Vaticano II: una rilettura “ecumenica”

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Di Alessandro De Vecchi da Zenit

A 50 anni dalla fine del Concilio Vaticano II, il Pontificio Comitato di Scienze Storiche ha organizzato il convegno internazionale Il Concilio Vaticano II e i suoi protagonisti alla luce degli archivi a cui hanno partecipato professori, studiosi e prelati provenienti da tutto il mondo, inclusi rappresentanti delle Chiese ortodosse e anglicane. La terza e ultima giornata si è svolta presso la Pontificia Università Lateranense di Roma. Gli interventi sono stati introdotti e coordinati dal rettore, monsignor Enrico Dal Covolo, nella prima parte, e da Padre Bernard Ardura, presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, nella seconda.

Una delle relazioni più significative è stata quella del cardinale francese Paul Poupard, già presidente dei Pontifici Consigli per la Cultura e per il Dialogo Interreligioso, che lavorò per la Segreteria di Stato Vaticana negli anni del Concilio. “Ho avuto il privilegio di vivere il concilio prima, durante e dopo – ha dichiarato il cardinale – fu un periodo di grandi incontri e confronti. Dopo la morte di Giovanni XXIII molti temettero che il cammino conciliare potesse perdersi, ma per fortuna non fu così”.

Poupard ha ricordato quel periodo come un momento di apertura della Chiesa a un mondo in cui le questioni dottrinali toccavano sempre più problemi pratici e contingenti. Il cardinale ha anche parlato del realismo di papa Giovanni XXIII, consapevole del fatto che il Concilio non avrebbe certo risolto in un colpo solo tutti i mali della Chiesa e del mondo, ma avrebbe potuto tracciare la via giusta da percorrere.

“A 50 anni di distanza – ha aggiunto il porporato – possiamo rileggere i testi conciliari come qualcosa di ancora moderno e attuale, incentrato su Cristo ma aperto al mondo, un riferimento importante se i cristiani saranno in grado di seguirne la via tracciata”. Inevitabile infine un riferimento, in un momento in cui si parla molto di riforma della Curia romana, alle importanti modifiche introdotte dal Concilio Vaticano II nelle alte gerarchie vaticane. Su tutte, l’istituzione del Sinodo dei vescovi come organismo permanente (per dare seguito concreto al principio di collegialità promosso dal Concilio stesso) e la creazione dei Consigli pontifici.

Altro intervento di rilievo è stato quello del professor Philippe Chenaux, direttore del Centro studi e ricerche sul Concilio Vaticano II, che ha sottolineato come la Chiesa preconciliare, pur avendo sempre difeso la dignità dell’uomo, non aveva riconosciuto la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo redatta, in ambito Onu, nel 1948. “Pio XII – ha spiegato il professore – non l’aveva accettata perché non citava l’origine divina di quei diritti fondamentali”. Il Concilio Vaticano II è stato quindi un momento decisivo anche da questo punto di vista. Chenaux ha poi ricordato l’azione riformatrice di Paolo VI, durante e dopo il Concilio, con l’abolizione dell’Indice dei libri proibiti e la trasformazione del Santo Uffizio in Congregazione per la dottrina della fede, “per far prevalere il principio del rafforzamento della dottrina su quello della lotta alle eresie”. “Papa Montini – ha concluso il professore – permise inoltre a uditori laici di assistere ai lavori conciliari. Era una novità assoluta che si rifaceva agli insegnamenti di Pio XII sull’apostolato dei laici”.

In rappresentanza della Chiesa russo-ortodossa, al convegno ha partecipato anche Alexej Dikarev, delegato per il Dipartimento delle relazioni esterne del Patriarcato di Mosca. “Il Concilio Vaticano II – ha dichiarato – ha avuto un ruolo storico nei rapporti fra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse. Le ha avvicinate, dando inizio a un cammino comune con l’obbiettivo di un’unità sempre maggiore. Gli osservatori ortodossi al Concilio, in particolare quelli della Chiesa russa, pur non avendo la possibilità di intervenire alle sessioni, riuscirono comunque a contribuire alle decisioni finali e quindi partecipare attivamente in qualche modo”.

Dikarev ha ricordato inoltre come fu proprio la presenza degli osservatori ortodossi a favorire anche un atteggiamento migliore verso i paesi dell’Est, allora nel blocco sovietico, e anche, più in generale, verso le altre confessioni religiose. Allo stesso tempo ha però sottolineato come ci siano ancora alcuni seri problemi nei rapporti fra cattolici e ortodossi come, ad esempio, la questione della Chiesa ucraina uniate. Temi che saranno affrontati nel prossimo Concilio panortodosso che si terrà a Istanbul nella primavera del 2016. “Un evento – ha spiegato Dikarev – che le Chiese ortodosse attendono da decenni e che purtroppo potrebbe essere ostacolato dalle recenti tensioni fra Russia e Turchia. Non sappiamo ancora infatti se ai prelati russi sarà permesso entrare in territorio turco”.

Restando sul tema dell’apertura del Concilio Vaticano II alle altre confessioni, è spiccato anche l’intervento dell’arcivescovo anglicano David Moxon, rappresentante dell’arcivescovo di Canterbury presso la Santa Sede e direttore dell’Anglican Centre in Rome. Moxon ha sottolineato l’importanza del Concilio come momento di affermazione dell’ecumenismo fra le diverse Chiese cristiane: “Si affermò il principio delle Chiese diverse come sorelle che si erano divise i doni dello Spirito Santo, con il sacramento del battesimo come elemento comune a tutti i cristiani che, proprio grazie a esso, sono tutti, allo stesso modo, abitanti della casa di Dio”.

Il convegno è stato infine arricchito da un messaggio del rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni. “Con la dichiarazione Nostra aetate – ha scritto Di Segni – il Concilio Vaticano II chiudeva, nonostante alcuni limiti, la pagina dell’antisemitismo nella Chiesa cattolica e apriva finalmente una fase di confronto e reciproco avvicinamento. Oggi, a 50 anni di distanza, possiamo ancora percepire la portata di quell’evento. Pensando ai principi affermati dal Concilio, possiamo anche trarre un bilancio dei risultati positivi raggiunti, ma anche di ciò che ancora può essere fatto per migliorare il mondo”.

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