Ue, una nuova Cortina di ferro tra solidarietà e sovranità

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UEDi Thomas Jansen

Possiamo ancora definire l’Unione europea una comunità di valori? Rispetto ai tantissimi rifugiati che da mesi immigrano senza sosta nei Paesi Ue, sperimentiamo l’incapacità degli Stati membri di accordarsi su una saggia politica di distribuzione delle responsabilità per adempiere in modo più efficace ai più semplici dettami di umanità e di solidarietà. I governi di alcuni Stati aderenti rifiutano di offrire solidarietà non solo ai rifugiati, ma anche ai loro vicini e scaricano su di essi i problemi connessi con l’accoglienza e la cura dei disperati e dei richiedenti asilo. Questo avviene in nome di un dubbio appello alla sovranità nazionale.Sono temi dei quali si discute al summit convocato per oggi e domani, 11 e 12 novembre, a La Valletta, capitale maltese.Ebbene, il governo ungherese ha eretto una recinzione per rendere impossibile l’immigrazione e per reindirizzare il flusso di persone nei Paesi limitrofi. Altri governi stanno pensando di fare la stessa cosa. In Serbia, i nuovi arrivati sono dirottati in Croazia e da lì alla Slovenia, in Slovenia all’Austria e quindi alla Germania. Solo qui è offerta loro una sistemazione e una registrazione organizzate. Con sempre maggiori difficoltà, dovute al flusso inarrestabile e al numero enorme dei nuovi arrivi. In Germania, quest’anno, da gennaio a ottobre, sono arrivati più di 800mila richiedenti asilo; ogni mese se ne aggiungono altre migliaia.
Un primo accordo tra gli Stati membri dell’Ue per una soluzione parziale – secondo cui una parte dei rifugiati che erano stati provvisoriamente accolti in Italia e in Grecia doveva essere ridistribuita (si è parlato di 160mila persone) – viene rispettato con esitazione. Molti capi di governo non mantengono le promesse pubblicamente fatte a Bruxelles.

Dov’è la solidarietà tra gli Stati? Dov’è la solidarietà verso i rifugiati? Dov’è la giustizia? Dov’è la responsabilità verso gli altri esseri umani? Dov’è l’obbligo umanitario?

Oltre alle istituzioni statali dei Paesi, ci sono istituzioni e realtà che si sentono responsabili per la protezione e la cura dei rifugiati e soprattutto tanti volontari che fanno un grande lavoro per iniziativa privata o come membri di organizzazioni caritative, fra cui molte di queste promosse dalla Chiesa cattolica e dalle altre religioni. Realtà caritative e volontari mostrano ovunque ci sia una mancanza di servizi pubblici – nelle isole greche, nell’Italia meridionale, nei punti focali dei Paesi di transito sulla rotta dei Balcani, presso il braccio di mare tra Francia e Regno Unito, così come nei Paesi ospitanti – il volto dell’Europa amichevole, improntato sui valori di base comunitari.
È giustificata, dunque, l’affermazione di alcuni governi secondo cui il progetto di unificazione basato su valori comuni sia fallito? Spesso sono i detrattori dell’unificazione europea e gli euroscettici a calunniare l’Unione europea, per un riflesso nazionalista, negandole la qualità di “comunità di valori” e trovando purtroppo argomenti nel modo in cui viene affrontata la crisi dei rifugiati. Anche per questo è importante insistere nel vedere e riconoscere l’Unione europea come una comunità di valori. Poiché è prima di tutto una rivendicazione di un punto di riferimento rispetto al quale l’Ue si orienta e su cui dovrebbe crescere nella sua realtà politica. Non si dovrebbe rinunciare con facilità a quest’affermazione a motivo della delusione per la cattiva condotta di alcuni governi. Perché così si rinuncerebbe anche all’ambizione, che è una forza trainante fondamentale per l’unificazione dell’Europa e per il raggiungimento dei valori ad essa associati.
Perché l’Europa egoista, fissata con i suoi Stati-nazione, che mostra la sua brutta faccia in questa crisi, non ha molto a che fare con il progetto – già in gran parte realizzato – dell’Unione europea. L’Europa dei muri non ha a che fare con quella progettata dai padri fondatori Schuman, De Gasperi, Adenauer, e proiettata verso il futuro. Per mezzo di azioni solidali e politiche di ampio respiro, nonché di fondi e aiuti allo sviluppo, si è riusciti nel corso degli ultimi decenni a trasformare l’Europa proprio in una comunità fondata su valori: questa è l’Unione europea.
Colpisce il fatto che oltre al Regno Unito, che ha sempre svolto un ruolo particolare e ha respinto l’idea di “comunità” (come accade in questi giorni con le posizioni espresse dal premier Cameron in vista del referendum sul Brexit), anche Paesi dell’Europa centro-orientale che nell’ultimo decennio si sono aggiunti all’Ue, facciano particolare difficoltà a comportarsi in maniera solidale. La loro appartenenza si basa ovviamente sull’idea errata che l’Unione europea sia una compagnia di assicurazioni, le cui risorse si possono ottenere a fronte di un modesto contributo per risolvere i propri problemi di natura materiale.
Se l’Ue si dovesse frantumare per il disaccordo rispetto a questa crisi umanitaria, la rottura si consumerebbe sulla linea di demarcazione tra i membri orientati alla solidarietà e alla comunità e quelli che preferiscono difendere la propria sovranità senza prospettive.

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