VIDEO e Foto Festa San Giacomo della Marca, Vescovo Carlo Bresciani: far conoscere Gesù è il compito di ogni battezzato

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Di Simone Incicco e Floriana Palestini

MONTEPRADONE – Conclusi a Monteprandone i festeggiamenti in onore di San Giacomo della Marca.
Sabato 28 novembre alle ore 11.00 si è tenuta la solenne celebrazione presieduta dal Vescovo Carlo Bresciani che durante l’omelia ha affermato: “Celebriamo oggi il patrono di questa comunità di San Giacomo della Marca. Sappiamo che san Giacomo era un insigne giurista, avviato a una sicura carriera nel mondo, ma che a un certo momento ha scoperto un altro campo a cui dedicare le sue fatiche e il suo lavoro, in cui seminare e poi raccogliere messe abbondanti: il campo di Dio. Il vangelo ci riporta proprio a questo aspetto, quando Gesù inviando i 72 discepoli a due a due dice loro: “La messe è molta ma gli operai sono pochi; pregate dunque il Signore della messe perché spinga operai nella sua messe”. Che cosa c’è da seminare? La messe è piena dopo che è stato seminato.

Il primo seminatore è Dio, ma nella seconda lettura san Paolo ci parla della predicazione, dicendo che “la fede dipende dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo”. San Giacomo ha dedicato la sua vita a predicare il vangelo, mettendosi in cammino. Innanzitutto allora ciò che c’è da seminare è il Vangelo, la Parola, attraverso la predicazione. Gesù invia questi 72 discepoli, ma possiamo anche chiederci “chi è colui che deve predicare?”.
La prima risposta è ovvia, tocca al prete, tocca al vescovo, ed è vero. Ma la domanda è: solo al prete? Solo ai frati? Solo al vescovo? Spetta a voi invece, innanzitutto, questa predicazione della parola di Dio che vuol dire non tanto tenere l’omelia, ma annunciare, far conoscere, far amare la parola di Dio. Se consideriamo questa prospettiva, dobbiamo riconoscere che in virtù del battesimo che abbiamo ricevuto, il compito di far conoscere quel Gesù che noi amiamo e di farlo amare, non è solo dei preti, dei frati o del vescovo, ma di ogni battezzato. Se riflettiamo su cos’è il sacramento del matrimonio, che sta a fondamento della famiglia, comprendiamo che il matrimonio ha tanti aspetti, ma che la vocazione prima dei genitori è quella di annunciare Gesù ai propri figli, vivere il vangelo all’interno della famiglia.

E allora comprendiamo che questo seminare ci riguarda tutti, perché per i sacramenti Dio chiama ciascuno di noi, in maniera diversa ma non esclusiva: tutti siamo depositari di questa Parola da vivere e da conoscere.
San Giacomo si è preparato bene: è stato discepolo di san Bernardino per annunciare la parola di Dio. Bisogna prepararsi, conoscere; come possiamo farla conoscere se non l’abbiamo conosciuta noi? Come i nostri figli potranno vedere la fede se nessuno ha aiutato loro a conoscere la parola di Dio? E che cosa dobbiamo seminare? Abbiamo detto, la Parola; ma la Parola senza le opere di bene resta sterile. Non basta far conoscere Gesù se quella Parola che Gesù ci ha dato noi non la viviamo. Perché è attraverso il nostro viverla che mostriamo la ricchezza di vita che in essa è contenuta. Non possiamo delegare questo compito: è proprio in questa prospettiva di delega che non riusciamo più a capire la vocazione neanche del sacerdote, perché “tanto tocca a lui, tanto è compito suo”!

È vero, ma se questo compito del sacerdote non si incontra con la missione che attraverso i sacramenti ciascuno di noi ha ricevuto dal Signore, possiamo anche pregare il padrone della messe secondo quanto Gesù dice, ma rischieremo di pregare per altri e non per noi; pregheremo per qualcosa che devono fare gli altri, ma che non sentiamo un compito nostro. San Giacomo ha capito che era un compito suo e da lì ha scoperto la sua vocazione particolare: lasciare la professione, sia pure ben avviata e molto promettente, per affrontarne un’altra altrettanto promettente, altrettanto positiva, con un campo molto più ampio, che ha allargato per lui gli orizzonti anche fuori dall’Italia, per predicare con la parola e con le opere. È molto bella l’espressione che troviamo nella lettera ai Romani: “quanto sono belli i piedi di coloro che recano un lieto annunzio di bene”. Quanto merito hanno coloro che operano così, negli ambienti nei quali noi siamo: ho accennato alla famiglia, ci si potrebbe riferire al mondo della politica, dell’economia, del diritto.
Ogni cristiano, proprio perché tale, è chiamato a far conoscere Gesù, con la mitezza del cuore, con la bontà, le opere di bene. C’è un altro aspetto importante da cogliere: Gesù parlava a persone che credevano in Dio; gli israeliti credevano fortemente in Jahvé, il Dio dei profeti e dei patriarchi. Li ha mandati, ma dicendo loro anche qualcosa di più: pur credendo dovevano purificare il loro modo di pensare e di vedere Dio e di vivere il rapporto con Lui. I Settantadue li ha mandati a persone che già credevano, non tra i pagani: questo può significare che il nostro annunciare il vangelo non è soltanto in prospettiva di coloro che ancora non lo conoscono, che sono là fuori e in chiesa non vengono, ma è anche per una purificazione, per una conoscenza sempre nuova del vangelo, perché noi che lo conosciamo da vicino possiamo credere sempre più.
A questi Gesù dice “andate”: è vero che credono in Dio ma il volto di Dio che hanno davanti deve essere purificato; anche la nostra fede è in cammino, non è mai qualcosa di acquisito una volta per sempre, ma deve crescere nella meditazione della parola di Dio e nelle buone opere. Ecco che in questo si pone il pregare il padrone perché mandi operai. Qui ci sta anche la vocazione di speciale consacrazione. Siamo soliti collegare questo passo col pregare per le vocazioni religiose, ma la messe è molta anche in famiglia, è molta nella nostra società. In tutto questo ci deve essere la preghiera per le vocazioni rivolta a Dio, ma questo non significa che il sacerdote debba essere solo, non debba sentire accanto a sé una comunità che si fa carico dell’annuncio del vangelo, di costruire famiglie cristiane. Questo mi pare molto importante. Allora preghiamo con le intenzioni che Gesù ci ha suggerito all’inizio del vangelo, ma sentiamoci tutti chiamati; ciascuno si chieda a che cosa chiama me Gesù, lì dove sono. E forse per il futuro della mia vita, a che cosa mia chiama? Ad essere testimone della sua Parola, perché mi invia attraverso i sacramenti; ma proprio attraverso questa domanda scopriamo davvero la nostra vocazione, impariamo a viverla giorno per giorno, diventiamo veri devoti dei santi. La devozione dei santi è certamente conoscere la loro vita, capire come è stata bella la loro vita impostata sulla parola di Dio, per imitarli, perché anche i nostri figli diventino belli perché rechiamo il lieto annunzio di bene nel nostro mondo”.

Domenica 29 Novembre si sono chiusi i festeggiamenti in onore di San Giacomo della Marca. Alle ore 17.00 presso la Chiesa di S. Nicolò S. Ecc.za Mons. Marko Semren, vescovo di Banjo Luka, Bosnia Herzegovina ha presieduto la Santa Messa. Al termine della celebrazione è seguito il corteo processionale “aux flambeaux” verso il Santuario con i Sindaci e delegazioni comunali delle “Città della Rete di San Giacomo” e le Confraternite.

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