Erdogan presidente, dopo il voto come ridare fiducia al popolo turco

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erdoganDi Daniele Rocchi

Un voto per la stabilità e la governabilità. Il popolo turco ha espresso democraticamente la sua volontà andando a votare praticamente in massa premiando il partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp) del presidente Erdogan. Dopo il passaggio a vuoto nelle elezioni dello scorso giugno, quando perse la maggioranza assoluta, Recep Tayyip Erdogan si è ripreso la Turchia che guidava da oltre un decennio. Con il 49,4% dei voti e 316 seggi (su 550), il presidente turco riporta il suo partito Akp al successo sfondando nell’elettorato nazionalista. Un risultato, quello delle elezioni del 1 novembre, che va ben oltre le previsioni dei sondaggi. Con un’affluenza alle urne che ha sfiorato il 90% e oltre 23 milioni di voti raccolti, l’Akp supera il record del 2011 senza però raggiungere la soglia necessaria (330 seggi) per promuovere il referendum per dare alla Costituzione l’impronta presidenzialista che Erdogan ha sempre sognato. Tuttavia gli sono sufficienti per governare da solo, senza bisogno di alleati ingombranti.
Una iniezione di fiducia. A spingere i turchi di nuovo nella braccia di Erdogan, il Sultano, la paura di cadere nel caos e nell’instabilità interna, come spiega don Domenico Bertogli, parroco di Antiochia, nel Paese della Mezzaluna dal 1966. “L’immobilismo del partito nazionalista Mhp che aveva ottenuto molti consensi nel voto dello scorso giugno ma incapace di formare una coalizione di governo è stato fatale. Quello turco è un popolo intelligente e con Erdogan ha scelto la governabilità. Lo ha fatto in modo molto democratico con un’affluenza alle urne altissima, degna di un grande Paese”. A reggere l’urto dell’Akp è stato il partito filo-curdo Hdp che, come a giugno scorso, è riuscito ad entrare in Parlamento con 59 seggi superando la soglia di sbarramento record del 10%. Crollato il nazionalista Mhp (41 seggi), il secondo partito turco è il laico e socialdemocratico Chp che va all’opposizione con il 25,4% e due seggi guadagnati (134). Lungi dall’esprimere giudizi politici, il missionario cappuccino, parlando “a titolo personale” riconosce a Erdogan il merito di aver “dato alle minoranze del Paese, come quella cristiana, il giusto rispetto cominciando a restituire, in alcuni casi, i beni espropriati nel tempo dallo Stato”. “Ora bisogna ridare fiducia al popolo turco” aggiunge padre Bertogli. La Turchia che si è recata alle urne è ancora scossa dalla strage terroristica di Ankara di meno di un mese fa e preoccupata dalla possibilità di contagio dei conflitti siriano e iracheno alle sue porte e non di meno dall’enorme afflusso di rifugiati e profughi di guerra. E la fiducia si crea anche con l’economia: “le reazioni della Borsa ai risultati elettorali sono state positive. Speriamo che con il nuovo Governo possa ripartire anche l’economia e la fiducia della gente. I turchi vogliono essere governati. Sono certo che con questo voto troveranno pace tutte le componenti della Turchia. A cominciare dai curdi con i quali è necessario dialogare”. Da Istanbul, dove è vicario apostolico, monsignor Louis Pelâtre, rimarca “la grande affluenza alle urne segno evidente della voglia di stabilità del popolo. E bisogna dire che ad oggi non vi erano alternative. Tante sono le sfide che attendono il Paese, e tra queste quella dei migranti che hanno letteralmente invaso la Turchia”. Dal canto suo “la piccola Chiesa cattolica turca – dice il vicario – continuerà a fare la sua parte. Non siamo molti e non ci interessiamo di politica, ma daremo come sempre fatto il nostro contributo alla crescita del Paese e del suo futuro perché sia tranquillo e pacifico”.
Più stabilità e meno aperture. Qualche perplessità sulla capacità dell’Akp di garantire una pace interna al Paese viene espressa dal padre domenicano Alberto D’Ambrosio, per undici anni in Turchia ed esperto di islam turco. In una dichiarazione alla Radio Vaticana il religioso ricorda che “rispetto a più di dieci anni fa, quando il partito Akp ha preso il potere, la situazione geopolitica è notevolmente cambiata. Prima c’era qualche problema con la Siria ma lo Stato islamico non preoccupava. Quindi sì, è un voto da cui si prevede più stabilità ma meno apertura democratica”. A risentirne potrebbe essere anche il dialogo interreligioso, anche se, spiega il domenicano, “la parte cristiana ed ebraica del paese sono in netta minoranza. Quindi, più che un dialogo che c’è e che ci sarà non fosse altro perché è estremamente conveniente, non sarà visibile nei fatti, per una questione di numeri”.

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