Prof. Giovanni Tridente “perso il fine ultimo del lavoro giornalistico”

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TridenteDa Zenit di Antonio Gaspari

Rubare documenti riservati. Registrare in maniera truffaldina  commenti e reazioni del Pontefice. Trafugare e pubblicare senza autorizzazione comunicazioni e documenti segreti. Non è solo una violazione della privacy, ma si tratta di un vero e proprio reato, come ha sottolineato oggi lo stesso Francesco durante l’Angelus. Un reato che viola tutte le regole della professionalità giornalistica, sia nei metodi disonesti in cui le informazioni vengono carpite, che nella intenzione malevola dalla pubblicazione. Eppure sono veramente pochi i giornalisti che si sarebbero rifiutati di utilizzare il materiale informativo che alcune persone all’interno del Vaticano hanno trafugato e passato all’esterno. Ma veramente il giornalismo deve essere svolto oggi con gli stessi criteri di iene che non hanno scrupoli nel violare le regole professionali pur di scovare scandali e cattive notizie? Come si stanno comportando i giornalisti nei confronti di libri appena pubblicati, scritti grazie a informazioni riservate trafugate da “corvi” all’interno delle mura vaticane? ZENIT lo ha chiesto al professor Giovanni Tridente, docente di Etica dell’Informazione e Position Papers nella Facoltà di Comunicazione Istituzionale della Pontificia Università della Santa Croce.

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Prof. Tridente, come giudica il modo in cui i giornalisti stanno affrontando il cosiddetto caso Vatileaks?

Purtroppo bisogna riconoscere, nostro malgrado, che nell’odierno contesto culturale, il fine ultimo del lavoro giornalistico e del compito informativo in generale, si è un po’ sbiadito; molto spesso manca la consapevolezza che il nostro lavoro è indirizzato a delle persone, che si aspettano da noi un servizio, dal quale sperano di ricevere qualcosa di positivo. Informare è in un certo senso formare, dare alle persone dei “contenuti” – certamente nuovi – che accrescono il loro bagaglio di conoscenze rispetto a determinate questioni che li riguardano o quantomeno li interessano. Ed è proprio di questo “pubblico” così bistrattato che ci dovremmo piuttosto occupare… Per esempio, in tutto quello che sta accadendo in questi giorni, la mia preoccupazione e il mio pensiero vanno alle anime semplici dei fedeli, sparsi ovunque, che disconoscono i meccanismi della Curia Romana, del cosiddetto “Vaticano”, e possono essere indotti allo scoraggiamento e alla delusione. Certamente, le cose – anche quelle che fanno male – bisogna raccontarle, ma con professionalità, puntando a fare in modo che il mio pubblico “vada via” dalle storie che raccontiamo con un quadro chiaro e non piuttosto confuso. Secondo me, guardare soltanto ad aspetti sensazionali o scandalistici, dimenticandosi del grande bene che la Chiesa fa nel mondo e a tante persone, oltre che facile da fare rappresenta anche un disservizio informativo.

Quale sarebbe uno dei modi migliori per affrontare queste tematiche?

Raccontare le cose complicate può avere una doppia prospettiva: farlo in superficie, guardando a ciò che di per sé è visibile ad occhio nudo, oppure farlo in profondità. Le vicende di questi giorni, viste in profondità, ci dicono almeno tre cose. La prima è che la Chiesa ha il coraggio di correggere gli errori e lo fa a viso aperto, senza tentennamenti e in maniera irreversibile: lo abbiamo visto con la pedofilia, lo stiamo vedendo con il denaro. Aggiungerei che questo coraggio manca a tante altre istituzioni civili; la cosa buona è che possono sempre prendere esempio. L’altra cosa è che il tema di come la Chiesa usa il denaro è tanto gettonato perché in fondo, anche le persone distanti dalla fede, nutrono grandi aspettative sulla Chiesa, e non possiamo deludere queste aspettative. Dopotutto, il Vangelo si vive nella concretezza della quotidianità e non soltanto a parola, diffondendolo. Terza cosa: essere trasparenti non basta, bisogna vivere la trasparenza, e questo a maggior ragione nell’uso del denaro. Questo non è impossibile, nonostante le miserie umane che ci sono e sempre ci saranno… Infatti vorrei capire e verificare quanti servizi giornalistici  si sono focalizzati in questi giorni sulle innumerevoli persone virtuose, sacerdoti eroici, religiosi che lasciano ogni cosa per amore del prossimo, semplici impiegati della Curia che evangelizzano il mondo con la loro vita… ecco, io guarderei anche a loro!

Come mai si è propensi, da giornalisti, a pubblicare materiale confidenziale e riservato?

Che si sia perso il fine ultimo del lavoro giornalistico – servire il lettore e la sua persona – ha comportato con sé anche l’avanzamento di altri “idoli” professionali: a volte si tratta di una semplice questione di interessi economici – un vero paradosso in questi casi -, altre volte è pura vanità o vanagloria… e ciò che si serve non sono più, o non sono mai stati gli altri, ma se stessi. Eppure non dobbiamo perdere la speranza: con un po’ di pazienza e voglia di voler approfondire, ciascuno di noi è in grado di capire dove si nasconde il tranello, e tornare a sognare e vivere un mondo più corretto, e sicuramente più giusto.

Quale deve essere l’atteggiamento di un cristiano di fronte ad avvenimenti come questi?

C’è un cristiano coinvolto direttamente – penso ad esempio ai comunicatori istituzionali – e un cristiano “spettatore”. Ai primi urge la consapevolezza che i giornalisti hanno fame e sete di notizie, o contenuti informativi, e se lasciamo vuoto lo spazio che potremmo occupare – ad esempio in maniera pro-attiva, con intelligenza professionale – ci penserà qualcun altro a riempirlo, anche a volte parlando “a nome nostro” e quantomeno con contenuti poco salubri. Al cristiano “spettatore” voglio dare un incoraggiamento: Cristo ha già vinto il mondo, per cui possiamo sentirci al sicuro. Tuttavia, non possiamo abdicare ad altri la nostra capacità di pensare, riflettere, maturare e anche credere. Allora in questi casi bisogna animarsi di santa pazienza, valutare l’attendibilità delle circostanze, puntare alla luce seppur fioca in fondo al tunnel, piuttosto che guardare a terra o addirittura indietro. Poi è vero, come dice Papa Francesco, che il nostro cammino di santità non deve temere il conflitto, ma nutrire il desiderio di superarlo, forse eluderlo, con costanza e molta pazienza, che poi sono la stessa faccia del coraggio: il coraggio di voler essere santi, pur nei limiti delle nostre miserie.

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