Cacciari: “La Chiesa non può lasciarsi addomesticare dal nostro tempo”

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CacciariGianni Borsa

La parola “incontro” è più volte risuonata nella giornata di apertura dell’Anno santo straordinario dedicato alla misericordia. Anche Papa Francesco l’ha ripresa nell’omelia durante la messa per l’apertura della Porta santa in San Pietro. Dopo l’invito ad “anteporre la misericordia al giudizio” e ricordando che “in ogni caso il giudizio di Dio sarà sempre nella luce della sua misericordia”, ha invitato ad abbandonare “ogni forma di paura e di timore”, vivendo piuttosto “la gioia dell’incontro con la grazia che tutto trasforma”. Quindi una riflessione sul Vaticano II: “Il Concilio è stato un incontro. Un vero incontro tra la Chiesa e gli uomini del nostro tempo. Un incontro segnato dalla forza dello Spirito che spingeva la sua Chiesa a uscire dalle secche che per molti anni l’avevano rinchiusa in se stessa, per riprendere con entusiasmo il cammino missionario. Era la ripresa di un percorso per andare incontro a ogni uomo là dove vive: nella sua città, nella sua casa, nel luogo di lavoro… dovunque c’è una persona, là c’è la Chiesa”. Una Chiesa, si potrebbe dire, pienamente calata nella storia. È una ripresa dello slancio conciliare? Lo chiediamo a Massimo Cacciari, filosofo, politico, che più volte si è misurato con le dinamiche religiose ed ecclesiali, ponendole in parallelo alla vita e al pensiero moderni. Una chiacchierata che, fra l’altro, spazia da Dante ad Agostino, dagli evangelisti a Nietzske, dalla “Evangelii gaudium” alla “Lettera a Diogneto”.

Professor Cacciari, cosa le suggeriscono le parole del Papa?
“La Chiesa vive e opera pienamente calata nella storia, non può essere diversamente. Ma anche nel suo essere forma mondana e politica, stando dunque nel tempo, deve pur sempre guardare al Regno di Dio e fare dunque appello alla conversione, al cambiamento. Questa è un’esigenza forte, necessaria: a chi crede si chiede un cambiamento radicale. Per questo mentre la Chiesa abita il proprio tempo, non può limitarsi ad accettarne ogni direttrice e nemmeno a curarne le ferite né a consolare l’umanità; non può fermarsi a un compromesso con la storia.

La Chiesa abita la casa degli uomini eppure deve attraversare questa casa, andare oltre. Non può lasciarsi addomesticare.

Da qui la situazione paradossale della Chiesa nel tempo che è la condizione ‘strutturale’ del seguace di Cristo. Diversamente, se la Chiesa si limitasse a vivere e ad accettare il tempo così come è, vivrebbe nella medesima realtà di un non credente, come il sottoscritto. Ma il ‘non di solo pane’ è ben altro, è messaggio radicale, è l’andare oltre… Per questo da sempre mi appassiona la dimensione di cui la Chiesa è portatrice”.

Un intero anno dedicato alla misericordia. A lei cosa dice questo percorso ecclesiale?
“La misericordia è Dio stesso vinto dall’amore, è una potenza superiore persino alla volontà di giustizia divina. Misericordia è, insieme, perdonare e donare tutto. Da qui la misura sovrumana della misericordia in quanto grazia che viene da Dio, la quale può essere compresa attraverso la fede.Se non fosse così, la lettura cristiana della misericordia si appiattirebbe su un semplice voler bene all’altro, a un occhio benevolo e indulgente verso il prossimo,ma questo è anche il messaggio, ad esempio, di Aristotele. Il quale, peraltro, non si faceva problema ad avere gli schiavi per casa. Anche qui, nella misericordia, ritroviamo la paradossalità del messaggio cristiano. Direi di più, essa è il perdono che trascende ogni dialettica perdonativa”.

Un perdono, atteso e promesso, senza limiti? Settanta volte sette?
“Sì, e tutto questo è qualcosa che va al di là delle nostre logiche: la logica, ad esempio, di un credente musulmano, così come lo è per un non credente. C’è una libertà di perdono che incontra la capacità del perdono: è questo il sale del messaggio di Cristo.

È lo specifico delle Beatitudini, del ‘porgi l’altra guancia’. In tal senso le parole di Gesù sono divine,

e il cristiano non deve perdere questo sale, altrimenti cosa resta della minestra? Sennò il cristianesimo si ferma a una dimensione etica e politica della vita e del tempo, perdendo il riferimento alla trascendenza e, appunto, alla ricerca del Regno di Dio”.

Bergoglio: un carisma o un insegnamento speciale per il compito missionario della Chiesa oggi?
“Ma certo. E personalmente ritengo che vada compreso a fondo, sottolineato e vissuto con coerenza il tema della povertà, che il Papa richiama così spesso, facendo eco al messaggio di Francesco d’Assisi. Questa indicazione di Bergoglio interroga i cristiani e la fede, è una traccia nel cammino di paradossalità che caratterizza le pagine del Vangelo. Chiaramente c’è la fatica di comunicare a questo mondo la sfida della povertà, testimoniandola nel quotidiano. Non ci può essere in questo senso da parte della Chiesa la tentazione di un ritrarsi alla mera dimensione mondana; i seguaci di Cristo non possono limitarsi a un compromesso al ribasso con il nostro tempo. Questa è una tensione estrema che deve vivere la Chiesa portatrice del messaggio di Cristo”.

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