“L’Europa usi Cipro come ponte con il Medio Oriente”

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yousseDi Gianni Borsa e Daniele Rocchi
“Le guerre in corso e le crisi politiche irrisolte in Medio Oriente possono trovare una soluzione solo nel dialogo e nel concetto di cittadinanza. Ma serve l’aiuto della comunità internazionale e soprattutto dell’Europa. Le chiese e la società civile devono, ciascuno nel proprio ambito, attivarsi per promuoverlo in ogni campo, da quello religioso a quello politico, da quello economico a quello culturale e sociale. È l’unico modo per ridare prospettive concrete a questa tormentata area del mondo”. Monsignor Youssef Soueif, arcivescovo maronita di Cipro, non ha dubbi: “non ci sono alternative al dialogo”. Parole che acquistano ulteriore significato poiché provengono da Cipro, isola divisa dal 1974 dopo l’occupazione del nord da parte della Turchia, ma dove oggi musulmani, cristiano-ortodossi, greco-cattolici, maroniti e cattolici di rito latino convivono. “Un’oasi di coesistenza che dà a Cipro la sua identità e la sua missione che vede anche la Chiesa impegnata a promuovere uno spirito di riconciliazione umana, di perdono e di pace”.
Un ponte per il Medio Oriente. I confini di Cipro si estendono ben al di là dell’isola. Paese membro dell’Unione europea, Cipro, dice l’arcivescovo “è un ponte naturale, geografico, tra Oriente e Occidente. È la porta che immette in Medio Oriente, in Terra Santa, in Libano, in Siria, in Turchia, a Gerusalemme. Questo ci rende molto sensibili ai problemi della regione, soprattutto ai conflitti e alle persecuzioni che le minoranze cristiane e non cristiane stanno subendo. Per questo cerchiamo di offrire al Medio Oriente uno spazio di comprensione e dialogo”. Peccato che “l’Europa usi poco questo ponte per avvicinarsi socialmente, culturalmente, economicamente ai popoli di questa regione tormentata. L’Europa può avvicinarsi di più al Medio Oriente entrando da Cipro”. “Per avere un futuro il Medio Oriente ha bisogno del dialogo, della purificazione della memoria e del rispetto dei diritti umani” spiega mons. Soueif che individua la causa di “tutte le tensioni e le crisi in corso nella regione nel conflitto israelo-palestinese o israelo-arabo”. “L’Europa può fare molto per promuovere negoziati di pace. Pacificare qui significa curare la causa di ogni tensione”. Per quanto sia incancrenito il conflitto, la “linea strategica” della Chiesa cattolica per risolverlo non cambia: “dialogo sincero basato sulla giustizia, sui diritti umani e sul rispetto della dignità della persona”. Un pensiero particolare l’arcivescovo lo rivolge a Gerusalemme, città santa contesa, che per sua stessa natura “deve essere patrimonio di tutta la famiglia umana, senza distinzioni, aperta a tutti i fedeli, ebrei, cristiani e musulmani”.
La vera sfida. A minacciare il futuro dell’intera regione sono ora anche le guerre in Siria e in Iraq, la violenza cieca dello Stato Islamico. Ma avverte mons. Soueif: “sono conflitti che hanno una connotazione religiosa, la lotta tra sciiti e sunniti nell’Islam, ma le loro radici sono economiche e politiche. A farne le spese milioni di sfollati e rifugiati che hanno lasciato le loro case, i loro averi, per sfuggire alla violenza e alle bombe. Tra di essi moltissimi cristiani. La loro partenza – dice l’arcivescovo maronita – è una perdita per tutte le altre fedi e un duro colpo alla diversità, al pluralismo e alla convivenza”. E nemmeno davanti a tanta violenza, mostrata senza filtri dai tagliagole dell’Isis, mons. Soueif recede dalla strategia del dialogo anche se ammette con realismo: “non si può dialogare con gli estremisti e i terroristi. Si deve però dialogare con la stragrande maggioranza dei musulmani che non è né estremista né fondamentalista”. Ecco la vera sfida: “cercare la maggioranza moderata ma silenziosa dei musulmani e dialogare. Un dialogo positivo, di vita, di condivisione di progetti sociali, culturali, sportivi, utili ad avvicinare le persone, a farle conoscere. Queste sono le nostre armi contro i coltelli dello Stato islamico. I terroristi – ribadisce con voce ferma – sono una minoranza”.
Diritto di cittadinanza. Ma il dialogo per avere efficacia deve svolgersi su basi paritarie. Qui, per l’arcivescovo, entra in gioco il concetto di cittadinanza. Cosa niente affatto scontata in Medio Oriente. Forte il richiamo di mons. Soueif: “le Costituzioni e le leggi dei vari Paesi devono basarsi sull’uguaglianza dei cittadini, stessi diritti per tutti i cittadini senza distinzioni di etnia, credo politico e religioso. Non esistono cittadini di serie A e di serie B come accade ai cristiani e alle minoranze. Non vogliamo essere semplicemente tollerati ma considerati cittadini a pieno titolo in quelle terre dove, tra l’altro, siamo presenti da molto prima dell’arrivo dell’Islam. Siamo autoctoni, non visitatori. Come cristiani abbiamo un ruolo religioso, storico e culturale da giocare in Medio Oriente: lavorare per il bene comune delle nostre società e non solo per il nostro personale. Dialogo quotidiano e cittadinanza isolano, infatti, gli estremismi e i fondamentalismi”.

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