Pressing di Confindustria: l’Ilva perde commesse, può salvarla solo la mano pubblica

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ilvapdi Marina Luzzi

Taranto e l’Ilva. Un matrimonio in crisi, con l’Europa che ne aspetta la fine alla finestra. Un quadro allarmante, almeno secondo Confindustria, che ha indetto i propri stati generali, il 24 settembre, nel capoluogo ionico per fare il punto sulla situazione del siderurgico.

Le parole di Squinzi. “Siamo qui a Taranto per affermare con forza che la questione Ilva è strategica per il Paese. Vogliamo che siano chiari il percorso e i tempi entro cui questa impresa sarà restituita al mercato e, per questo, mettiamo a disposizione del governo e dei commissari le nostre competenze, nell’interesse dell’Italia”. Ha esordito così il presidente della Confederazione degli industriali Giorgio Squinzi davanti ai giornalisti. “Abbiamo sposato questa battaglia fin da subito e vogliamo continuare a farlo – ha proseguito – a beneficio dell’impresa e del suo indotto. Ilva è un simbolo perché emblema delle difficoltà di fare impresa in Italia e la sua ripresa è decisiva per il futuro del Paese, che non può rinunciare alla siderurgia senza retrocedere”.

La perdita di commesse.
I timori degli industriali si sono materializzati nel vedere sfumare la commessa con il consorzio Tap. Trecento milioni di euro per la realizzazione di tubi del gasdotto, andranno lontano dall’Italia. I committenti non si sono accontentati di parametri tecnici non adeguati e di tempi lunghi di consegna, dovuti al fatto che Ilva da tempo non viaggia a pieno regime, con l’altoforno 5, quello più produttivo, fermo per lavori di adeguamento ambientale. Paure espresse pubblicamente dal presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, dall’alto dell’osservatorio privilegiato di vice presidente di Eurofer, l’associazione continentale di produttori d’acciaio. “Siamo stati contrari dall’inizio al commissariamento e i tre anni che sono passati ci danno ragione. La crisi non è stata superata, il risanamento ambientale non è stato fatto in gran parte. L’Ilva continua a perdere spazio di mercato. Ci ritroviamo in una situazione in cui l’azienda rischia di nuovo il collasso, dovuto anche alla difficilissima congiuntura siderurgica europea. E i concorrenti del Vecchio Continente – ha proseguito Gozzi – in una situazione di notevole sovrapproduzione, non aspettano altro che uno stabilimento di questo tipo, che arriva a produrre 10 milioni di tonnellate di acciaio, venga cancellato. L’intervento pubblico per risollevare l’azienda è inevitabile, perché la magnitudo finanziaria dei problemi che stanno davanti all’Ilva, i siderurgici italiani non hanno la forza finanziaria di supplirla”.

Il pensiero della Cisl. “A marzo scorso – ha commentato il segretario provinciale della Cisl, Cosimo Panarelli – il ministro Gnudi disse che la newco (cordata di imprenditori privati destinata a prendere le redini di Ilva, ndr) sarebbe dovuta nascere in primavera, come scritto nel decreto legge. Poi i tempi sono slittati all’autunno e questo sta generando preoccupazione e confusione. Lo Stato si è dimostrato non all’altezza, per questo ci aspettiamo che lo stabilimento sia affidato quanto prima a nuovi partner”. Perché la newco parta senza contraccolpi, però è necessario che sia completato l’iter di riqualificazione ambientale dello stabilimento, per cui servono il miliardo e 200 milioni sequestrati ai Riva in Svizzera, e ancora bloccati.

Il piano per il Mezzogiorno. A partire dal caso del siderurgico ionico, poi l’attenzione del Consiglio generale a Taranto si è spostata sul ruolo dell’industria in Meridione, in particolare sulla necessità di puntare, da una parte, sul credito d’imposta per investimenti in ricerca e, dall’altra, sulla decontribuzione per i nuovi assunti. “Abbiamo approvato un pacchetto di proposte – ha affermato Alessandro Laterza, vice presidente Confindustria per il Mezzogiorno – in previsione del Masterplan per il Sud che il governo si appresta ad adottare e del disegno di legge di stabilità. Trai i punti fondamentali ci sono: l’attivazione per le imprese di un credito d’imposta di durata triennale per l’acquisizione di beni strumentali nuovi; il rifinanziamento dei contratti di sviluppo per condurre aziende medio-grandi a investire a Sud; il potenziamento degli strumenti di garanzia per favorire l’accesso al credito, attraverso l’utilizzo dei fondi strutturali europei, e ancora l’utilizzo di voucher per l’internazionalizzazione da parte delle imprese del Mezzogiorno. Un passo necessario per migliorare l’esportazione”. Fra i punti che Confindustria chiede al governo di tenere in agenda per il 2016, anche la previsione di uno stanziamento adeguato di risorse nel Fondo per lo sviluppo e la coesione. Risorse che per gli industriali dovrebbero servire pure per finanziare strade, ferrovie, potenziamento degli aeroporti.

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