“Tutti siamo fratelli!”. L’abbraccio del Papa ai rifugiati del Centrafrica

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È un popolo in festa quello che incontra Papa Francesco recandosi in visita al campo profughi e rifugiati nella parrocchia del St. Sauveur, a Bangui, assistiti dal Centro Giovanni XXIII. Canti, balli tradizionali, cartelloni accolgono l’arrivo del Papa, in un’armonica confusione che lo lascia visibilmente commosso e impressionato.

Una giovane donna, in francese, esprime la gioia per la venuta del Pontefice: “Siamo orgogliosi e molto onorati che, nel mezzo dei molteplici impegni,  si è reso disponibile a prendere parte alle nostre gioie e dolori, alle nostre angosce e speranze”, dice.

Ma sono soprattutto i bambini ad attirare l’attenzione di Bergoglio: c’è chi lo tira dalla talare bianca, chi cerca di abbracciarlo, chi gli ronza intorno cantando e ballando. Proprio guardando ai piccoli e a quanto hanno scritto sui cartelli: “Pace”, “perdono”, “unità”, “amore”, Francesco prende spunto per il suo breve saluto a braccio, in spagnolo.

“Noi – afferma – dobbiamo lavorare e pregare e fare di tutto per la pace. Ma la pace senza amore, senza amicizia, senza tolleranza, senza perdono, non è possibile. Ognuno di noi deve fare qualcosa”. “Io vi auguro, a voi e a tutti i centrafricani, la pace, una grande pace fra voi”, aggiunge il Santo Padre. “Che voi possiate vivere in pace qualunque sia l’etnia, la cultura, la religione, lo stato sociale. Ma tutti in pace! Tutti! Perché tutti siamo fratelli. Mi piacerebbe che tutti dicessimo insieme: ‘Tutti siamo fratelli’”. E la gente ripete in coro, in francese: “Tutti siamo fratelli”.

“E per questo, perché tutti siamo fratelli, vogliamo la pace”, ha rimarca il Papa, impartendo a tutti la sua benedizione, unita alla consueta richiesta: “Pregate per me! Pregate per me, avete sentito?”. Dopo la visita al campo Profughi, il Santo Padre raggiunge la Nunziatura Apostolica di Bangui dove, alle 13, incontra i vescovi della Repubblica Centrafricana.

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