Qualità della vita nelle città? Ho il vago sospetto che dipenda tutto dal lavoro

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cittàDi Nicola Salvagnin

Quando escono le classifiche sulla qualità della vita nelle città italiane – il quotidiano Il Sole 24 Ore ne stila una ogni fine anno – non è quasi mai interessante scoprire quale sia l’agglomerato urbano in cima all’hit parade (Bolzano, come quest’anno, o qualche città emiliana di solito) né chi finisca in fondo: qui si alterna sempre una rappresentante del Mezzogiorno più in difficoltà, che sia Reggio Calabria nel 2015 o Taranto e Napoli nelle annate passate.

Di solito ci si concentra immediatamente nel verificare dove sia la propria città, in questa classifica, faticando a capire come abbia potuto scalare o discendere qualche posizione nel corso dei dodici mesi. Hanno inaugurato un asilo nido? Tagliato qualche pianta lungo i viali? Boh, lo scarico delle auto pare identico a quello dell’anno scorso.
Ma quel che stuzzica di più è stanare le… stranezze. Come quest’anno. Anzitutto si cerca la prima città del Nord, partendo dal basso: insomma quale città sia scesa a livelli da “collega” del Sud, pregustando le inevitabili polemiche politiche e giornalistiche che attraverseranno quella città il giorno dopo. E così scopriamo che in Ogliastra e ad Oristano si sta molto meglio che ad Asti e Alessandria, le due reiette del Nord “che funziona”. Magari nessun astigiano emigra in Sardegna per campare meglio, ma appunto i parametri sono i più vari, dai servizi all’ambiente fino alla criminalità e al lavoro. Sicuramente non c’è il clima, tra i requisiti, altrimenti la classifica nazionale si ribalterebbe.
Ma se il Monferrato – che pure a prima vista non parrebbe una landa desolata da cui sfuggire – si colloca al “peggio del meglio”, fa specie che la vicina Cuneo sia addirittura nella top ten nazionale: pochi chilometri verso la Langa, e il vino diventa più buono e la vita molto più piacevole. Forse.
Spiace per Reggio Calabria; applausi e invidia per Bolzano, nella cui provincia c’è un’altra vincitrice di classifica nazionale, quella sulla località dove si vive meglio (Brunico). In Alto Adige, o Sud Tirolo, la disoccupazione è a livelli minimi, il tenore di vita alto, l’ambiente stupendo, i servizi alla popolazione da far invidia alla Norvegia, l’inquinamento assai contenuto, le infrastrutture esistenti attendono il nuovo, enorme traforo del Brennero… Complimenti, c’è tutto per sorridere. Anche l’enorme quantità di denaro pubblico che lo status di Provincia autonoma garantisce alle istituzioni e quindi ai cittadini.
Tornando alle Langhe, viene in mente il romanzo di Beppe Fenoglio, “La malora”: niente di meglio per capire come in quelle terre si penasse assai, pochi decenni fa. Così come nel Polesine delle alluvioni, nelle pianure della pellagra, nelle paludi del Ferrarese o del Maremmano, nel Friuli dell’emigrazione disperata… Oggi no, c’è un benessere che invece manca nel Mezzogiorno ovunque (salvo la Sardegna, stando a questa classifica), segno che non si tratta di singoli casi, di mala-amministrazione localizzata, di popoli diversi: se tutte, ma proprio tutte le città sotto Roma occupano la parte bassa della classifica della qualità della vita, è perché ovunque manca il lavoro, le condizioni perché esso fiorisca, le occasioni che portano appunto benessere alle famiglie, alle comunità. E quando il lavoro e le occasioni arrivano – come in Basilicata – la situazione cambia in meglio.

E non servono cento parametri per capire dove il presente non si proietta più nel futuro: se a Bolzano e a Milano si fanno (ancora) figli, questi mancano proprio nel Mezzogiorno. Niente di più indicativo, niente di più negativo.

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