Italia, fuori dalla crisi dei sette anni? Sì, forse, quasi…

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lavoroDi Luigi Crimella

Ecco qui di seguito titoli di articoli tratti da alcuni giornali italiani sul tema della “ripresa economica”, pubblicati negli ultimi giorni: “L’Italia è fuori dalla recessione ma la ripresa è tiepida”, “La disoccupazione scende all’11,8% a settembre. Ma diminuiscono anche gli occupati”, “In Italia lavora una persona su tre e aumentano gli inattivi”, “Il Pil cresce oltre le stime, migliora l’occupazione ma il bonus assunzioni non sarà eterno”, “In Italia c’è una ripresa ma la cura va continuata”, “La ripresa c’è, il Pil potrebbe salire oltre lo 0,7%”. I lettori avranno notato quel gioco avversativo presente quasi in tutti i titoli: “la ripresa c’è … ma….”. Questo è il punto: negli ultimi mesi, complici fattori macroeconomici probabilmente irripetibili (calo del prezzo del petrolio, denaro in abbondanza dalla Bce, cambio dell’euro favorevole) non si fa altro che tifare per una ripresa che dovrebbe mettere fine a 7 anni di crisi, dopo il crollo della Lehman Brothers negli Stati Uniti. Ne parlano tutti i principali protagonisti: il presidente della Repubblica Mattarella, quello della Confindustria Squinzi, il presidente del Consiglio Renzi, il ministro dell’economia Padoan, il governatore di Bankitalia Visco e tanti altri. Ma è proprio così? Per capire come stanno davvero le cose abbiamo interpellato un paio di economisti italiani.

Quello sguardo favorevole dei “mercati finanziari”. “Non vi è dubbio che la ripresa ci sia e lo denota la concordanza di vari dati, dall’occupazione con un netto incremento di posti stimato attorno ai 350mila, al continuo rialzo delle previsioni di crescita per quest’anno, che erano allo 0,6% e ora sono intorno allo 0,9%, all’atteggiamento favorevole verso l’Italia dei ‘mercati finanziari’, col calo dello spread e i tassi negati su quasi il 20% del debito italiano”: così si esprime il prof. Alberto Quadrio Curzio, presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei e già preside e docente emerito di economia politica all’Università Cattolica di Milano. Potrebbero non mancare alcuni “fattori di disturbo”, aggiunge, citando una non augurabile opposizione della Commissione europea alla “flessibilità” chiesta dal governo su riforme, investimenti e migrazioni. “Lo sapremo presto”, prosegue ricordando anche la richiesta di una “bad bank” per assorbire le partite deteriorate delle banche del paese e le riforme del lavoro col Jobs Act e la detassazione del salario di produttività. Il quadro è abbastanza rivolto al bello, quindi, per Quadrio Curzio che ricorda poi la “scelta coraggiosa e controversa di alleggerire il gravame fiscale sulla prima casa” che “dal punto di vista della psicologia economica può rafforzare la fiducia delle famiglie, che per l’80% sono proprietarie di case”. Mettendo insieme al taglio della Tasi i bonus per le ristrutturazioni edilizie e il risparmio energetico e aggiungendovi gli 11 miliardi previsti per le opere pubbliche, secondo Quadrio Curzio “dovremmo trovarci davanti a un moltiplicatore economico molto potente, di cui per una parte rilevante beneficerebbe il Mezzogiorno dove si vedono finalmente piccoli ma evidenti segnali di ripresa”.

La misura davvero utile sarebbe il “reddito minimo”.
“Oltre ai noti fattori favorevoli di euro, denaro Bce e petrolio, a confermare la bontà della ripresa in atto ci sono i dati sul denaro che torna a trasferirsi alle famiglie con nuovi mutui, l’acquisto di case e la ripresa dei consumi”: così il prof. Leonardo Becchetti, docente di economia politica all’Università Roma Tor Vergata, spiega la sua visione abbastanza positiva sulla ripresa economica, anche se non nasconde alcuni elementi “meno favorevoli”. Cita, ad esempio, come “nella manovra appena varata la componente del rilancio del potere d’acquisto resti abbastanza timida” e che “le misure espansive sono piuttosto limitate”. “Soprattutto – avverte – la manovra fiscale non è stata abbastanza progressiva”. Becchetti sostiene poi che il “Jobs Act è stata una mossa strategica per competere con il costo del lavoro più basso in numerosi paesi, come India, Cina, Turchia, Polonia”. “Dover rendere il mercato del lavoro più flessibile verso il basso non è certo l’idea preferita in economia, lo si deve accettare obtorto collo! – ammette -. Però qualche risultato comincia a vedersi, a partire da una aumentata propensione delle aziende a creare domanda di lavoro”. L’economista di Tor Vergata sottolinea poi una cosa: “Una misura che sarebbe davvero utile sia per motivi di equità sociale, sia per la lotta alla povertà, sarebbe quella del ‘reddito minimo’. Siamo gli unici, insieme alla Grecia, a non averlo nel nostro sistema di welfare. Mi pare che questo debba essere il prossimo passo verso cui puntare. Occorre saper trovare le risorse per realizzarlo”.

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