Mons. Nosiglia: “La Porta Santa da varcare? Ospitare a pranzo un povero”

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PoveriDi Alessandro Ginotta da Zenit

A Torino, ed i molte altre metropoli, convivono due città: quella cosiddetta “per bene” ed un’altra, invisibile che esiste e si estende sempre più dalle periferie al centro storico, dalle fasce medie a quelle tradizionalmente povere della popolazione.

“Anche oggi – ha osservato Mons. Nosiglia – per molti cittadini o stranieri tante porte restano chiuse, come è avvenuto per la famiglia di Nazaret a Betlemme”. Se non le case, sono i cuori che anzitutto restano chiusi e questo ha conseguenze devastanti sulla rete di solidarietà e di giustizia che dovrebbe garantire ad ogni cittadino il necessario per vivere, lavorare e sostenere la famiglia e il domani dei figli. La nostra gente è abituata a soffrire e ad arrangiarsi in ogni modo, ma oggi il perdurare della crisi è talmente esteso che sembra inutile tentare vie di uscita.

“Il Natale – ha proseguito l’Arcivescovo – richiama tutta la città per bene alla propria responsabilità, che essa ignora o sfugge, verso la città minore o invisibile cui convive accanto”.

C’è una precisa responsabilità politica intesa nel senso ampio del termine, di chi svolge nella società ruoli e compiti istituzionali, ma anche culturali, economici e finanziari, sanitari… con il compito, di servire la verità, la giustizia e la pace nella società civile. Bisogna combattere la corruzione, la ricerca di tornaconti personali rispetto al bene comune, il potere non sorretto dalla volontà di servire, l’obbedienza a quelle leggi non scritte ma ingiuste che regolano il politicamente corretto, il mercantile e la finanza, lo stesso mondo del lavoro, della scuola e ogni ambito dei servizi.

Ma c’è anche la responsabilità degli operatori della comunicazione sociale, che in questo momento di tensione internazionale dovrebbero assumere una linea etica precisa: quella di “non alimentare le diatribe, le divisioni e i contrasti, ma al contrario sostenere tutto ciò che opera nel quotidiano per promuovere la cultura dell’incontro e non dello scontro”.

Ci sono tanti segnali d’integrazione e di solidarietà e dialogo tra istituzioni e persone di diverse religioni e culture presenti nel nostro territorio. La Diocesi di Torino è un modello di accoglienza, collaborazione e rispetto di tutti – credenti e non –, per cui si moltiplicano le occasioni e le iniziative positive in questo ambito del convivere cittadino. “Intensifichiamo dunque la cronaca delle buone prassi e non quella dell’indifferenza o del rifiuto, altrimenti facciamo un grosso favore agli estremisti e a quanti pescano nel torbido e hanno buon gioco e terreno fertile per seminare i loro messaggi devastanti di violenza e di contrapposizione”.

Siamo in un tempo in cui una cappa di buio sembra essersi abbattuta sulla nostra città e civiltà occidentale e la paura e le preoccupazioni di ogni tipo, da quelle economiche a quelle politiche, sociali e spirituali comportano per ciascuno un supplemento di impegno per farvi fronte a partire dai fondamentali della nostra storia. Forse dobbiamo dircelo: ci siamo illusi e afflosciati, su alcune conquiste che sembravano traguardi sempre più grandi, positivi e sicuri, che la corsa a un nuovo sviluppo e progresso non si sarebbe arrestata. E invece, come la storia ci insegna “alle sette vacche grasse subentrano le sette vacche magre e, se durante l’abbondanza non si sta attenti ad essere sobrii, umili e discreti e a puntare su valori non solo mercantili e finanziari che passano, ma su quelli che restano – come sono il bene comune, l’onestà e la giustizia sociale, l’equità e il sostegno delle fasce più deboli e indifese dalla cittadinanza, insieme ai valori etici e spirituali che sono l’anima che orienta e guida ogni altro ambito di vita personale e sociale –, alla lunga tutto crolla”.

Abbiamo costruito un regno di cui eravamo orgogliosi come la statua vista in sogno dal re Nabucodonosor, che il profeta Daniele interpretò: essa aveva la testa di oro raffinato, il petto e le braccia di argento, il ventre e le cosce di bronzo, le gambe di ferro… ma, ahimé, i piedi erano in parte di ferro e in parte di creta, per cui è bastata una piccola pietruzza rotolata giù dalla montagna a colpire quei piedi per far crollare tutta la grande statua (cfr. Dn 2,24-45).

“Così è stata la parabola discendente che abbiamo vissuto in questi ultimi decenni: non ci siamo preoccupati dei piedi e dunque dei fondamentali che sono i valori etici, spirituali e civili, ma di tutto il resto che era bello e affascinante ma non così utile e stabile come deve essere la roccia su cui poggiare anche per il futuro l’intero edificio della società”.

Come alimentare questa speranza? Guardando dunque a Gesù e alle tantissime cose ed esperienze positive che nascono dalla fede in lui e che ci sono attorno a noi e di cui noi stessi possiamo fare parte. Mons. Nosiglia ha ricordato l’impegno dei volontari, l’accoglienza delle oltre 200 famiglie e 150 tra parrocchie e Istituti religiosi che hanno accettato di ospitare uno o più rifugiati, e le moltissime iniziative caritative messe in atto durante questo anno.  Una rete di solidarietà che mette insieme Istituti religiosi e Comune. Spesso sono gli stessi migranti che aiutano i più poveri.

L’Arcivescovo ha raccontato un episodio avvenuto alla Mensa amica della parrocchia S. Giuseppe Cafasso dove “Volontari e poveri presenti hanno voluto raccogliere offerte per altri poveri: un gesto che mi ha commosso e che ripete quanto già mi era capitato con i senza dimora, che mi avevano portato un sacchetto di monete raccolte per i rifugiati”. I poveri e chi si dedica gratuitamente a loro che si rendono responsabili di aiutare altri poveri sono un segno di grande luce e speranza, un bel regalo di Natale più di ogni altro.

Mons. Nosiglia ha concluso il suo intervento con un invito esplicito “ad aprire la propria casa nei giorni delle Feste – e in particolare la domenica della Santa Famiglia, il 27 dicembre – alla presenza di un povero, da ospitare a pranzo insieme”. Un segno di accoglienza di Gesù stesso, rifiutato a Betlemme, ma che necessita anche oggi di essere accolto con gioia nella propria casa. I poveri ne sono la realtà e la viva presenza. I poveri ci permettono di esercitare in concreto la vera misericordia a cui ci richiama il Giubileo. Sono quella Porta Santa da varcare che ci permette di beneficiare della misericordia di Dio e dunque della sua salvezza.

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