Grottammare, la Confraternita dell’Addolorata si rinnova, ma non dimentica le proprie origini

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Don Giorgio Madonna Addolorata (1)GROTTAMMARE – Domenica 1 novembre si è svolta alle ore 11,30 nella chiesa di San Giovanni Battista a Grottammare la messa per la confraternita dell’Addolorata, presieduta da Don Giorgio Carini. Dopo la funzione, è stato ricordato che a fine novembre verrà rinnovato il consiglio direttivo della confraternita, pertanto si svolgeranno delle assemblee che precederanno la votazione. Don Giorgio ha ricordato che la Confraternita della “Passione e morte di Gesù e dei dolori di Maria Vergine”, più brevemente detta “dell’Addolorata” nell’800 gestiva l’ospedale “Madonna degli Angioli” che era collocato più a nord del paese e che si occupava degli ultimi istanti dei diseredati, degli ultimi, dei poveri, come pure del loro funerale, per evitare che ci fosse discriminazione pure in morte tra ricchi e poveri.
Don Carini ha ricordato che in passato non esisteva alcuna forma di assistenza , per cui erano solo le confraternite che prestavano gratuitamente la carità agli ultimi. In Italia le confraternite si diffondono a partire dall’anno 1000. Erano operanti soprattutto in missioni umanitarie negli ospedali e tra i poveri colpiti da malattie. Nel Medio Evo c’era l’assoluta mancanza di una qualsiasi forma di assistenza pubblica e delle più elementari garanzie specialmente per i poveri. Dalle confraternite religiose discendono anche le corporazioni delle arti e dei mestieri, ossia le più antiche forme di sindacato, chiamate in origine “Monti di Pietà” e poi: “Società operaie di mutuo soccorso”.

Vi appartenevano esponenti di vari strati sociali, spesso anche nobili.
I confratelli assistevano le vedove e gli orfani nei casi di difficoltà economiche, nelle infermità, nella difesa dai soprusi della legge, dalle prevaricazioni e dalle persecuzioni dei potenti. Assistevano anche gli ammalati, gli incurabili, i carcerati, i condannati a morte, davano la dote alle giovani più derelitte e povere, che rischiavano pertanto di cadere, per fame, nella prostituzione, unica loro prospettiva di sopravvivenza; Si prodigavano per il recupero delle persone deviate e quindi delle prostitute pentite, degli ex detenuti, persone allontanate e rifiutate dalla società..si impegnavano nel riscatto dei cristiani caduti schiavi dei saraceni. Di grande valore umanitario fu poi l’assistenza agli ammalati contagiosi , che nessuno voleva avere vicino e la pietosa opera di sepoltura dei morti abbandonati, degli assassinati, dei poveri, delle vittime nelle epidemie, degli stranieri, degli sconosciuti… Per l’adempimento di quelle pietose opere di notevole contenuto cristiano, morale e civile, ma ancora per testimoniare fede, umiltà, carità e penitenza, fu necessario indossare un saio e non mostrarsi pubblicamente, nascondere la propria identità, negare il proprio volto coprendolo con un cappuccio, annullando in tal modo completamente la propria personalità, da cui la tradizione tuttora in uso in molte congregazioni, ciò, non molti lo sanno, per non farsi ringraziare da nessuno. Infatti il bene si fa di nascosto, non in piazza , come dice Gesù. Le Confraternite pertanto sono associazioni cristiane fondate con lo scopo di suscitare l’aggregazione tra i fedeli, di esercitare opere di carità e di pietà e di incrementare il culto e l’amore a Cristo. Sono costituite canonicamente in una Chiesa con formale decreto dell’Autorità ecclesiastica che sola le può modificare o sopprimere ed hanno uno statuto, un titolo, un nome ed una foggia particolare di abiti. I loro componenti conservano lo stato laico e restano nella vita secolare; essi non hanno quindi l’obbligo di prestare i voti, né di fare vita in comune, né di fornire il proprio patrimonio per la confraternita, anche se la “vestizione” di fatto è una promessa fino alla morte di appartenenza e fedeltà alla Chiesa..
IL CORDIGLIO – E’ un cordone con nodi che i frati e le monache portano sopra l’abito o un cordone terminante con due nappe indossato dai membri della confraternita. Serve per cingersi i fianchi in segno di penitenza, (in tutto l’antico testamento si fa cenno alla cintura o cintola come segno di contrizione) e da questo pende solitamente una corona del rosario: è il sistema di dire tutti la stessa cosa, ossia l’invito a pregare Maria, camminando insieme.
LA CAPPA – Consiste in una veste di tela nera lunga fino al collo del piede (in modo da nascondere gli abiti indossati, che potevano in qualche modo, far riconoscere la casta di chi compiva l’opera buona).
LA BUFFA (Cappuccio delle cappe di alcune confraternite) – Oramai attributo solo simbolico delle confraternite, era confezionato con la stessa stoffa della veste e a questa cucito. Serviva a coprire il volto di chi compiva l’opera buona, per discrezione, per non essere riconosciuti dal beneficiato e quindi per non essere ricompensati. Oggi il cappuccio ha solo una funzione decorativa, ma il significato è profondo. I confratelli e le consorelle indossano ancora oggi la veste nella bara, affinchè la “veste” fino alla morte sia segno di appartenenza alla Chiesa ed alla fedeltà al Vangelo. Le Confraternite moderne oggi si vanno “reinventate”, reinterpretando il reale, ma senza dimenticare i valori originari, di nascondimento, umiltà, preghiera e soprattutto assistenza ed attenzione agli ultimi e ai dimenticati. Per chi volesse provare ad essere “ammesso” – è questo il termine esatto, difatti l’iscrizione non è immediata.. alla confraternita o volesse anche solo informarsi oppure fare un periodo di prova, telefonare al 320 936 9758 oppure al: 347 2429044.

Susanna Faviani

Giornalista pubblicista dal '98 , ha scritto sul Corriere Adriatico per 10 anni, su l'Osservatore Romano , organo di stampa della Santa Sede per 5 anni e dal 2008 ad oggi scrive su L'Avvenire, quotidiano della CEI. E' Docente di Arte nella scuola secondaria di primo grado di Grottammare.

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