Pellegrinaggio Unitalsi a Lourdes, Vescovo Carlo “Abbiamo toccato con mano che l’essere umano non può venire ridotto al suo corpo”

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– Pubblichiamo le parole pronunciate dal nostro Vescovo Carlo Bresciani durante la celebrazione di chiusura del pellegrinaggio nazionale Unitalsi a Lourdes.

Vescovo Carlo Bresciani: “Abbiamo iniziato questo pellegrinaggio chiedendoci: “che cosa siamo venuti a incontrare a Lourdes?”. Abbiamo vissuto giornate di intensa preghiera e di relazione tra di noi. Ora stiamo concludendo questa giornate di grazia, vissute nella fede. Volgiamo indietro il nostro sguardo e ci chiediamo se abbiamo incontrato il Signore attraverso Maria e rispondiamo “sì”, l’abbiamo incontrato nei sacramenti, nell’eucaristia e nei fratelli.

Possiamo dire che anche noi abbiamo fatto l’esperienza di S. Giovanni evangelista di cui ci parlava la prima lettura. Con modalità diverse ovviamente, ma anche noi abbiamo incontrato Gesù. Dice Giovanni: “… quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello … che le nostre mani hanno toccato del Verbo della vita … quello che abbiamo udito e veduto…”. Giovanni non parla di cose che ha sentito  dire da altri, parla di ciò che ha esperimentato e vissuto in prima persona. La fede personale non è fatta di cose sentite, ma di esperienza personale di Gesù, certo guidata dalla Parola rivelata.

Sono state giornate intense, dicevamo, e ne siamo contenti e per questo lodiamo e ringraziamo il Signore e la madre sua, Maria. Ma ora ci si pone una domanda: “che ne sarà di tutto questo? Che ne faremo?”. Giovanni nella prima lettura ci dà una indicazione, dicendoci che lui la preziosa esperienza fatta con Gesù non l’ha tenuta per sé. Dice: “quello che abbiamo udito e veduto, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi”. Lui testimonia, condivide con altri ciò che ha vissuto: è per lui una necessità, un atto vero di amore, fatto con semplicità, ma dovuto a Gesù e ai fedeli ai quali indirizza la sua lettera.

Giovanni lo deve a Gesù: comprende che la comunione con Lui non può stare, non può durare se in qualche modo non dicesse di essa anche agli altri, se tenesse solo per sé la ricchezza scoperta o, peggio, se si vergognasse di Gesù.

Ma Giovani lo deva anche ai fratelli a cui scrive: le cose buone, le esperienze belle e positive della vita vanno condivise. Non si ama se non si condivide ciò che di più bello abbiamo esperimentato. Una solida comunione tra noi c’è se condividiamo i doni di Dio, se mettiamo in comune la nostra fede e le esperienze che la vita di fede in Gesù ci dona. Qui c’è il collante più solido, capace di tenere unita e in comunione l’Unitalsi: un cammino di fede percorso insieme, con le fatiche e le gioie di ogni giorno.

Gesù nel Vangelo ci dice che Lui stesso prega il Padre per questa unità e ci mette davanti una meta molto alta: “che tutti siano una cosa sola, come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi”, e aggiunge: “perché il mondo creda”. Il mondo non crede alle parole, vuole vedere l’unità nella fede e nella carità fraterna. Questo il mondo si attende da noi; questo, noi che abbiamo fatto esperienza di Gesù, e di comunione con Lui e tra di noi, dobbiamo al mondo.

Questa è la gioia del Vangelo di cui ci ha detto papa Francesco: solo da qui può partire una Chiesa che vuole e deve essere missionaria.

Le giornate che abbiamo vissuto sono state giornate di fede, ma anche di carità autentica, vissuta nei mille piccoli e umili gesti della vita quotidiana, dei piccoli, ma importanti, servizi che ci hanno aiutato a comprenderci nella nostra fragilità umana. Mossi da Gesù e chiamati da Maria, sua madre, ci siamo fermati per qualche giorno per un contatto diverso dal solito con la realtà della vita umana, quella che normalmente resta più nascosta e di cui la comunicazione sociale diffusa parla meno. Ma qui abbiamo veduto e toccato con le nostre mani ciò che il corpo con le sue fragilità nasconde: l’umanità, la generosità, la bontà, la spiritualità che c’è dietro le apparenze di una carne dimessa e piagata. Abbiamo toccato con mano che l’essere umano non può venire ridotto al suo corpo, abbiamo visto che in ognuno c’è una grandezza infinitamente più grande del corpo: c’è uno spirito, c’è un’anima, c’è l’immagine di Dio.

Questo noi non possiamo tacerlo. Lo dobbiamo a Dio, di cui tutti siamo creature da Lui amate; lo dobbiamo a ciascuno dei nostri fratelli, uomini e donne.

Il nuovo umanesimo di cui parleremo nel prossimo Convegno ecclesiale a Firenze, nel prossimo novembre, non può che partire da questa realtà, da questa verità, se come abbiamo pregato all’inizio della santa messa, vogliamo fare di tutti i popoli della terra una sola famiglia umana, senza escludere nessuno.

Non possiamo pensare di poter costruire una nuova società, una solida comunità degli uomini, se perdiamo questa verità, se pensiamo di poter fondare altrove la dignità e il valore della vita umana.

L’Unitalsi che si prende cura in modo particolare dei malati e dei loro pellegrinaggi di fede ha questa missione di fronte al mondo, una missione che nasce dalla esperienza quotidiana di quanto di umanità vera e profonda si nasconde dietro un corpo malato. Qui sta la gioia della sua missione: evangelizzare attraverso il prendersi cura dei malati e facilitare il loro incontro con Gesù e Maria.

San Giovanni chiude il brano della sua prima lettera, che abbiamo proclamato, così: “Queste cose vi scriviamo, perché la vostra gioia sia piena”. Sì, queste cose noi diciamo e testimoniamo perché desideriamo che la gioia di tutti in Cristo e nella fraternità umana sia piena per tutti, nessuno escluso.

E Maria, madre premurosa, interceda per noi presso il Figlio suo, affinché ciò che abbiamo veduto e udito possiamo coraggiosamente testimoniarlo ogni giorno davanti al mondo.

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