Aspettando l’asilo i ragazzi migranti corrono e segnano

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pavipdi Giuseppe Del Signore

Momo finta un movimento ad aprire, si gira e scatta verso il centro. Trova il pallone dove aveva immaginato che fosse, si libera con una finta del difensore e, all’altezza di un dischetto del rigore che non c’è, calcia e gonfia una rete immaginaria. Mortara, provincia di Pavia, un campetto di periferia fatto da due porte sgangherate e un pezzo di terra più quadrato che rettangolare, un fosso, un traliccio della corrente e il muretto di una casa a segnare la fine del terreno di gioco. In campo, domenica 28 settembre, la Freedom e l’A-Team Gifra. Ospiti una squadra amatori del Csi di Vigevano, padroni di casa un gruppo di circa 50 migranti ospitati dalla cooperativa Faber tra Mortara, Robbio e Sant’Angelo che qualcuno non vorrebbe veder giocare.

La squadra dei migranti. Corrono questi ragazzi, le praterie di un campo di calcio sono poca cosa in confronto alle migliaia di chilometri percorsi attraversando l’Africa e il Mediterraneo partendo da Mali, Senegal, Guinea Bissau, Nigeria. Hanno tra i 18 e i 25 anni e stargli dietro per novanta minuti è difficile, ancora di più per chi si trova nel duplice ruolo di terzino e di cronista e, quando sarebbe il momento di riprendere fiato, lo impiega per rapide interviste tra italiano, inglese e francese. Come ti chiami? Mentre si corre per seguire l’azione. Cosa sogni? Rincorrendo l’avversario che vola sulla fascia palla al piede. Tra un contrasto e uno scatto il campo di via Belvedere si riempie delle voci di questi ragazzi. “Mi chiamo Yaya, ho 25 anni, vengo dalla Guinea e sono qui dal 2014. Il viaggio è stato lungo e pericoloso, sono passato da Mali, Algeria, Libia prima di imbarcarmi”. Sorride, ma mentre ripensa alla Libia distoglie lo sguardo. Sostituzione, esce, entra Aleksandr, 20 anni, senegalese. “Sto bene qui, mi piacerebbe rimanere in Italia e trovare lavoro, ma ho anche un fratello che vive in Danimarca da tanto tempo e che potrei raggiungere”. Nuovo cambio, arriva Momo, fisico alto e snello, tecnica sopraffina. “Ho 19 anni – spiega Mamadou – sono del Senegal. Cosa vorrei fare? Giocare a calcio – ride di gusto e dà palla di tacco a un compagno – vorrei diventare un professionista”.

Il calcio proibito. L’idea della squadra è venuta a Fabio Garavaglia, presidente della cooperativa che è tra gli enti riconosciuti dalla Prefettura di Pavia e che ha in carico 131 richiedenti asilo. “Durante la giornata – dichiara – i ragazzi studiano italiano, tanti sono analfabeti. Per ottenere lo status di rifugiati ci vogliono circa due anni e in attesa della risposta devono restare nei centri, perciò ci sembra un buon modo per impegnarli e per farli integrare nel tessuto sociale”. Da qui il contatto con il Mortara Calcio e il primo allenamento, una decina di giorni fa, in una delle due strutture che la società ha in affidamento dal Comune, ma il sindaco Marco Facchinotti, a capo di una giunta monocolore Lega Nord, ha imposto il dietrofront. Accanto alla preclusione della politica verso i “clandestini”, la motivazione ufficiale per la chiusura è che i migranti non pagano, i genitori dei ragazzi che giocano nelle giovanili sì e non sarebbe giusto. Così la Freedom si sposterà nel vicino comune di Parona Lomellina, che come altri ha invitato la cooperativa Faber nel proprio centro sportivo. “Ci alleneremo tre volte la settimana, l’anno prossimo speriamo di iscriverci al campionato amatori, abbiamo già inviti per amichevoli a Pavia e Torino”.

Triplice fischio. Alla fine la partita tra Freedom e Gifra finisce 6-1, in campo scendono anche il segretario del Partito Democratico e un consigliere comunale del Movimento 5 Stelle entrambi della vicina Vigevano, ma solo in veste privata in quanto tesserati dell’A-Team. Un normale pomeriggio di sport, tra gli atleti strette di mano, abbracci, chiacchiere sulla via degli spogliatoi: alcune auto parcheggiate dove, cambiandosi, c’è spazio ancora per qualche parola. Tu sei bravo sulla fascia. “Grazie – risponde Alagie Cissè – ma in realtà gioco dappertutto, in Senegal giocavo in serie C. Dove mi metti sto, basta giocare. Ecco, magari non in porta”. Ride di gusto, la pelle del viso si tira stendendo una brutta cicatrice sulla guancia sinistra. Chissà se frutto di una disavventura fanciullesca o di un viaggio che nessuno ha troppa voglia di raccontare. Qui, a mesi e chilometri di distanza dalla fuga, è molto più facile scappare sulla fascia.

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