“Strana… mente artista” a tu per tu con Gianluca Marinangeli

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Gianluca Gianluca2Di Carlo Gentili

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PROVINCIA – Dopo aver conseguito le lauree in “Economia e Commercio” e in “Scienze giuridiche” Gianluca Marinangeli si è dedicato al perfezionamento della formazione attoriale. Nel 2010 consegue il diploma in “Arti teatrali e dello spettacolo” sotto la guida di Ferdinando De Laurentis, per poi frequentare numerosi stages e workshop con artisti di fama internazionale quali Luis Cao, André Casaca, Giovanni Balzaretti, Michele Abbondanza e Duccio Bellugi Vannuccini del Théâtre du Soleil di Parigi.
Ha recitato in teatro con diverse compagnie teatrali e nel 2014 debutta al cinema in Italia e Svizzera con il lungometraggio “I Corsari” del quale è co-protagonista e Produttore esecutivo.
Il 14 dicembre 2015 ha fatto il suo debutto la web serie “IL TRITTICO” nel quale è attore e Direttore di produzione.
La suddetta diversificazione della formazione gli consente di lavorare in ambito artistico sia come attore che come produttore.

Gianluca chi è l’attore: “uno, nessuno centomila”?
Si recita con la stessa passione ed intensità con cui si vive, pertanto, l’attore deve sempre cercare la sincerità nella finzione per essere veramente credibile. Recitare non significa diventare qualcosa di diverso da se stesso, bensì trovare le somiglianze in quelle che sembrerebbero diversità tra se stesso e il personaggio in termini di osservazioni e di sentimenti, per poi buttarcisi dentro credendo fermamente di essere ciò che dice di essere, in ogni momento e in ogni scena. Per interpretate una parte, un attore deve attingere alla propria personalità e mettere in luce un aspetto piuttosto che un altro a seconda di quello che la sceneggiatura richiede. Un attore prende sempre qualcosa da se stesso ma non c’è comunque identificazione con il personaggio. Se è vero, infatti, che l’attore proietta parte della propria personalità nel personaggio, il protagonista rimane pur sempre quest’ultimo e non l’attore il quale deve assimilare l’essenza del carattere, diventare proprio quel personaggio finendo per eliminare qualsiasi linea di demarcazione tra realtà e finzione.
Io non ho un grande controllo intellettuale sulla mia recitazione, non mantengo un costante processo mentale e mi lascio guidare dal mio istinto. Credo che il principale linguaggio del teatro così come nei film siano le emozioni e se riesco a trasmettere le emozioni riuscirò a far vivere al pubblico ciò che provo io. Inoltre una delle cose che più mi diverte e attrae è la sfida di interpretare un personaggio completamente differente da come sono in realtà io.

Non credo che tutti gli attori siano artisti; come distinguere l’attore artista?
Concordo pienamente. Credo che esista una profonda distinzione. L’attore che si limita a svolgere il proprio compito in maniera superficiale legge la sceneggiatura o il copione in maniera oggettiva senza che il personaggio o gli eventi arrivino a stimolare la sua vita interiore; capisce la trama e la segue dall’esterno. L’attore artista legge la sceneggiatura o il copione in maniera soggettiva andando oltre la sceneggiatura scritta e gode dei propri sentimenti e della propria reazione agli eventi dell’opera. L’attore artista legge tra le righe delle battute e mediante la propria tecnica virtuosa diventa il personaggio, non fa il personaggio. L’attore artista, inoltre, esegue un viaggio emozionale fino ad arrivare a contribuire alla scrittura del copione in modo da determinare il sentimento generale che pervade il film o la pièce teatrale.

Se dovessi spiegare in poche righe il tuo pensiero artistico ad un ragazzino, cosa gli diresti?
Innanzitutto cercherei di far capire che il teatro è la forma più alta dell’espressione del corpo e del linguaggio. Con esso i ragazzi possono imparare a muoversi nello spazio, ad esternare le proprie emozioni, a dialogare e socializzare con gli altri, a prendere consapevolezza della propria persona e del proprio essere. Il teatro è il luogo dove il ragazzo come l’adulto, incontra se stesso e gli altri in un mondo nuovo, più autentico e più libero, consapevoli che dietro l’improvvisazione di un gioco espressivo, si possono manifestare parti di noi, come sentimenti ed emozioni che potrebbero altrimenti rimanere bloccati. Il gioco teatrale può offrire ai ragazzi un’occasione per relazionarsi con gli altri e dare sfogo alla libera espressività. Il teatro, pertanto, può essere visto come uno strumento in grado di stimolare ed allargare i meccanismi creativi e comunicativi.

Per quanto riguarda i mezzi e le strategie direi che si potrebbero proporre ai ragazzi dei giochi di ruolo partendo dal mettere in scena alcune storie o fiabe famose. Si dovrebbero far interpretare ai ragazzi sia la parte del personaggio cattivo, sia quella personaggio buono per poi spiegare loro il perché quel personaggio è buono e l’altro cattivo, in modo tale da porre l’attenzione sull’aspetto educativo e formativo del laboratorio teatrale. Sempre giocando, dobbiamo far conoscere al ragazzo il proprio corpo o e lo spazio che lo circonda. Bisogna far comprendere che il corpo è uno strumento potente per esprimere emozioni e sensazioni, anche grazie al solo movimento di una parte di esso, e che dobbiamo rispettare lo spazio che ci circonda per permetterci di vivere in un mondo migliore e cercare di relazionarsi con gli altri.

Il teatro e il cinema nelle scuole: nuovi canali di diffusione video e nuovi linguaggi.
Io sono un fermo sostenitore dell’idea che andrebbero inserite nei programmi scolastici le materie di propedeutica alla recitazione e di arte espressiva teatrale e cinematografica. Gli studenti potrebbero così essere stimolati ad essere curiosi osservatori della realtà che li circonda e maturare capacità artistiche, tecniche e organizzative che gli permettano di sovraintendere a tutte le fasi del progetto creativo ed espressivo. Immagino la definizione di un percorso dedicato all’approfondimento dei saperi, alla costruzione di un rapporto con il linguaggio teatrale e video sempre più personale e consapevole nel quale lo studente comincerà a fare delle cose sempre più complesse e a sentirsi sempre più preparato. Il cominciare a guardare le cose con sempre maggiore severità costituirà un importante fattore di crescita personale. Bisogna fornire agli studenti le chiavi per chiarire cosa significa fare teatro e cinema, quali sono i percorsi, le strategie, i problemi da affrontare, quali le professionalità e quali i protocolli necessari per la messa in scena, stimolando al tempo stesso la creatività e il gioco di squadra. Lo sviluppo e la diffusione della tecnologia, che consente ormai a tutti coloro che posseggano un telefono di produrre video, ha contribuito alla diffusione nel web di video più o meno interessanti ed è indubbio che la comunicazione viene spesso trasmessa non verbalmente ma attraverso l’immagine. Non dovremmo trascurare questa tendenza ma orientarla e strutturarla partendo già dalla scuola, formando gli studenti per poter affrontare, anche in maniera diretta e pratica, le attività fondamentali della produzione audiovisiva fornendo conoscenze pratiche, valide e concrete.

Negli ospedali di Bologna ti sei impegnato per 5 anni come clown contro la sofferenza fisica e interiore. Quale esperienza di vita hai maturato?
Ho avuto una sorta di folgorazione quando ho visto il film “Patch Adams”, in particolare la scena in cui l’attore Robin Williams entra in una stanza d’ospedale e inizia a giocare con i dieci bambini conducendoli in un immaginifico universo fantastico con il solo ausilio di ciò che trova nel reparto. Da lì la mia ricerca sulla clownterapia e il mio incontro con l’associazione VIP (Viviamo In Positivo) di Bologna e il mio volontariato come clown di corsia negli ospedali di Bologna per cinque anni, due fine settimana al mese. Sono ormai noti i numerosi vantaggi apportati dalla clownterapia poiché ridere combatte, prima di tutto, la paura che è il sintomo più immediato per dei bambini ricoverati in un ospedale. Mediante la risata il sistema immunitario si rinforza, la circolazione sanguigna migliora così come la digestione ed infine anche la percezione del dolore diventa più lieve. Mediante la risata la paura si stempera e può essere considerata come un tonico che serve a risollevare l’umore del bambino, distraendolo così dalla sensazione del dolore che egli avverte con la malattia. Ma se questo è ormai appurato anche dalla scienza medica, ciò che forse non tutti sanno è che un enorme vantaggio dall’incontro del proprio clown con i pazienti lo avverte lo stesso volontario che alla fine del servizio esce dall’ospedale ogni volta rinnovato, con un’emozione, una forza e un’energia che ti rende stanco per quanto è forte. La cosa che porterò sempre nel mio cuore è la sensazione di aver ricevuto dai pazienti che ho incontrato molto più di quanto sia riuscito io a donare loro, in ogni sorriso, in ogni sguardo, in ogni parola non detta, in un gesto distratto frenato da una flebo, in una lacrima di commozione o di un irrefrenabile risata, in una stretta di mano, in un grazie che se detto col cuore è la parola più bella del mondo al pari di amore. Quando si dona del tempo, noi poveri esseri finiti, è come se donassimo una parte di noi, ed è questo, a mio avviso, in un reciproco scambio, a renderci dei meccanismi di uno stesso ingranaggio e ciò che si fa per l’altro dona gioia e benessere anche a te, e per questo, grazie.

Nel fare arte nel territorio, la creatività muore o si rinnova? I “silenzi” della provincia rappresentano un limite o uno stimolo? Frustrazione o rilancio dell’immaginazione? La nostra provincia è un guscio vuoto o laboratorio di talenti da scoprire?
Generalmente i termini “provincia” e “provinciale” vengono associati a una reale o presunta arretratezza economica, sociale e culturale delle piccole città e dei paesi, rispetto alle grandi città, in termini di mentalità, modi, abitudini e gusti. I progetti artistici nei quali ho il piacere di collaborare in questi anni hanno lo scopo primario di fornire un contributo per il superamento di suddette accezioni negative e, attraverso contenuti interessanti e qualità realizzative di livello, evidenziare le qualità della vita di provincia. Le città che costellano le province marchigiane oltre ad essere belle, curate e tranquille, non sono prive di notevoli stimoli culturali, unendo i pregi della vita di provincia con un patrimonio artistico e ambientale degno delle grandi mete. La “provincia”, il mondo dei piccoli paesi e delle piccole città, inoltre, è fonte di soddisfazione personale e sociale perché offre una rete di relazioni più fitta, tanto più di fronte all’impatto con la globalizzazione economica, sociale e cognitiva. Vivere in un piccolo paese vuol dire riscoprire il valore dei riti e dei simboli, calarsi in un tempo lento, dilatato, in cui gli sguardi e le parole ritrovano strade più umane, meno intasate di noncuranza e indifferenza. Ovviamente i problemi ci sono dovunque ma non si può negare che in realtà piccole e meno dispersive i pensieri e i respiri trovano una dimensione più autentica. E in questo contesto trova fertile terreno anche lo sviluppo di stimoli artistici e i talenti innati, maturati, scoperti e condivisi hanno la possibilità di emergere, di unirsi e di svilupparsi. Non dimentichiamo, inoltre, che la densità di teatri storici nella Regione Marche è altissima. Se si pensa che tra il Settecento e l’Ottocento quasi tutti i comuni, anche piccolissimi, si erano dotati di un teatro, molti di questi teatri storici, un centinaio circa, sono giunti sino ad oggi e costituiscono un prezioso patrimonio culturale per la Regione. I nostri antenati li hanno edificati, a noi il compito di riempirli e di farci crescere arte.

Parlaci del tuo debutto cinematografico con il film “I Corsari” del quale sei co-protagonista e Produttore esecutivo.
Il mio debutto al cinema è avvenuto nel 2014 con il film “I Corsari” del quale sono uno dei protagonisti e Produttore esecutivo. Il film “I Corsari”, è un giallo in bianco e nero che tratta della crisi che sta investendo la nostra economia e lo fa attraverso le vicende dei protagonisti. Il film racconta la storia di tre vecchi amici, che incontrandosi casualmente dopo 20 anni decidono di mettere in pratica il vecchio piano di rapinare una banca. Venti anni fa eravamo un gruppo di amici che, sotto il nome de I Corsari, appunto, volevano cambiare il mondo ma inevitabilmente ci rendiamo conto oggi che il mondo ha cambiato noi. Un film che potrebbe far riflettere su quanto, in quest’ultimo ventennio, si sia persa la capacità di combattere i problemi, come la crisi economica, in gruppo aiutandoci l’un l’altro. Invece, le difficoltà in cui ci troviamo a vivere ci portano ad ostacolarci a vicenda spinti dall’egoismo. I rapporti interpersonali sono diventati meno autentici, tutti un pò provvisori, non abbiamo più punti di riferimento certi, come forse una volta lo erano la famiglia, i parenti e gli amici. Ora tutto è disgregato e per questo si è individualisti, forse perché crediamo di rimanere fedeli all’unica cosa di cui pensiamo di poterci fidare: noi stessi.

Realizzare questo film con una produzione indipendente è stato un’ottima occasione per mettersi alla prova e dimostrare, prima di tutto a noi stessi, che con la determinazione, l’impegno e le qualità tecniche e artistiche si possono realizzare grandi risultati anche senza ingenti mezzi economici. Il film, girato interamente nelle Marche con attori per la quasi totalità marchigiani, è stato sottotitolato in tedesco ed è stato proiettato anche in Svizzera, terra d’origine dello sceneggiatore e regista.

Cosa ci dici in riferimento alla web series in uscita a metà dicembre della quale sei attore e direttore di produzione?
Dal 14 dicembre è on line, sul canale Marche Tube di You Tube, la serie web dal titolo “IL TRITTICO” scritta e diretta dal bravissimo Regista Mirco Bruzzesi, su un soggetto ideato dall’attore comico Piero Massimo Macchini che recita il ruolo del protagonista, della quale sono stato Direttore della produzione e ne ho interpretato un ruolo. La serie rispetta i canoni del genere commedia e sviluppa una trama divertente di cui sono protagonisti alcuni abitanti di una tranquilla provincia marchigiana. La location principale è il classico bar di provincia che, nelle particolarità della trama narrata, assume delle caratteristiche del tutto particolari, così come lo sono i personaggi descritti. La serie è stata girata prevalentemente nelle città di Fermo e Porto San Giorgio con incursioni in alcune location in altri paesi della provincia fermana. L’attenzione che è stata posta nella realizzazione del progetto, che ha mirato sin dalle fasi di pre-produzione al raggiungimento di un elevato livello qualitativo sia in termini estetici che di contenuto narrativo, fa sì che esso possa contribuire in maniera fattiva a dare risalto e visibilità anche alle città delle Marche per esaltarne il loro patrimonio architettonico, artistico e culturale. La quasi totalità del cast e della crew proviene da varie zone delle Marche; unica eccezione per il bravissimo scenografo Paolo Figri, romano, con consolidata esperienza nel cinema e televisione nazionale, ma ormai da alcuni anni trasferitosi nelle Marche. La serie è composta da otto episodi che saranno pubblicati on line con cadenza settimanale.

Le nuove frontiere dell’arte cinematografica? E’ stato tutto già fatto o nuove possibilità spuntano all’orizzonte? Forse, è tutto collegato al superamento del concetto di “orticello artistico” per concentrare le energie e creare sinergie.
Io sono fermamente convinto che per ottenere dei risultati degni di nota, in qualsiasi ambito ma soprattutto in quello artistico, non si possa prescindere dalla creazione di sinergie tra vari protagonisti esperti ciascuno in un proprio ambito di attività. Questo soprattutto nel settore artistico, con particolare riguardo all’arte cinematografica, poiché l’esperienza condivisa può generare quella forza che consente, soprattutto in un ambito penalizzato come quello dell’arte oggi in Italia, e in regioni, come le Marche, lontane dai flussi monetari delle grandi produzioni, di superarne le difficoltà oggettive. La prima cosa da fare è non perdersi d’animo e credere fortemente nelle proprie idee, dialogare con chi ha gli stessi interessi e obiettivi, alzare lo sguardo e superare i confini del proprio “orticello”, condividere, trovare punti di incontro e di collaborazione. Bisogna iniziare a prendere coscienza delle proprie potenzialità e di quelle del nostro territorio e iniziare a fare, senza paura di fallire o di ricevere critiche. Solo facendo si riuscirà a migliorare. Sarà poi sempre e solo il pubblico a sentenziare se stiamo lavorando bene.

Arte e spiritualità, misticismo, religiosità: cosa ti affascina maggiormente? Nel cinema hanno un senso? Un futuro?
E’ interessante chiedersi se il cinema, sicuramente forma espressiva di cultura, possa essere anche inteso come veicolo di spiritualità. Il cinema come forma di arte, cultura e comunicazione è infatti capace di raggiungere simultaneamente milioni di individui dovunque nel mondo e, quindi, pone inevitabilmente problemi anche legati ad implicazioni etiche di grossa portata. Esso, infatti, percepisce i gusti degli spettatori, suscita interrogativi, dubbi o rifiuti e innesca dibattiti. Nel corso dei decenni i film hanno influito sui comportamenti della gente e sul senso comune della società, spesso modificandoli notevolmente. I contenuti dei film, i luoghi in cui sono stati girati e le tecniche, attraverso cui il cinema diventa linguaggio visivo, formano un sistema di notevole forza e di potente suggestione capace anche di veicolare, con la forza delle idee e delle immagini, valori legati alla spiritualità umana così come affiora nell’intimo delle persone, a qualsiasi religione e cultura esse appartengano.

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