Beneficenza? I dubbi del New York Times sulla “donazione” di Mark Zuckerberg

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FacebookDi Rino Farda

Ha fatto scalpore la notizia della generosità del fondatore di Facebook, il plurimiliardario Mark Zuckerberg. In occasione della nascita del suo primo figlio, ha annunciato al mondo l’intenzione di devolvere in beneficenza il 99% del proprio patrimonio. Si tratta di una somma da capogiro del valore complessivo di circa 45 miliardi di dollari, circa due finanziarie del governo Renzi. Non proprio noccioline. La notizia è stata accompagnata da alcune foto del fondatore di Facebook con il neonato in braccio. Tutto molto bello. Se fosse vero.

Un giornalista, collaboratore del New York Times, si è preso la briga di andare a controllare. “Potreste aver sentito dire che Zuckerberg ha donato 45 miliardi in beneficenza ma è sbagliato. Zuckerberg ha solo creato un veicolo di investimento”, ha scritto nel lead del suo pezzo pubblicato in evidenza sul quotidiano di New York. Incredibilmente la notizia non ha avuto risonanza. Il “social buzz”, cioè il clamore sul web, aveva già fatto il giro del mondo e non è bastata l’autorevolezza del New York Times per limitarne la portata. Un caso di studio molto istruttivo per le scuole di giornalismo del terzo millennio. Jesse Eisinger è un giornalista di un’associazione no profit di reporter che si chiama “Pro publica” e che si dedica ad attività di giornalismo investigativo su argomenti che possano interessare la vita pubblica. Nel suo articolo sul New York Times sostiene che l’operazione di Zuckerberg è un’ardita e intelligente mossa di elusione fiscale. Ardita per la somma, intelligente per la visione strategica e, soprattutto, geniale per come è stata gestita la comunicazione.

Se vuoi nascondere qualcosa, dicono sempre i saggi, la cosa migliore è metterla in piazza, sotto il naso di tutti.

“Il signor Zuckerberg e la signora Chan, sua moglie, non hanno costituito una fondazione di beneficenza, che ha nello statuto la totale assenza dello scopo di lucro – ha spiegato Eisinger nel suo articolo -. Ha creato invece una società a responsabilità limitata (in inglese L.L.C., Limited Liability Company) che intanto ha già fruttato enormi benefici di immagine e di pubbliche relazioni. Zuckerberg e signora sono stati raffigurati come benefattori dell’umanità ma, nella realtà, non hanno fatto altro che trasferire soldi da una tasca all’altra”. Secondo il diritto societario Usa, ha spiegato Eisinger nel suo articolo, una L.L.C. è libera di fare investimenti profit, di finanziare campagne politiche e anche di fare azioni di charity ma senza gli obblighi di responsabilità sociale di impresa ai quali sono invece sottoposte le aziende di interesse pubblico come Facebook. Senza entrare nei tecnicismi, secondo il lungo articolo di Eisinger pubblicato sul New York Times, Zuckerberg, senza perdere un solo centesimo del suo patrimonio, avrebbe ottenuto molti vantaggi, non solo di tipo immateriale come quelli di immagine. Con la nuova L.L.C. nella quale ha riversato il 99% del suo patrimonio, avrebbe guadagnato infatti un rilevante strumento di elusione fiscale (pagherà molte meno tasse del dovuto) e potrà finalmente investire il proprio denaro senza limitazioni.

Come ha scritto Eisinger,

si tratta di un’operazione che difficilmente potrebbe essere definita di “beneficenza”.

I problemi che rimangono sul tappeto sono quindi due. Il primo è tecnico e riguarda la normativa fiscale. Zuckerberg non ha fatto nulla di illegale: si è limitato ad utilizzare le leggi esistenti. Il problema, quindi, sta nel manico. Nel nome del pubblico interesse, la legge non dovrebbe permettere che un gettito fiscale così imponente venga sottratto al bene pubblico e alle esigenze dello Stato. Un problema tecnico che rimanda a un tema più complesso e che è legato alla deontologia civile. Nessun cittadino onesto dovrebbe sentirsi autorizzato a evadere (eludere) le tasse in questo modo E in questa misura, poi! Il secondo problema rimanda al ruolo dell’informazione. Eisinger si sofferma sulle reazioni dei giornali. Neanche il quotidiano economico per eccellenza, il Wall Street Journal, ha rilevato la scaltrezza del trucco fiscale di Zuckerberg, ha scritto Eisinger. Ci sentiamo di dire che in realtà il problema di comunicazione è più vasto. E’ bastato il post di Zuckerberg su Facebook per condizionare l’informazione dei mass media in tutto il mondo. L’agenda dell’informazione mondiale, ormai, si costruisce fuori dalle redazioni giornalistiche, purtroppo.

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