Il “sonno glaciale” per chi coltiva il sogno dell’eternità

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crioDi Maurizio Calipari

Una dolorosa vicenda umana, una speranza, un business. Cosa li accomuna? La crionica, ovvero quell’insieme di procedure tecniche finalizzate alla preservazione a basse temperature (criopreservazione) di esseri umani o animali che, per varie ragioni, sono avviati alla morte naturale, con la speranza che in futuro sia possibile ripristinare le loro funzioni vitali e curarli.
Ultimo in ordine di tempo, tra i casi registrati dalle cronache, quello di Kim Suozzi, 22 anni, abitante in Arizona, affetta da un tumore al cervello.
Kim sta curando il suo male con la chemioterapia quando, nel 2011, leggendo per caso la rivista Cryonics, viene a conoscenza della possibilità della criopreservazione (che negli Usa è permessa anche per gli esseri umani, una volta dichiarata legalmente la loro morte). In particolare, Kim apprende che il cervello, se adeguatamente preservato, teoricamente può continuare a conservare il patrimonio di memoria, emozioni e sentimenti che costituiscono l’identità vissuta di ciascuno di noi. Ovviamente, in attesa che, in futuro, la scienza trovi un modo per ridare a quel cervello una nuova chance di “vita vissuta”. È un attimo: Kim decide che, al momento della sua morte, tenterà questa possibilità. E affida per procura a Josh Schisler, il suo fidanzato, l’incombenza di far eseguire le sue volontà.
Quella rivista finita sotto gli occhi di Kim non è un giornale di fantascienza né di futurologia per visionari, bensì la rivista ufficiale della “Alcor life extension foundation”, un’organizzazione statunitense che, per “mestiere”, da anni mette in atto la criopreservazione umana (in precedenza aveva “congelato” anche il cervello di Ted Williams, un famoso giocatore di baseball), arrivando a custodire in un lugubre “sonno glaciale” (i cadaveri vengono conservati in azoto liquido, a -196°) oltre centoquaranta defunti.
Perciò, nel gennaio 2013, quando per Kim giunge la fine, immediatamente la Alcor – già allertata in precedenza – mette in atto la procedure previste per la crioconservazione del cervello della ragazza (neuropreservazione).
Fin qui la vicenda umana di Kim e la sua comprensibile speranza di tornare a “vivere” un giorno, riprendendo il suo percorso esistenziale da dove la malattia lo ha prematuramente interrotto.
Una vicenda umana, una speranza. E il business? Beh, nel caso di Kim, i servizi della Alcor sono costati circa 80mila dollari, una cifra media, considerando che il range di spesa, a seconda del servizio richiesto e dell’istituto scelto, può oscillare tra i 10mila e 150mila dollari.
Ma non si tratta solo dell’ingente quantità di denaro necessario (che evidentemente solo gente “facoltosa” può dedicare a simili iniziative). È in gioco anche la correttezza “deontologica” – per non considerare la dimensione etica – di una simile operazione, alquanto incerta e fumosa. La ricerca sulla crionica, infatti, si basa su alcune ipotesi, ancora non confermate né smentite dalla scienza ufficiale. Prima di tutto, l’assunto che la memoria, la personalità e l’identità permangono all’interno delle strutture cellulari del cervello, anche quando l’attività cerebrale viene interrotta (a causa della morte clinica dell’individuo); poi il convincimento che le strutture cerebrali deputate alla conservazione della memoria non vengono intaccate in maniera irreversibile dalla criopreservazione; infine, la fiducia che le future tecnologie permetteranno il ripristino delle capacità cerebrali dell’individuo criopreservato.
Sarebbe sufficiente che una sola di queste ipotesi risultasse errata per vanificare l’intera prospettiva della criopreservazione.
Non è certo nuovo il desiderio di “eternità” che, fin dagli albori della vicenda umana, anima e sostiene le speranze degli individui. Ma speculare su questa “apertura del cuore dell’uomo”, o ancora peggio sulle sue sofferenze e malattie, propagando improbabili soluzioni tecniche – che, in ogni caso, nulla hanno a che vedere con la prospettiva dell’eternità -, e per di più al costo di bei soldoni, ci sembra francamente un’operazione poco limpida e trasparente, tanto sul piano etico quanto su quello scientifico.
Tutto il rispetto per la vicenda di Kim e di chi, come lei, ha cercato nella criopreservazione una strada per vincere o esorcizzare il limite della morte. Tanta riprovazione invece per chi, in nome del denaro, propugna rimedi pseudo-scientifici, speculando sul dolore, autentico, delle persone.

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