Aylan, la foto dell’nno del piccolo “re siriano”, non ci chiede emozione ma compassione

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Di Davide Rondoni

La prima reazione è: “No, alzati”. Ma non funziona. Se a quel bambino ritratto naufrago, steso sulla spiaggia, in una foto che ha fatto il giro del mondo, il giro degli occhi, ripetiamo mille, un milione di volte: “No, rialzati” non succede nulla. Aylan Kurdi, tre anni, siriano, è morto insieme al fratello di cinque. E ad altri bambini, a tanti, troppi altri bambini. Messi in mare dalla guerra, da trafficanti senza scrupoli, da famiglie disperate e senza senno, raggirate, da un fenomeno di migrazione in parte naturale ma in buona parte imposto. E quella foto, anzi lui dentro quella foto ci inchioda alla nostra impotenza. “No, rialzati” – ma non si rialza. Possiamo dirlo tutti insieme, come tutto il mondo l’ha pensato. Possiamo anche urlarlo tutti come in un mondiale stadio o concerto, in un coro infinito e planetario. Ma lui resta lí, nella ingiustissima sua morte.

Dinanzi a quella foto hanno taciuto per un istante, brevissimo ma reale, tutti i nostri discorsi intorno alla vicenda dei profughi. Ha taciuto chi pensa che sia una invasione, ha taciuto chi fa di tutto per facilitarne l’arrivo.

Lui, in quella foto, non aveva nessun interesse per questi discorsi, per queste analisi, lui aveva solo la sua vita da vivere ancora. Un intero sistema politico – la Ue – ma anche gli Stati arabi, e un’intera generazione di sedicenti combattenti per lo Stato Islamico – vengono giudicati senza appello dalla maglietta rossa, dai calzoncini e dalle piccole braccia lungo i fianchi, inanimate. Le migrazioni sono un fenomeno mondiale. Quanto succede sui barconi che tutti noi in Italia conosciamo non è diverso da quanto accade su treni infernali che corrono da sud a nord lungo il confine tra Messico e Stati Uniti. È un problema economico, politico, è un problema di mondo che sta cambiando.

E i cambiamenti non chiedono permesso alla nostra coscienza. Non le permettono di mettersi a posto “prima”, né di restare a posto. La travolgono. Le chiedono di cambiare. Di imparare anch’essa nuove rotte, abbandonare rive, valicare frontiere.

Le foto, si sa, sono parte del problema. Le foto, i filmati, le immagini spesso fanno parte della propaganda che da tante parti vengono usate per muovere opinioni, per suscitare sentimenti politici. Lo fanno i tagliagole dell’Isis, lo fanno i generali degli eserciti, lo fa il giornalista meschino che vuole un po’ di glorietta. Il giornale inglese, The Indipendent, che il 2 settembre l’ha messa in prima pagina, come in Italia Il Manifesto, ha dichiarato di farlo per un motivo politico: ovvero contro la politica di chiusura delle frontiere da parte del Premier Inglese Cameron. Ma sbattere Aylan in prima pagina per un motivo politico non è un buon modo per onorare quel piccolo re siriano.

Se oggi guardiamo Aylan, la sua morte ingiusta e maledetta, se la indichiamo come foto dell’anno, non è per dire chi ha ragione o torto, ammesso che si possa dire in una questione tanto complessa. Ma è per riprendere l’unica posizione che può motivare ogni pensiero ogni decisione, ogni azione nei confronti di un essere umano: la compassione. Lo guardiamo perché abbiamo bisogno di imparare di nuovo cosa sia la compassione. Che non è un sentimento passeggero, eccitato momentaneamente da immagini forti. Ma una posizione permanente, una cultura, una radice di civiltà. La cosiddetta nostra civiltà ha invece scambiato la compassione con un sentimento facile. Con una emozione di pochi istanti, invece che una radice culturale e civile. Se ne pasce e imbelletta in certi momenti e la scaccia come un fantasma quando entrano in gioco interessi, idee egoistiche e pratiche di “semplificazione” della esistenza.

Quando il Papa dice di aprire le porte a chi ha bisogno, lo dice per i migranti come per chi è all’inizio della vita, per chi è nella malattia o nei pressi della fine.

La compassione non è un giudizio politico ma sulla natura umana.

Per “compassione” il popolo cristiano ha inventato gli ospedali, i servizi ai meno fortunati. Ha cercato e ancora cerca – pur con difficoltà – di non lasciare in malora i più sfortunati. Perché un fatto, una novità storica è entrata nel tempo e ha indicato un valore nuovo delle persone. Un uomo ha detto: prendetevi cura delle vedove, i bambini non siano trattati male, il malato non paga colpe ancestrali, l’assetato e il carcerato siano alleviati. È Gesù il Nazareno. Imparare la compassione significa impararne la radice cristiana. Altrimenti è momentanea emozione a servizio del potere che, di emozioni, ha i mezzi per suscitare tante. Aylan non ci chiede emozione, ma compassione. Non chiede un’onda passeggera come quelle che toccano il suo piccolo, sacro corpo abbandonato. Sarebbe disonorare questo piccolo re e tutti quelli che hanno perso la vita spinti nei mari. Chi è in preda alla emozione smette di ragionare. Chi invece accoglie le emozioni per nutrire la sua compassione, ragiona in modo più profondo, più vasto. E vede il dato che mai va occultato: quella è una persona, va aiutata, le analisi vengono dopo. La compassione non è un sogno da romantici. Gesù il Nazareno, indicando la via dell’amore e della compassione ha messo a fuoco quanto già in noi naturalmente si agita: una propensione al bene condiviso, ad aiutare. Dare una mano è il gesto che compie la natura che abbiamo. Questo possiamo noi. “Rialzati”, invece, lo ha detto Lui e Aylan gioca col fratellino sulla Spiaggia Paradiso.

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