Oltre l’inclusione sociale: il timone del Paese al popolo degli onesti

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famigliaParcopdi Fabio G. Angelini

I fatti di cronaca ci restituiscono un’immagine della realtà fatta sempre più di violenze, soprusi, speculazioni, furbizie ed egoismi. In questo racconto, lo spazio riservato al “popolo degli onesti” – come l’ha definito il cardinale Bagnasco nella sua prolusione al Consiglio Permanente della Cei a Firenze – che “porta avanti non solo la propria esistenza con dignità, ma anche le proprie famiglie e la vita della Nazione”, risulta talmente ridotto da sembrare quasi inesistente.
Eppure, l’esistenza di un Paese silenzioso, fatto di lavoratori, famiglie e formazioni sociali che quotidianamente – pur con le proprie imperfezioni e miserie umane – si sforzano di svolgere con dignità e spirito di servizio le proprie occupazioni è innegabile. Si tratta in realtà di un popolo maggioritario, generoso e operoso, abituato a non fare clamore e a rimboccarsi le maniche, senza il quale il Paese difficilmente sarebbe riuscito a uscire dalle sabbie mobili della crisi dei debiti sovrani. Nonostante ciò, sono troppo poche le occasioni in cui il ruolo cruciale dell’azione quotidiana svolta dai tanti uomini e donne che lo compongono trova adeguato riconoscimento..
Pur nella diversità di situazioni che scandiscono la vita di questo popolo, se provassimo a immaginare la giornata tipo di un padre e una madre di famiglia potremmo farlo pensando alle numerose attività, impegni e scelte che animano il nostro quotidiano. Occupazioni ordinarie – quali l’accompagnare i figli a scuola, il lavoro in fabbrica, in ufficio o nei campi, a stretto contatto con altrettanti padri e madri di famiglia, l’aiuto ai figli nello studio, nello sport o nell’affrontare le loro paure e incertezze, la sobrietà nelle scelte di consumo, la rinuncia ad una spesa superflua, il rispetto delle regole, lo sforzo dei coniugi a tenere vivo, complice e sincero il loro rapporto, il supporto prestato ai genitori anziani e il consiglio reso ad un amico – spesso svolte con l’angoscia di un lavoro sempre più instabile, con l’incertezza del futuro, con le tasse da pagare, sopportando i dispetti di una burocrazia spesso inutile e vessatoria, con il peso lacerante dell’angoscia di lasciare ai figli un futuro peggiore del proprio che, però, laddove ispirate alla carità, si dimostrano essere l’autentica via del bene comune.
In questa quotidiana ordinarietà è difficile non intravedere qualcosa di straordinario, di invisibile eppure capace di trasformare la nostra società. Nelle storie di questi uomini e donne del nostro tempo v’è la testimonianza virtuosa di chi sperimenta, nella propria vita, l’applicazione dei principi di dignità della persona, bene comune, sussidiarietà e solidarietà, e quei valori fondamentali di verità, libertà, giustizia e carità di cui ci parla la dottrina sociale della Chiesa. Nonostante le difficoltà, questo popolo non si arrende. Anzi, va avanti facendo quotidiana esperienza dei propri limiti, delle proprie miserie, dell’insuccesso e della sofferenza, trasmettendo con il proprio esempio tale insegnamento alla società nel suo insieme.
La dignità con cui questo popolo svolge i propri compiti ordinari e assolve i propri doveri è una risorsa e una lezione per tutte le generazioni. A volte si è portati a considerare questa ricchezza più che come una risorsa da valorizzare per costruire il futuro del Paese, come una riserva strategica cui attingere quando le cose si mettono male. A questo popolo silenzioso, spesso escluso dai processi decisionali economici e politici, oltre che scarsamente rappresentato, dobbiamo molto. Esso ha sopportato, e tutt’ora sopporta, i costi sociali della “spending review”, del “fiscal compact” e degli errori del passato, facendo leva sulla solidarietà tra generazioni (genitori – figli – nonni) e sullo spirito di sacrificio.
Così facendo però, lasciando che sia solo questo popolo a farsi carico degli squilibri del nostro tempo, non solo si distrugge la coesione sociale, aggravando le disuguaglianze, ma si impoverisce il Paese, sprecando i talenti e la creatività di tanti uomini e donne esclusi dal circolo (vizioso) dello sviluppo.
Occorre perciò intervenire su queste dinamiche estrattive perché, come ci ricorda il presidente della Cei, “si raccoglie ciò che si semina”. Se da un lato è indispensabile una vera opera educativa ispirata a quell’umanesimo cristiano che guarda allo sviluppo umano integrale, dall’altro, è urgente creare le condizioni per promuovere in tutti i campi l’inclusione sociale, permettendo a questo grande e maggioritario popolo non solo di sopportare meglio i costi sociali delle politiche di austerità, ma di prendere per mano il Paese facendo della dignità e dello spirito di servizio, di cui fa quotidiana esperienza, la cifra del nostro modello di sviluppo economico e sociale.

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