Abbiamo il dovere di vincere la “terza guerra mondiale a pezzi”

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guerraSiamo davanti a una guerra che si combatte su tre fronti: quello più convenzionale e prettamente militare si trova in Medio Oriente. C’è poi un fronte militare non convenzionale che si combatte a casa nostra con l’attività di intelligence in società sempre più multiculturali. Infine c’è un fronte eminentemente culturale, un fronte in cui si combatte una battaglia delle idee, una battaglia che ha al centro la natura dell’uomo, il suo senso e il suo destino

Gli attentati terroristici a Parigi non segnano l’inizio di una guerra, sono piuttosto un’altra battaglia della “guerra mondiale a pezzi” che Papa Francesco ha denunciato mesi fa e che da anni sta frantumando il sistema internazionale, convivendo con la globalizzazione e anzi essendo paradossalmente legata a essa in vari modi. Proprio perché si tratta di un fenomeno allo stesso tempo “mondiale” e “a pezzi”, serve capacità di discernimento per comprendere una situazione molto complessa e serve un nuovo modo di pensare per affrontarla. Non stiamo vivendo un’epoca di cambiamenti, ma stiamo vivendo un cambiamento di epoca, come ha detto sempre il Papa martedì scorso a Firenze, in un contesto che nulla aveva a che fare con il terrorismo, ma mostrando la consueta visione complessiva di lungo periodo, che non si lascia schiacciare sul particolare e sul contingente.

Gli attentati di Parigi, così come quelli nel quartiere sciita di Beirut e l’abbattimento dell’aereo russo decollato da Sharm el-Sheikh, sono collegati a quanto avviene in Siria e in Iraq, ossia alla lotta ingaggiata contro l’Isis.

Siamo davanti a una guerra che si combatte su tre fronti: quello più convenzionale e prettamente militare si trova in Medio Oriente. C’è poi un fronte militare non convenzionale che si combatte a casa nostra con l’attività di intelligence, in società sempre più multiculturali che non sempre sono in grado di rispondere adeguatamente alle sfide poste dalla trasformazione epocale della loro natura. Infine c’è un fronte eminentemente culturale, un fronte in cui si combatte una battaglia delle idee, una battaglia che ha al centro la natura dell’uomo, il suo senso e il suo destino. Questo fronte è ovviamente transnazionale, globale, e collega gli altri due.
Il fronte militare è il più facile da comprendere e probabilmente anche da affrontare, a patto di volerlo fare davvero. L’origine dell’Isis è complessa come il quadro globale in cui si inserisce. Ogni movimento armato ha bisogno per nascere di un ambiente che ne favorisca lo sviluppo e di un’ideologia che lo guidi.

La nascita dell’Isis è legata a una serie di errori commessi da molti attori: dittatori locali, potenze regionali che si combattono per procura, stati occidentali che con politiche avventuristiche e interessate hanno destabilizzato aree intere del Medio Oriente e del Nord Africa.

Ormai però è inutile recriminare sul passato. L’Isis non si inserisce (seppure con la forza) nelle logiche del sistema internazionale così come lo conosciamo, ma mira a sovvertirlo, peraltro con metodi di inaudita brutalità. Per questo motivo è necessario fermarlo. Finalmente, sembra che fra la Conferenza di Vienna sulla Siria e il G-20 in Turchia si stia sviluppando una trama diplomatica che coinvolge tutti gli attori importanti dell’area, compresa l’Arabia Saudita e l’Iran.
Sul secondo fronte, quello del terrorismo in Europa e negli Stati Uniti, è necessario intensificare l’attività d’intelligence e fare di tutto per fermare le cellule terroristiche mentre si stanno organizzando, perché presidiare ogni possibile obiettivo di attentati è tecnicamente infattibile. I terroristi si muovono da uno stato all’altro, comunicano, collaborano. E’ fondamentale pensare e agire all’unisono, aumentare la collaborazione fra i servizi e i corpi di polizia, come nell’indagine che ha portato all’arresto di 17 persone in tutta Europa proprio la scorsa settimana. È però cruciale anche ripensare le nostre società, trovare forme giuste ed efficaci di gestione della multiculturalità, perché (per usare una sola immagine) le banlieue parigine sono nelle stesse pessime condizioni in cui versavano dieci anni fa, all’epoca delle famose rivolte. Qui giungiamo al terzo fronte, il fronte culturale e ideale. L’Europa, è ancora in grado di proporre un’idea di società fondata sul rispetto per ogni vita, che esca dall’egoismo, sia rivolta alla solidarietà, sia davvero integralmente umana e dunque incomparabilmente più giusta e attraente dell’odio propagandato dai fanatici dell’Isis? Solo se vinceremo questa sfida per una nuova Europa e una nuova epoca insieme ai musulmani contrari al terrorismo che abitano fra noi, potremo vincere la “terza guerra mondiale a pezzi”.

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