Migranti respinti solo perché subsahariani

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MigrantiDi Valerio Landri

Migranti provenienti dall’Africa subsahariana, arrivati a Lampedusa e trasportati a Porto Empedocle, sono stati sottoposti a un procedimento sommario di valutazione in merito alla “possibilità di richiedere protezione internazionale”, hanno ricevuto un provvedimento di “respingimento con accompagnamento alla frontiera”… e lasciati alla stazione dei treni di Agrigento con caldo invito a recarsi a Fiumicino per tornarsene in patria. Sembra uno scherzo e invece è la realtà di un’Italia che ancora una volta si lascia cogliere impreparata e arranca fra normative nazionali e regolamenti europei… cercando con fantasia la “via italiana” per far felice l’Europa. In sintesi, pare che adesso, sulla semplice base del Paese di provenienza la Questura possa decidere se consentire o meno a un migrante di chiedere protezione all’Italia: sarà lecito?
Se l’istituto dell’asilo politico è pensato per consentire a chi sia vittima di una persecuzione “personale” nel proprio Paese (dopo averne data debita prova, s’intende) di ottenere protezione da un altro Paese (in questo caso l’Italia), un procedimento sommario come quello che le istituzioni alla frontiera stanno adottando, fondandosi sostanzialmente sulla provenienza del migrante (“se vieni da questo Stato sì, altrimenti non vogliamo ascoltarti”), non consente certamente all’individuo di provare una persecuzione personale che si potrebbe subire anche provenendo da un Paese che non sia in guerra. Lo stesso nome di “asilo politico” ci ricorda che l’istituto fu pensato per i perseguitati per idee politiche e non necessariamente per i profughi di guerra.
Ma poi, se il documento che rilasciano ai migranti è di “respingimento con accompagnamento alla frontiera”, qual è il senso dell’accompagnarli alla stazione (che non è una frontiera) e dir loro: “Adesso tornatevene al vostro Paese!”. Ci si aspetta che lo facciano realmente? Potrebbero mai farlo, senza denaro e senza neanche sapere in quale parte della cartina geografica sono finiti?
Se realmente l’Italia è partita con gli “hotspot”, dove sono le commissioni internazionali di valutazione? Velocizzare il processo di audizione è da sempre stata una nostra richiesta, ma non fino a questo punto! Dove sono le procedure di riaccompagnamento in patria, i cosiddetti “rimpatri”? Possibile pensare che a breve un crescente numero di migranti ritenuti non meritevoli di protezione internazionale, con il loro foglio di via in mano, si presenteranno a Fiumicino per comprare un biglietto per tornarsene in patria?
La sensazione è che tutto questo non avverrà. Il numero di migranti per i quali verrà d’ufficio sospeso il diritto a richiedere protezione internazionale (che ovviamente non implicherebbe “ipso iure” la sua concessione, perché rimarrebbe salva la facoltà di negargliela in sede di Commissione territoriale per l’immigrazione) crescerà: sarà un popolo di “sans papier”, senza nome, senza diritti, senza lavoro, senza tetto che alcuni faranno finta di non vedere, mentre altri li useranno a loro piacimento.
In questa confusione all’Italiana chi ci va di mezzo sono ancora una volta i più fragili e il privato sociale (Caritas, parrocchie, associazioni di volontariato, privati cittadini) che sentirà di dover dare una risposta umana ad una prassi che di umano non ha nulla.

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