Il mondo è in cammino e gli italiani non sono da meno

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migrazioniDi Gianni Borsa

Una vera “Chiesa in uscita”, “estroversa”, che resta al passo con i cambiamenti imposti da questa nuova epoca: monsignor Guerino Di Tora, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes, colloca il servizio svolto dalle Missioni cattoliche italiane all’estero sulla scia del Concilio e nel cuore della visione ecclesiale di Papa Francesco, in un momento in cui le stesse Mci si trovano in una fase di “ripensamento”. A Brescia si svolge (12-16 ottobre) il convegno “Gli emigranti italiani e le Chiese in Europa, a 50 anni dal Concilio Vaticano II”, promosso da Migrantes, alla presenza di 200 fra missionari e operatori delle Missioni italiane provenienti da ogni angolo del continente.

Cambia la mobilità. Mons. Di Tora parla, non a caso, di “un momento di riflessione comune e partecipato”, laddove i flussi migratori – intraeuropei ed extraUe – si infittiscono, cambiano direttrici, pongono nuove sfide per l’accoglienza e l’integrazione per i Paesi e le Chiese di arrivo. Dall’ultimo convegno su scala continentale delle Missioni cattoliche italiane sono trascorsi dieci anni, “un lungo arco di tempo in cui tante cose sono cambiate”, osserva il vescovo. “È cambiata la mobilità umana in senso generale e in modo particolare quella italiana”. “In un mondo in cammino gli italiani non sono da meno”: sono infatti in aumento, complice la crisi economica, i trasferimenti di cittadini italiani dalla patria a fuori i confini nazionali. La pastorale della mobilità “richiede oggi – come ricorda Papa Francesco anche nel Messaggio per la Giornata mondiale del migrante del prossimo 17 gennaio – l’attenzione all’integralità della persona, per la sua piena e completa dignità”. “Non bisogna mai dimenticare – aggiunge il vescovo Di Tora – che l’esperienza di fede degli italiani, anche nelle forme di religiosità popolare, è stata capace di creare identità, aiutando a superare chiusure, ghetti o ibridi. La fede è diventata forza propulsiva di integrazione”. Riflessione, questa, che si potrebbe estendere alla presenza di migranti e profughi che arrivano in questo periodo storico in Europa da altri continenti, con il loro portato di culture, tradizioni e differenti fedi religiose.

La “stranierità”? Una grazia.
Il convegno di Brescia prevede una serie di relazioni, tavole rotonde e tre pellegrinaggi: a Sotto il Monte, luogo natale di papa Giovanni XXIII, a Concesio, terra d’origine di Paolo VI, e a Nigoline, patria del vescovo Geremia Bonomelli, con la concelebrazione presieduta dal segretario generale della Cei, mons. Nunzio Galantino. Nel suo intervento su “Camminare insieme: Concilio, post Concilio e migrazioni”, mons.Giancarlo Perego, direttore generale di Migrantes, ripercorre i contenuti dell’insegnamento ecclesiale, soffermandosi soprattutto sui documenti conciliari e su quelli successivi, da Paolo VI a Papa Francesco. Quattro, ricorda Perego, i termini-chiave che emergono dal Concilio sulle migrazioni: conoscere, accompagnare, servire e tutelare. Nel suo intervento solleva i problemi legati alla cura pastorale dei migranti, sia da parte delle comunità di partenza, sia nelle Missioni all’estero, sia, infine, nelle comunità di accoglienza. “Le migrazioni sono un segno dei tempi, un richiamo autentico alla carità del Vangelo, che si traduce nell’accoglienza e nella solidarietà, per la ricerca del bene comune”. Ma per mons. Perego, il fenomeno migratorio, del quale non si possono trascurare gli oggettivi aspetti problematici, “più che un cambiamento di strutture richiede” alla comunità cristiana “un cambiamento di stile”. Occorre “dare spazio nella pastorale migratoria agli incontri, che ridisegnano le tradizioni, i luoghi e gli strumenti di partecipazione ecclesiale in stile sinodale”, considerando la “stranierità una grazia, un segno per il cammino della Chiesa”.

Per guardare avanti.
La “Missione cattolica di lingua italiana all’estero” conta attualmente 366 missioni in 39 nazioni nei 5 continenti. Sono 670 gli operatori dedicati al servizio degli italiani (laici e laiche consacrati e non, sacerdoti diocesani e religiosi, suore) operanti in nuove realtà territoriali quali Hong Kong, Finlandia, Kazakistan. Padre Gianni Borin, Provinciale degli Scalabriniani in Europa, ne tratteggia due sfide. Anzitutto “la drastica diminuzione delle vocazioni sacerdotali” rivolte a questo servizio e, in secondo luogo, il differente approccio delle Chiese locali, di arrivo e di partenza, rispetto alle stesse Missioni cattoliche “etniche”. Questioni che sollecitano una riflessione sul futuro, “purché questa avvenga nel rispetto del vissuto storico” e facendo tesoro dell’esperienza maturata sul campo dagli stessi missionari.

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