Dopo il Sinodo ”Questo non è il tempo delle condanne ma della misericordia”

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RicardoM.Michela Nicolais

Un Sinodo che “farà epoca”, rivolto a tutti, e non soltanto ai divorziati risposati: “Una manifestazione chiara della stima della Chiesa per la famiglia”, da cui dipende lo stato di salute della società. A quattro giorni dalla conclusione del Sinodo ordinario sulla famiglia, il cardinale Ricardo Blazquez Perez, arcivescovo di Valladolid e presidente della Conferenza episcopale spagnola, a margine del Convegno della Fondazione vaticana Joseph Ratzinger-Benedetto XVI in corso all’Università Francisco de Vitoria di Madrid traccia un primo bilancio dei lavori in Vaticano e parla del “filo rosso” che lega il Sinodo al Giubileo. E precisa: le “attese” sono state tante, da parte della Chiesa e della società, “alcune fondate e altre un po’ confuse”.

Eminenza, lei è appena tornato a Madrid dopo tre settimane intense di lavoro: come è finito il Sinodo sulla famiglia?

“Il Sinodo è finito con la concelebrazione eucaristica nella basilica di San Pietro dei 270 padri sinodali e con il Santo Padre. Credo che la valutazione finale sia molto positiva: dopo un lavoro intenso, alla fine il risultato è stato che tutti i paragrafi della Relazione Finale sono stati approvati con la maggioranza dei due terzi dei voti”.

Quali sono state le priorità dei 270 padri sinodali?

“Il Sinodo ha voluto prima di tutto ringraziare le famiglie fondate sul matrimonio tra un uomo e una donna, che compiono la loro missione cristiana passando attraverso difficoltà e gioie. Il Sinodo non è una questione per le situazioni difficili, ma per tutti: ha voluto spingere la pastorale con le famiglie a partire dalla situazione presente. Ci sono state due assemblee consecutive durante due anni, consultando i cristiani, le famiglie e quei cittadini che hanno voluto partecipare, per fotografare in concreto qual è la situazione della famiglia oggi nel mondo. In sintesi, il Sinodo è stata una manifestazione chiara della stima della Chiesa per la famiglia, fondamentale per la vita di tutti noi e anche nella vita della Chiesa”.

L’attenzione dei media si è polarizzata sulla situazione dei divorziati risposati. E’ stato così anche in Aula?

“Il problema del Sinodo non era la comunione ai divorziati risposati: quella era una situazione tra tante. Per raggiungere le situazioni complicate che ci sono oggi nelle nostre famiglie, bisogna tener conto di tre parole contenute nella Relazione Finale: discernimento, accompagnamento e integrazione. In primo luogo, cioè, bisogna vedere la situazione concreta in cui si trova la famiglia, che in tanti momenti è dolorosa; poi bisogna discernere bene i problemi, le speranze e le difficoltà, avvicinandosi alle famiglie con semplicità, rispetto e speranza. Infine, occorre arrivare ad una integrazione progressiva nella Chiesa, tenendo conto del cammino che si fa in queste situazioni difficili. Bisogna aver sempre molto chiaro il fatto che le persone divorziate e risposate non sono scomunicate, fanno parte della Chiesa: forse portano delle ferite, bisogna vedere come stanno, fare un cammino con loro. Nella misura in cui questo cammino procede, tenendo conto della magnanimità di tutti noi e anche del processo di ripensamento delle persone, si può andare avanti nell’integrazione, nella vita e in determinati servizi da svolgere nella Chiesa. Alcune famiglie di divorziati risposati non hanno nessuno interesse alla fede, altre sì: se non si fa un cammino dopo, sarebbe superficialità dire che da oggi chiunque può accedere alla comunione, mentre prima non si poteva. Si tratta di valutare caso per caso. Questo è il punto più scottante, ma alla fine si è raggiunta un’intesa anche su questo punto un po’ complicato per tutti”.

Il tema della misericordia è stato molto presente nelle parole del Papa: qual è il cammino da compiere dal Sinodo al Giubileo?
“Questo Sinodo ci collega con quello che Papa Giovanni XXIII aveva detto del Concilio: questo non è il tempo delle condanne, è il tempo della misericordia, di un ricorso permanente alla misericordia sempre presente nel Signore Gesù. Ci avviciniamo alle persone, per accompagnare le persone nelle loro sofferenze e inquietudini, non con una frusta ma con la misericordia, da fratelli”.

Come vi preparate in Spagna a mettere in pratica le indicazioni del Sinodo per la pastorale familiare?

“Il primo passo sarà di procurarci il testo della Relazione Finale, leggerlo seriamente, percepire quello che dice e che non dice, perché in questi giorni si è parlato di tutto, di quello che dice e di quello che non dice. C’è un principio molto importante: la famiglia sta nel centro della Chiesa e la Chiesa è molto vicina alla famiglia. Questa connessione molto profonda tra la famiglia e la Chiesa, ad esempio, è molto importante per le chiese cristiane che soffrono la persecuzione: lì dove si è potuto fare una connessione profonda tra la parrocchia e la famiglia la trasmissione della fede è stata assicurata. Per trasmettere la fede, la famiglia è insostituibile”.

Qual è la portata di questo Sinodo, a 50 anni dalla sua istituzione?
“Io credo che questo è un Sinodo che farà epoca: è un Sinodo molto importante, perché è stato preparato da tanto tempo e anche per le aspettative della società e della Chiesa. Sono state tante, alcune fondate e altre un po’ confuse”.

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