Sinodo: la parola alle donne e ai religiosi

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suorepZenit di Luca Marcolivio

In attesa delle nuove sessioni dei Circoli Minori, il Sinodo sulla Famiglia ha portato in primo piano il punto di vista dei laici, delle donne e dei religiosi.

Nessun vescovo, dunque, ieri al briefing in Sala Stampa Vaticana, dove hanno preso la parola Thérèse Nyirabukeye, ruandese, consulente e formatrice per la Federazione africana dell’azione familiare, presente in qualità di uditrice, così come Moira McQueen, direttrice dell’Istituto canadese cattolico di bioetica. È intervenuto anche, in rappresentanza dei superiori generali, padre Jeremias Schröder, arciabate presidente della Congregazione benedettina di Sant’Ottilia.

La dottoressa Nyirabukeye ha spiegato i contenuti della sua attività pastorale, rivolta alle famiglie e finalizzata principalmente a due obiettivi: i metodi naturali di regolazione della fertilità e la difesa della vita.

“I metodi naturali fanno crescere la famiglia”, ha detto la donna, riferendo che in Ruanda circa 1509 coppie si sono iscritte ai suoi corsi, mentre le sue allieve del Benin le hanno raccomandato di dire ai padri sinodali di essere “fiere dei metodi naturali”.

Secondo l’uditrice africana, la formazione della famiglia aiuta anche “l’individuo, la società e la Chiesa”, tanto è vero che la famiglia può diventare un “vivaio per le vocazioni” sacerdotali e religiose.

Parlando della tragedia del genocidio in Ruanda, Nyirabukeye ha sottolineato come, nella fase di “ricostruzione” del paese, le famiglie si siano dimostrate fondamentali, testimoniando “la loro esperienza di un cammino di riconciliazione, di unità e d’amore”, che si riscontra in particolare nei movimenti e nelle comunità e che favorisce anche la “trasformazione della società”, in nome di uno “spirito di fraternità”.

Un cammino cristiano che ha visto anche dei martiri: i coniugi Servi di Dio Cyprien Rugamba e Daphrose Mukasanga, di etnia diversa, appartenenti alla Comunità Emmanuel, che furono uccisi nell’aprile 1994, poco dopo lo scoppio della guerra civile.

Thérèse Nyirabukeye ha anche epsresso la sua soddisfazione per la crescita del contributo dei laici e delle donne durante questo Sinodo. In particolare le donne vanno sempre più “integrate nei processi decisionali della Chiesa”, secondo quello che lei stessa ha chiamato un “femminismo costruttivo”.

Canadese di origine scozzese, Moira McQueen ha sorprendentemente affermato che nel suo paese “le vocazioni sono in crescita” e che le famiglie, con la loro educazione cristiana, possono senz’altro contribuire in modo determinante in questo ambito.

Parlando dello svolgimento dei Circoli Minori, la bioeticista canadese ha raccontato di come le donne, pur essendo in netta minoranza al Sinodo, siano ben “accolte”  che il loro punto di vista è “sempre molto rispettato dai padri”.

La presenza femminile al Sinodo – e in generale nella Chiesa – è fondamentale, in quanto “la Chiesa è madre”, ha detto la professoressa McQueen.

Da parte sua, padre Schröder ha raccontato di come la sua congregazione sia ormai piuttosto presente in tutto il mondo, avendo fondato in Africa Orientale (con circa 100 monaci), come pure in Cina, Corea e America Latina (recentemente la congregazione ha fondato anche a Cuba).

Secondo il superiore dei benedettini di Sant’Ottilia, negli ultimi anni si riscontra il fenomeno della scelta religiosa da parte di giovani che hanno ricevuto poca o nessuna educazione cristiana in famiglia: “C’è un cambiamento profondo nella base delle vocazioni – ha detto –. Il cammino delle vocazioni diventa quindi anche un cammino catechetico”.

Ad una domanda sulla proposta dell’arcivescovo canadese monsignor Paul-André Durocher per un diaconato femminile, il religioso ha definito l’idea “audace e anche convincente”, sebbene il tema non abbia avuto “grande eco in aula”.

In sintonia con le posizioni della McQueen, padre Schröder ha espresso l’auspicio per soluzioni pastorali calibrate in base ai contesti culturali. Il tema dei divorziati risposati, ad esempio, “è sentito fortemente e ampiamente” in Germania, mentre, “lo è molto meno altrove”, così come l’accettazione dell’omosessualità è “molto diversa secondo il punto di vista culturale”.

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