L’Isis lancia la Fatwa contro neonati disabili e Down

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Di Emanuela Vinai

E adesso si chiami in causa Erode e la strage degli innocenti. Dopodiché, a seguito di acconcio lavaggio di coscienza post invettiva contro i mostri dell’Isis, è utile fare un bagno di realtà guardandosi intorno: quanti bambini con la sindrome di Down si vedono in giro? Pochi vero? Eppure qui non c’è nessuna fatwa del Califfato, sono bastati un’analisi del sangue e un malcelato quanto diffuso biasimo sociale. In attesa di verificare se si tratti di una bufala mediatica o se invece i fanatici fondamentalisti abbiano davvero deciso di sterminare i bimbi disabili – inadatti al combattimento, Sparta insegna e nazismo applica – è facile verificare la rapidità con cui questa notizia ha attecchito nell’immaginario collettivo, a conferma di quanta spietatezza ci aspettiamo da costoro, i nuovi cattivi per antonomasia. Per completare il curriculum del perfetto malvagio, incarnazione e apoteosi del male (che quando si pensa non siano capaci inventarsi niente di più disumano, riescono a trovare nuovi guizzi di crudeltà), non poteva mancare l’ennesimo atto di non rispetto della vita, qui al massimo della sua fragilità.

Ebbene, a prescindere dalla conferma che anche questa casella dell’orrore possa essere barrata con successo,

è interessante chiedersi perché la scelta targata Isis di uccidere bambini disabili con un’iniezione letale produca un maggiore ribrezzo, una spiccata indignazione e una sollevazione pubblica esponenziale rispetto ad analogo evento praticato per legge in Olanda o in Belgio.

Ed è solo di poche settimane fa la notizia, lanciata da queste pagine, che la Danimarca (non esattamente un avamposto talebano) ha praticamente azzerato le nascite di bambini Down: il tasso di interruzione volontaria di gravidanza una volta individuata la presenza dell’alterazione genetica è del 98%. I giornali danesi hanno un bel titolare che “Fra trent’anni non ci saranno più persone affette da sindrome di Down”, l’occhiello dovrebbe specificare che non trattasi di progresso scientifico, quanto di risoluzione drastica del caso. Alla radice. La risposta non è nel vento, ma nella selezione.

Non che da queste parti vada meglio, perché se si ha la ventura di superare il percorso a ostacoli della diagnosi prenatale e si nasce “per errore”, scatta la condanna del medico inadempiente e il diritto al risarcimento del danno. Il dovere sociale dell’amniocentesi è ormai fatto assodato e strumento potente di pressione psicologica:

“Non vorrai mica far nascere un infelice?”

Se c’è un problema si scarta, avanti un altro. Se poi si usano le tecniche di Pma con diagnosi genetica preimpianto è anche più facile: è possibile verificare la bontà del prodotto prima dell’acquisto. Quante probabili patologie si possono accertare dottore? Tutte quelle che possiamo trovare mia cara signora. Del resto, potendo scegliere, chi sono gli incauti che ancora si affidano alla lotteria del caso e la chiamano Provvidenza?

In questo nostro piccolo mondo politicamente corretto, non c’è niente di più triste della carità pelosa di chi, con sguardo di finta compassione, chiede conferma del proprio pregiudizio nel misurare la felicità altrui: “poverini, loro capiscono di non essere come gli altri”. “Loro”, una qualifica di distanza che è distinzione di un’altra specie, qualcuno che non può mica essere contento di essere venuto al mondo. Non a caso qualche autore parla di Handifobia, vera discriminazione sociale della nostra epoca, pericolosa perché abilmente dissimulata ma implicita nei giudizi, questi sì, impietosi. Brandelli di una conversazione colta pochi giorni fa narravano di un’adozione da un Paese lontano dove, al momento dell’incontro coi genitori adottivi, la bimba a lungo attesa si era rivelata portatrice di una lieve disabilità, causando grave disappunto: “quando li ordini ti dicono che è tutto a posto, poi una volta che te li danno, cosa vuoi, non puoi mica rimandarglieli indietro”. Certo, quando invece si può sapere prima è un’altra storia. Ma non siamo mica cattivi, noi.

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