Bauman, «la paura impulsiva stimolata dalla vista di persone aliene che porterebbero con sé imperscrutabili pericoli entra in competizione con l’impulso morale causato dalla vista della miseria umana». Parole che dipingono un quadro fosco in cui, fortunatamente, fiorisce il seme della speranza, piantato da chi non s’arrende. La solidarietà esiste e resiste. E germoglia non nell’Europa delle istituzioni, ma nella dimensione più concreta della quotidianità. Ne sono protagonisti i ragazzi che a Nizza distribuiscono pasti caldi aipasseurs scesi dalle montagne, gli studenti milanesi che alla stazione Centrale si alternano giorno e notte per dare informazioni ai migranti in transito, i loro coetanei greci che dalle coste dell’isola di Lesbo prendono il largo coi gommoni per recuperare i naufraghi scaraventati tra le onde dai mercanti d’uomini. E con essi tanti altri che, mentre i governi nazionali alzano bandiera bianca, fanno emergere dal basso sentimenti, valori, ideali e fatti concreti.

Muore l’Europa dei governi, nasce quella degli europei. E non è detto che sia un male, come ogni giorno che arriva dopo la notte.

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