Nuova contrattazione i sindacati al bivio

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SindacatiDi Nicola Salvagnin
In dirittura d’arrivo la riforma del Senato (e non solo), ora il governo intende occuparsi delle relazioni industriali, in particolare della contrattazione collettiva. Che intende superare, per avvicinarla sempre di più al livello aziendale. Con un duplice scopo: rendere flessibili – in alto e in basso – le retribuzioni a seconda delle condizioni economiche del settore, delle dinamiche aziendali. Più soldi a chi lavora, se il trend è positivo; meno, con la possibilità così di salvare posti di lavoro, se le cose si mettono male.
Il secondo obiettivo non è dichiarato, ma sottinteso e chiarissimo: depotenziare le associazioni imprenditoriali e i sindacati nella loro “visibilità” nazionale. Se sono impegnati a concludere accordi o a litigare su questo e quello, avranno meno tempo e possibilità di influire nella politica, di occuparsi d’altro rispetto al loro dna.
Va da sé che quest’ultimo obiettivo non piace per nulla a chi lo subirà, anzitutto alla Cgil che da sempre ha la sua ragione di esistere nell’essere attore sociale e politico di primo piano, mentre la Cisl sarebbe più vicina alla contrattazione decentrata e ad un profilo più neutro su base politica. Ma è chiaro che, se Renzi abbasserà il volume della loro voce, questa rischia seriamente di scomparire nell’agone nazionale.
Come farà? Il concetto è già stato chiaramente espresso dal governo: care parti sociali, trovate un’intesa tra voi per riformare la contrattazione ad un livello più vicino ai posti di lavoro. Il “tutto uguale per tutti” scoraggia la produttività, introduce una negativa inflessibilità, non piace per nulla a chi viene da fuori ad investire qui, ecc. Vi lasciamo spazio di manovra; ma se non ne approfitterete, interverremo noi con leggi ad hoc.
Il fatto è che è proprio l’assunto governativo a non piacere per nulla, mentre i rapporti tra Confindustria e triplice sindacale si sono fatti via via più conflittuali proprio negli ultimi tempi. Il sindacato si sente sotto attacco da tutte le parti; gli imprenditori chiedono un deciso cambio di regole rispetto a questa tipologia di contratti che è nata a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso.
Era un’Italia nettamente diversa, questi contratti collettivi rappresentavano veramente delle conquiste per i lavoratori, per l’intera società. Ma tanta acqua è passata sotto i ponti italiani, e il sistema della contrattazione collettiva è sempre più fragile. La crisi economica ha messo in grave difficoltà i sindacati, in prima linea più a difendere l’esistente che a muoversi in posizioni di forza; molte categorie imprenditoriali fanno scadere i contratti senza alcuna voglia di rinnovarli, senza alcuna fretta, spesso ridiscutendoli pesantemente in sede aziendale.
Cosa può fare Renzi? Semplice: riformare l’art. 19 dello Statuto dei lavoratori che regola l’elezione delle rappresentanze sindacali in azienda: così può depotenziare il monopolio di Cgil, Cisl e Uil. Quindi può introdurre per legge il salario minimo orario: a quel punto il contratto collettivo “base” avrebbe perso tutto il suo senso. Ma prima attende di vedere cosa accade, stante il fatto che Renzi non s’è mai distinto né per pazienza né per rinvii di quel che vuole fare od ottenere.
Si accentua quindi la necessità per i sindacati dei lavoratori di rivedere profondamente natura e scopi del loro esistere. Di fronte, due prospettive: quella tedesca (pochissima politica e fortissima contrattazione fino alla cogestione) e quella francese (tantissima politica, molto “blocco sociale”). Anche se questa crisi economica ha fatto capire che in Italia ci vuole un sindacato molto più pronto e attento alle dinamiche economiche. Perché se si passa il tempo nei salotti televisivi a fare proclami ideologici ad uso di telecamera, si rischia di essere ininfluenti o assenti di fronte a quanto accade ai lavoratori nei posti di lavoro. Fornaio fa’ il tuo mestiere, dicono a Milano. Tanto più oggi, che di sindacalisti bravi e preparati ce n’è estremo bisogno.

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