“In America Latina il problema è la qualità delle democrazie”

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La BellaDi Bruno Desidera

La giornata di domenica 25 ottobre è stata un vero e proprio “Election day” per l’America Latina. Si è infatti contemporaneamente votato in quattro Paesi: in Argentina per il primo turno delle elezioni presidenziali; in Colombia per le regionali e per le amministrative; in Guatemala per il ballottaggio delle presidenziali: infine, in Haiti, sempre per le presidenziali, dopo il fallimento della tornata elettorale dello scorso agosto. Difficile, anzi impossibile, trarre messaggi univoci su quanto uscito dalle urne in Paesi così diversi. Ma non c’è dubbio che il voto di domenica rappresentava un interessante “termometro” sullo stato di salute delle storicamente anomale e fragili democrazie latinoamericane. E le indicazioni sono contrastanti, come spiega il professor Gianni La Bella, docente di storia contemporanea all’Università di Modena e Reggio Emilia, esperto questioni latino-americane e impegnato “sul campo” con la Comunità di Sant’Egidio.

È possibile fare una considerazione complessiva su questa tornata elettorale?
“Assistiamo a un arretramento della forza dei partiti politici. Al loro posto sorgono cartelli elettorali che mobilitano la partecipazione elettorale a favore del leader che si volta in volta si impone. Il caso del Guatemala è esemplare. Jimmi Morales, un comico prestato alla politica, ha vinto promettendo semplicemente che vuole cancellare la corruzione, senza nessun programma, nessuna ricetta. Una cosa inquietante. In Argentina quella che stiamo vivendo è in buona parte una partita che si gioca dentro il Peronismo. In definitiva Scioli e Macri non sono lontani tra di loro”.

In Argentina qual è il ruolo del peronismo?
“Si tratta di un fenomeno complesso e profondo. Noi tendiamo a vederlo in modo folcloristico, invece è qualcosa di molto radicato nel popolo argentino, che rigetta invece altre formule politiche come il liberalismo, il socialismo… Alla fine però l’Argentina resta una sorta di democrazia bloccata, la battaglia politica si gioca tra una variante di sinistra e una variante di destra dello stesso partito. E il risultato di anni di kirchnerismo non è esaltante. L’Argentina non ha risolto uno solo dei suoi problemi, pare che l’unica vera riforma sia stata quella di dare i diritti televisivi a tutti i cittadini per vedere le partite di calcio. E se si somma a questa situazione quella che sta vivendo il Brasile, oppure il Venezuela, che rischia di diventare la Somalia del Sudamerica, ci sono le premesse per una crisi continentale”.

Il risultato in Colombia incoraggia invece le speranze di pace?

“Certo, la sconfitta di Uribe è significativa, lo stesso nuovo sindaco di Bogotá è un conservatore ma non è vicino all’ex presidente. Però le incognite per il processo di pace sono ancora molte, un eventuale futuro referendum sarebbe pericoloso, il rancore è molto forte nella popolazione dopo cinquant’anni di guerra”.

Bisogna però ammettere che il voto di domenica, nei vari Paesi, è stato tranquillo, senza scontri. Non trova?

“Sì, è vero, c’è l’acquisizione di una certa maturità. Chi vince le elezioni non pensa di dover mettere in galera l’avversario. E non c’è dubbio che nel continente ci sono fermenti positivi, una pace consolidata, paesi in crescita economica… La vera questione riguarda però la qualità di queste democrazie, il tipo di modello sociale, la carenza dello Stato così come noi lo intendiamo, intere regioni lasciate a se stesse”.

In questa situazione è importante il ruolo della Chiesa. Quanto conta oggi che ci sia un Papa latinoamericano?
“Conta tantissimo. Papa Francesco è diventato un punto di riferimento per tutto il continente. Basti pensare che si guarda a lui come mediatore di tutte le controversie, da quella tra Argentina e Inghilterra per le isole Falkland a quella tra Cile e Bolivia, che chiede uno sbocco verso il mare, alle trattative in Colombia. Questo per quanto riguarda l’aspetto politico-diplomatico”.

E per quanto riguarda invece l’apporto alla vita sociale?
“Qui le cose vanno diversamente. La Chiesa ha un compito fondamentale per intervenire nello spazio sociale, ma non sempre gli episcopati nazionali sono mediamente all’altezza di tale compito. Non è neppure facile per loro, perché al tempo stesso c’è l’assoluta mancanza di un qualsiasi ruolo politico dei cattolici. Nel continente più ‘cattolico’ non c’è una personalità pubblica cattolica di primo piano, neppure un sindaco. Quindi i vescovi sono costretti a intervenire direttamente, senza mediazioni”.

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