IsisDi Marco Bonatti

Non c’è guerra “giusta” per il buon motivo che quasi sempre le ragioni della guerra sono, quasi tutte, inconfessabili. Per questo esiste, ed è sempre più forte, la propaganda. I macellai dell’Isis, cresciuti con le nuove tecnologie, hanno fatto del “comunicare la guerra” l’arma efficace, propedeutica al terrorismo e alle azioni militari sul campo (e viene da chiedersi come mai il sofisticato mondo nostro, traboccante di tecnologia, riesca a fare poco o nulla su questo piano, se non amplificare acriticamente i messaggi dei massacratori). Ma proprio il combinato di guerra mediatica e brutali aggressioni ha messo la Francia (l’intero Occidente) di fronte alle proprie debolezze.
La maggiore di tali debolezze va cercata nell’intreccio di interessi, pubblici e privati, attraverso cui si filtrano le strategie commerciali, militari, politiche. La droga, gli armamenti, il petrolio, le mafie sono ragioni “forti”. Non tener conto di tali intrecci, non approfondirne la conoscenza significa rinchiudersi nel comodo recinto dell’ideologia e della religione strumentalizzata, e ridurre il conflitto alla sola facciata (“Occidente – libertà”, “Islam – oscurantismo”, eccetera).
È una strada battuta più volte, anche nel passato recente, quando la semplificazione dominante nei mass media ha messo tutte le “primavere arabe” nello stesso mazzo, senza distinguere fra Tunisia e Siria, fra Egitto e Libia (dove Francia e Inghilterra si sono affrettate a intervenire per “liberare” il Paese dalla dittatura di Gheddafi: ma non era lì da 40 anni? E le due potenze ex coloniali non sono le stesse che tentarono il blitz di Suez nel 1956?). Così ci siamo venduti da soli, in Occidente, l’idea giuliva che finalmente il mondo arabo si stava “modernizzando”, così come 10 anni prima avevamo dovuto accettare la “esportazione della democrazia” sulle baionette dei marines.

Le ragioni della guerra di oggi vanno collegate anche alla sciagurata campagna del Golfo del 2003. È da lì, concordano ormai tutti gli analisti, che si è riaperto il “vaso di Pandora” del Medio Oriente.

Il grave di quella guerra consiste tanto nell’assenza di un progetto strategico e politicamente chiaro quanto nell’adesione rassegnata degli alleati alle “emergenze” arroganti dettate da Bush junior e dal suo clan di petrolieri (Di recente l’ex primo ministro britannico Blair ci ha tenuto a dichiararsi “pentito” per aver mentito al suo popolo e al mondo sulle armi di distruzione di massa che Saddam Hussein non aveva: forse dobbiamo attenderci una nuova svolta nella strategia di propaganda di chi aveva voluto quella guerra?).
Ancora più indietro nel tempo non ci vuol molto a ricordare che la carta del Medio Oriente è ancora quella disegnata nel 1917 e poi nel 1920, quando Francia e Inghilterra dovevano spartirsi le rovine dell’Impero ottomano; e che gli Stati “nazionali” costruiti allora a tavolino, non hanno mai corrisposto ai reali “confini” della regione – la riprova viene dalla questione curda, tuttora irrisolta.
Oggi, dopo il massacro di Parigi, ci si dice che la guerra dell’Isis è un conflitto tra musulmani (sunniti contro sciiti, vecchi poteri organizzati contro nuovi gruppi emergenti). Forse è vero, ma certo la spiegazione è parziale: perché

questa guerra “islamica” sembra comunque aver bisogno di spettatori e di vittime che sono fuori dal Medio Oriente e dall’islam.

Nel gioco di specchi che è la regione i fondamentalisti sfruttano fino in fondo il vantaggio di smascherare le provocazioni all’Occidente: non parlano di droga armi e petrolio ma della “degradazione morale” di un continente che ha smarrito la via di Dio; e minacciano di attaccare Roma e il Papa non tanto per le antiche Crociate, quanto perché da Francesco è arrivata, forte e chiara, la condanna di chi strumentalizza il nome di Dio per farne bandiera di violenza e di odio. I migliori alleati dell’Isis in Europa non sono, oggettivamente, quelli che “reagiscono” alle bombe insultando tutti gli “islamici” e compattando così il “nemico” in un unico fascio emotivo?
Il fatto è che l’Occidente non è mai stato assente, dalla spartizione dell’Impero ottomano in poi, dalle polveri insanguinate del Levante; così come sempre presente è la Russia, comunque si chiami il regime di Mosca. L’Isis (e prima Al Qaeda) ha fatto da catalizzatore (anzi: da detonatore) alla crisi delle strategie e degli equilibri di questi ultimi 70 anni, dalla fine della guerra e dalla nascita dello Stato di Israele in poi. Oggi le potenze mondiali (il G20 è riunito in Turchia) sono obbligate a prendere atto che non vale più alcuna strategia di esclusione: la Russia come l’Iran, i Curdi come Israele, la Cina, il Sud America devono comunque “entrare in gioco” perché il rischio è davvero diventato globale.
Soprattutto, si direbbe, non c’è più spazio per l’unica strategia (se mai è stata tale) cinicamente “vincente” in questi 70 anni: e cioè mantenere sempre la guerra nella regione, ad alta o bassa intensità, giocando gli avversari gli uni contro gli altri, ribaltando alleanze, mescolando le carte del petrolio e delle trattative di pace. I barbari dell’Isis, senza alcun merito e senza alcun “valore aggiunto”, oggi ci costringono tutti ad assumere, a volto scoperto, le nostre responsabilità.