Quando i migranti poveri, sporchi e cattivi eravamo noi

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page

emigrazioneDi Emanuela Vinai

Chi non conosce la propria storia è destinato a ripeterla. Per questa ragione vale la pena visitare un luogo straordinario che spiega bene, e gratis, che nemmeno tanto tempo fa gli immigrati poveri, sporchi, cattivi, eravamo noi. E’ il Museo dell’emigrazione italiana (Mei), allestito nella ex Gipsoteca dell’Altare della Patria nel complesso del Vittoriano a Roma. Una raccolta unica, nel luogo simbolo dell’Unità d’Italia, di testimonianze, dati, oggetti che ci parlano dei milioni di italiani partiti – e ancora ne partono, ma adesso si chiamano expat – per cercare una vita migliore. Percorrerne le sale è un’esperienza altamente formativa per la comprensione dell’attualità.

Il contenuto è così simile a quanto vediamo in tv ai giorni nostri, che la sensazione di dejà vu frastorna. Ecco perché colpiscono le fotografie in seppia che ritraggono uomini, donne, bambini, famiglie: il mondo piccolo che ci si portava dietro partendo, il piccolo mondo che si ricostruiva all’arrivo. Accostarle alle istantanee a colori ritrovate sulle spiagge del Mediterraneo dopo ogni naufragio di migranti, è istintivo: ci scrutano gli stessi sguardi seri, gli stessi sorrisi, solo le stampe a colori tradiscono il divario temporale. Dal 1876 post Unità d’Italia (anno in cui si cominciò a contare gli espatri) e per un secolo, fino ai nostri anni ’70, più di 10 milioni di italiani sono partiti dal Sud e dalle isole, 5 milioni dal Centro, 5 milioni e mezzo dal Nord-Est, 5 milioni dal Nord-Ovest. In prevalenza erano originari del Veneto, Lombardia, Piemonte, Campania, Sicilia, Calabria.

Andavano verso Paesi che offrivano rifugio dalla fame, dalle persecuzioni politiche e razziali, dalla mancanza di futuro e ci arrivavano, per lo più, da irregolari.

“La clandestinità è per gli emigranti italiani condizione antica. Si calcolano in almeno 4 milioni quelli partiti senza documenti”. Ovviamente non mancavano già allora reti di guide e contrabbandieri, passeur e intermediari senza scrupoli che sapevano come aggirare leggi e giustizia.

Negli anni ’50, il boss di Cosa Nostra Alberto Anastasia si vantava di aver fatto entrare clandestinamente negli Stati Uniti “almeno 60mila connazionali evitando loro qualsiasi controllo”. Un sistema favorito dalla burocrazia sfiancante che faceva comodo a molti: se in Francia alla fine del 1946 i clandestini italiani si contavano nell’ordine dei 30mila (raddoppiati nei tre anni successivi) è anche perché gli imprenditori francesi li consideravano “una manodopera più ricattabile e in definitiva meno costosa”. Fa pensare alla criminalità organizzata odierna, solo che gli schiavi senza passaporto chini a raccogliere ortaggi per pochi spiccioli al giorno eravamo noi. Il viaggio? Pieno di incognite e di disagi, stipati “come bestie” sui vagoni dei treni e pieno di pericoli se per nave: al trasporto dei migranti sono assegnate – anche allora, guarda caso – le carrette del mare. Piroscafi in disarmo con almeno 23 anni di navigazione soprannominati vascelli della morte: non avrebbero potuto caricare più di 700 persone, ma ne ammassavano in condizioni disumane ben più di mille. Così, nei frequenti naufragi, i morti si contavano a centinaia: “570 sull’Utopia a Gibilterra, 549 sul Bourgogne al largo della Nuova Scozia, 550 sul Sirio a Cartagena”. Sembrano notizie fresche. E chi trovavano i sopravvissuti arrivando a destinazione? Spesso, come ora, il primo appiglio era dato dai religiosi, dalle associazioni, dai connazionali sul posto, ma non era sufficiente.

Il museo racconta la discriminazione, la xenofobia, la segregazione in ghetti

“giustificata dall’impossibilità del cafone proveniente da una civiltà statica e contadina di inserirsi in un contesto urbano dinamico e innovativo”. Allora ecco il riunirsi sempre tra conterranei, formando piccole comunità dove ricordare la patria lontana, mangiare i piatti tipici, cantare le proprie canzoni, festeggiare il Santo Patrono. Assomiglia a qualcosa di vicino vero? L’esercizio è facile, basta sostituire nomi, volti, folclore in qualunque reportage di oggi: se vi sembra di averlo già sentito ora sapete perché.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *