Gaza, una Porta aperta nella prigione a cielo aperto più grande del mondo

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GazaUna Porta Santa aperta nella prigione a cielo aperto più grande del mondo. Ma a varcarla saranno in poco meno di 200, tanti sono i fedeli della piccola comunità cattolica della Striscia di Gaza, tutti raccolti nella parrocchia della Sacra Famiglia, nella zona di al-Zeitun, il quartiere orientale. “Un piccolo gregge” guidato dal  parroco, padre Mario da Silva, religioso brasiliano dell’Istituto del Verbo Incarnato, che ha preso il posto del confratello argentino padre Jorge Hernandez. Con il resto della popolazione palestinese della Striscia, oltre 1,5 milioni di abitanti tutti di fede musulmana, le poche famiglie della parrocchia condividono le drammatiche condizioni di vita. Le guerre, ben tre in nove anni (2006, 2008-2009 e 2012), scoppiate tra Hamas, che governa la Striscia, e Israele, dopo il ritiro di quest’ultimo nel 2005, hanno lasciato tante vittime, macerie e un popolo in ginocchio, privato di acqua, luce, carburante, materiali per la ricostruzione e generi di prima necessità. Asfissiati dal blocco israeliano in atto dal 2007, che limita fortemente ogni accesso sia di merci che di uomini, i gazawi vivono prigionieri nella loro stessa terra.

L’odio cresce tra le macerie. “Qui c’è tanto da fare – spiega padre Mario – nelle zone più colpite di Beit Lahiyah, Beit Hanoun, Shujaya, Khan Younis e Rafah la ricostruzione, dopo i bombardamenti dell’ultimo conflitto, procede con lentezza. La disoccupazione è drammatica. Quella giovanile si attesta al 40%. Non ci sono soldi per vivere. E i giovani non possono emigrare perché non viene loro permesso. Possiamo contare solo sugli aiuti umanitari esterni, quando viene concesso di entrare nella Striscia”. Sostegno alla società gazawa giunge anche dalla comunità cristiana locale grazie “alle cinque scuole che gestisce, a un ospedale, a una casa di accoglienza e ad altri segni visibili come la clinica mobile di Caritas Gerusalemme”. Si tratta di gesti concreti, aggiunge padre Mario, “resi possibili solo grazie a tante Chiese del mondo.

Vivere in questa grande prigione a cielo aperto non fa che alimentare nella popolazione risentimento, rancore e senso di impotenza”.

E racconta di tre ragazze palestinesi di fede cristiana che vogliono sposarsi in una località venti km fuori dalla Striscia. “Sto cercando di ottenere per loro un visto per uscire. Il rifiuto israeliano di concederlo acuisce sentimenti di rancore e di odio dovuti alla mancanza di libertà”. E

“l’odio che si percepisce a Gaza è davvero grande”

riconosce senza troppi giri di parole il parroco. “Nel nostro piccolo cerchiamo di spargere semi di perdono e di riconciliazione, innanzitutto fra di noi. Tra i cristiani possiamo predicare il Vangelo ma non tra i musulmani con i quali cerchiamo di tessere relazioni di rispetto e conoscenza anche attraverso la solidarietà. Muoversi in questo clima di odio è difficile, e sono convinto che più di tante parole valga l’esempio. Vivere in armonia ci fa stare meglio soprattutto se intorno a noi trionfano abusi e ingiustizie”.

Giubileo, tempo di grazia. L’apertura del Giubileo della Misericordia, indetto da Papa Francesco, dice padre Mario è, per i cristiani di Gaza, “come un bicchiere di acqua fresca per l’assetato, un tempo di verifica e di impegno per proseguire con coraggio sulla strada tracciata dal Vangelo”. “E pensare – rivela sorridendo – che all’inizio erano due le Porte Sante previste nella diocesi: una a Nazareth e l’altra nella basilica del Getsemani, presso l’Orto degli Ulivi, a Gerusalemme. Abbiamo detto al patriarca Fouad Twal che sarebbe stato impossibile, per noi, uscire dalla Striscia per venire a celebrare il Giubileo. Così ha voluto che nella nostra parrocchia fosse aggiunta una terza porta santa. Sarà lo stesso patriarca ad aprirla il 20 dicembre in occasione della tradizionale celebrazione natalizia”. Ora davanti al piccolo gregge di Gaza c’è un Anno Santo tutto da vivere. “Ma come si può parlare di perdono a un popolo arrabbiato? Seguendo l’esempio di Gesù – è la risposta secca di padre Mario – anche lui viveva in un tempo di dominazione e di ingiustizia.

Gettiamo semi di misericordia, sperando che un giorno possano germogliare. Innaffiamo questi semi con la preghiera e l’esempio personale e comunitario”.

I timori, certo, non mancano. A Gaza ci sono anche i lupi e il “piccolo gregge” di padre Mario lo sa bene. “Inutile nasconderlo, abbiamo paura, anche se le autorità locali non ci abbandonano” afferma il parroco. Chiaro il riferimento ad un rinascente integralismo islamico, a episodi di danneggiamento della chiesa, di sassaiole opera di giovani e a notizie su possibili infiltrazioni dello Stato Islamico nella Striscia. “La persecuzione esiste – conclude – ma noi siamo chiamati a rimanere fedeli e a predicare misericordia e perdono. Quello che ci aspetta è un tempo di grazia per tutti”.

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