Oltre il Circolo polare: vita da suora fra preghiera e lavoro

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religioseDi Sarah Numico

Lannavaara, cento abitanti nella Lapponia svedese, 250 chilometri oltre il Circolo polare artico. Da due anni suor Amada e suor Karla vivono qui per pregare, nel silenzio di questo “deserto”. “Presto saremo tre, perché una nuova sorella sta per arrivare dalla Norvegia”, è la prima cosa che racconta entusiasta Amada Mobergh, svedese, 56 anni. Una storia carica di amore per Dio, scoperto a vent’anni. “Sono una convertita, cresciuta a Stoccolma, una vita estremamente secolarizzata. Quando ho trovato Gesù ho anche scoperto la mia vocazione”. Nei trent’anni vissuti nel Regno Unito, nella Congregazione delle Missionarie della carità, il desiderio di una vita più contemplativa diventa irresistibile. “Avevo molta paura ed ero triste perché amavo la mia Congregazione, ero grata per tutti gli anni vissuti insieme. Ma dovevo capire se quel desiderio fosse volontà di Dio, un capriccio, una tentazione”.

Miracoli. È il 2011. “Quando il vescovo di Stoccolma mi ha dato il permesso di tornare in Svezia per cominciare questa nuova vita, mi ha detto che era contento, ma che non avrebbe potuto sostenermi in nulla”, perché la Chiesa svedese è piccola e povera. Così suor Amada passa un mese a visitare quattro monasteri del sud della Svezia per capire come muoversi, “senza soldi, né casa, senza conoscere più niente”. Per quelle casualità che la religiosa chiama “miracoli”, una telefonata arriva dal profondo nord proprio alla fine di quel soggiorno: c’era una casa in affitto. “Le sorelle mi diedero i soldi per il treno e partii subito per il nord”. La casa in realtà si rivelò non adatta, ma i “miracoli” si inanellarono fino a portare suor Amada a trovare una prima sistemazione per sé e suor Karla. “Siamo arrivate il 24 dicembre 2011, c’erano -30 gradi. Ho subito capito che era lì che dovevo essere”. Dopo qualche mese vedono la vecchia scuola di Lannavaara, “immersa nella natura più selvaggia”, perfetta, inutilizzata da anni, costosa. Altri prodigi: “Ci siamo trasferite lì, anche se non avevamo i soldi per comprarla; abbiamo lavorato giorno e notte per renderla vivibile. Un giorno è passato un signore dalla Norvegia, entusiasta della nostra esperienza, perché non si era mai sentito parlare di un monastero così al nord”. E dopo poche settimane è arrivata la cifra esatta per comprare la scuola. “Ogni giorno Dio ci aiuta ad andare avanti con la sua provvidenza, il suo miracolo quotidiano, ciò che ci basta per continuare”.

Vite per Dio.
“Silenzio, solitudine, preghiera” scandiscono le giornate di Amada e Karla. “Preghiamo insieme e poi al pasto serale ci parliamo. Sarà così anche quando saremo tre”. “La mia sofferenza è vedere che in Svezia non ci sono sacramenti, c’è povertà spirituale, lontananza da Dio e dalla Chiesa”. E questo è il senso della vita qui al monastero San Giuseppe: “Pregare e offrire la vita a Dio, seguendo l’esempio di Maria, per la conversione delle anime, soprattutto degli scandinavi e la Chiesa cattolica in Svezia”. L’esperienza del buio che qui dura quasi per 7 mesi l’anno aiuta a “pregare meglio per chi vive il buio dentro di sé, perché trovi la luce di Gesù”.

Il quotidiano.
Oltre alla preghiera ci sono il lavoro e l’accoglienza. Suor Karla è straordinaria nello scolpire il legno; le suore coltivano e vendono anche erbe aromatiche e candele. “Non usciamo mai”, ma la notizia che lì abitano due suore gira di bocca in bocca. Solo per il primo Natale a Lannavaara “abbiamo fatto dei piccoli presepi e siamo passati in ogni casa del villaggio per regalarli e far vedere che siamo esseri umani, cristiani”. L’accoglienza è stata ottima e adesso sono le persone che vanno al monastero, per bere un caffè, pregare, meditare la Parola. Un altro grande dono di Dio è il prete inglese che vive sei mesi l’anno nel monastero. Quando lui non c’è, viene un sacerdote della parrocchia a celebrare l’eucarestia, oppure sono le suore ad andare là: 430 chilometri di strada. “D’inverno è buissimo, ghiacciato, c’è neve, vento e renne, daini, ogni genere di animali ti attraversa la strada. È molto rischioso, ma ti abitui. Devi solo pregare e andare”.

Futuro.
Il 1° maggio 2015 le suore hanno ottenuto il riconoscimento diocesano come “Congregazione degli Agnelli di Maria”. Difficoltà? Solitudine? “Sì, a volte sentiamo che forse nessuno si preoccupa se siamo vive o morte, ma non c’è scoraggiamento”. La solitudine è parte dell’esperienza umana, “ovunque siamo nel mondo, dentro o fuori la Chiesa”. Del resto “ho ricevuto tantissime grazie da Dio e dalla Chiesa per potermi lamentare o sentirmi scoraggiata. E voglio offrire la mia vita in ringraziamento per questo”. Ora il desiderio è di rendere la vecchia scuola un vero e proprio monastero. Un architetto inglese ha regalato il progetto; il Comune l’ha approvato. Un nuovo miracolo arriverà.

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