Argentina, l’onda kirchnerista costretta al ballottaggio

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votoDi Maribé Ruscica
Dopo la sconfitta dei Pumas argentini contro i “Wallabis” dell’Australia nella semifinale del Mondiale di rugby giocata in Gran Bretagna, le speranze dell’intero Paese si sono concentrate sui risultati delle elezioni nazionali, celebrate dopo dodici anni di governo kirchnerista. Come augurato dalla Chiesa argentina, le elezioni – precedute da un clima che i vescovi hanno definito nel corso dell’anno “rarefatto” e pieno “di sospetti e denunce volte a minare la credibilità dei candidati” – sono state vissute, malgrado le divisioni esistenti, quale “momento di speranza”. Tutti i candidati sono stati concordi nel segnalare che è stata “una giornata storica per la democrazia”.
Nuove incognite. Anche se fortemente polarizzate tra i simpatizzanti del kirchnerismo, che hanno votato per la “continuità del modello” rappresentata dal candidato presidenziale Daniel Scioli (Frente para la Victoria) e quelli che hanno votato per il leader del Pro, Mauricio Macri (Cambiemos), convinti della necessità di un cambio radicale nel modo egemonico di guidare il potere, le elezioni hanno aperto la strada alla possibilità di un nuovo stile di governo più flessibile, vicino al dialogo con le altre forze politiche e a un maggiore rispetto delle istituzioni repubblicane. I risultati finora conosciuti rivelano la necessità di andare al ballottaggio previsto per il 22 novembre prossimo, visto che nessuno dei due candidati più votati avrebbe ottenuto più del 45% dei voti o più del 40% con dieci punti di differenza rispetto al secondo. Volte anche al rinnovo della metà della Camera dei deputati (dove il kirchnerismo perderebbe il quorum), della terza parte dei seggi del Senato (che continuerà a essere sotto il controllo kirchnerista) e al cambio di governatori in undici province, le elezioni che hanno convocato alle urne 32 milioni di argentini aprono adesso nuove incognite.
Campagna riaperta. Quasi quattro ore dopo la chiusura delle urne e quando ancora non erano disponibili dati ufficiali, è stato Daniel Scioli – il candidato kirchnerista – a “riaprire” la campagna elettorale, ripetendo che “in Argentina sono due, e molto diverse, le visioni del Paese che sono in gioco” e ricordando gli insegnamenti di Papa Francesco. “Tierra, techo y trabajo para todos, como dice Papa Francisco” ha affermato Scioli per poi aggiungere: “Credo, come Papa Francesco, nella necessità di costruire ponti tra lo sviluppo ed il futuro”. Per Mauricio Macri, che ha parlato dopo le undici di sera invocando le bandiere della trasparenza e dell’etica e promettendo “Povertà zero”, la giornata elettorale di domenica scorsa “cambia la politica del Paese” e consente di “sognare non solo con l’inclusione sociale ma anche con l’inclusione di quelli che pensano diverso”. Curiosamente, anche il quotidiano “La Nación” in un editoriale pubblicato domenica ha parlato dei “sogni” post-elettorali della società civile, dicendo in particolare “che i blocchi smontati del ‘Grande Ammiraglio’ meritino un destino paragonabile a quello di Juana Azurduy”, in ovvio riferimento al colossale monumento a Cristoforo Colombo – donato nel 1910 dalla comunità italiana residente a Buenos Aires – che la presidente Kirchner ha fatto rimuovere dai dintorni della sede del Governo per sostituirlo con una statua dell’eroina sudamericana dell’indipendenza boliviana e argentina, Azurduy de Padilla.
Gli auspici per il futuro. Domenica il vescovo di San Isidro, monsignor Oscar Ojea, nell’omelia ha auspicato che la giornata del 25 ottobre fosse “una giornata di pace, costruttiva per la democrazia”. E – pregare anche “perché i nuovi rappresentanti possano lavorare per il bene comune nella speciale assistenza ai fratelli più poveri e diventare uomini capaci di ascoltare, dialogare e trovare consensi in modo da poter far progredire il Paese”. E soprattutto – come auspicato dall’arcivescovo emerito di Corrientes, monsignor Domingo Salvador Castagna, nelle ultime ore – il Paese “possa risorgere dalle ceneri”.

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