Per battere il terrore il Mali riparte dai giovani esclusi

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MaliDi Davide Maggiore

“Una pace durevole è possibile, ma va costruita, non basta firmare un documento, servono la volontà politica e l’impegno per raggiungerla, lasciando da parte gli interessi personali e camminando insieme”. Theodore Togo è il responsabile nazionale della Caritas del Mali e commenta così la situazione nel Paese, ancora alle prese con il percorso di uscita dal conflitto civile iniziato nel 2012, soprattutto nelle regioni del Nord. Una guerra che, per un certo periodo, ha visto prendere il sopravvento milizie d’ispirazione islamica radicale, come Ansar Eddin, o legate alle reti del terrorismo internazionale, come Al Qaeda nel Maghreb Islamico.

Partecipazione locale.
Un problema, quest’ultimo, che è stato affrontato sul piano militare, respingendo i fondamentalisti – comunque ancora autori di attentati – dalle loro posizioni, ma che attende ancora una soluzione strutturale. A questa cerca di contribuire il nuovo programma lanciato dall’Unione europea e dall’ufficio delle Nazioni Unite per la ricerca sul crimine e la giustizia (Unicri). Cinque milioni di euro sono stati stanziati per promuovere azioni di “deradicalizzazione”, agendo lì dove la propaganda dei reclutatori estremisti rischia di fare più facilmente presa: alla base della società, tra i giovani che si sentono esclusi, per povertà e marginalizzazione, da ogni possibilità di decidere del loro futuro e di quello del loro Paese. Il perché di questa scelta lo ha spiegato Cindy Smith, direttrice dell’Unicri: “Noi crediamo – ha detto presentando la nuova iniziativa – che le armi più efficaci contro il terrorismo siano lo sviluppo e lo stato di diritto, e il nostro migliore alleato sia la società civile. Non riusciremo mai a ottenere stabilità, pace e prosperità nella regione senza il dialogo e la coesione sociale, la partecipazione e il rafforzamento delle organizzazioni locali”. Per quattro anni, dunque, realtà del territorio, vittime del terrorismo, mass media, associazioni culturali, donne e gruppi giovanili lavoreranno alla costruzione di comunità inclusive anche oltre i confini del Mali, in tutta la regione del Sahel. I movimenti armati, compresi quelli d’ispirazione islamista, trovano infatti la loro forza anche nella collaborazione con le reti criminali transnazionali che gestiscono i traffici di droga, di armi e la tratta di esseri umani.

Dialogo necessario. Lavorare nella società e con la società per creare alternative all’arruolamento nei gruppi armati è qualcosa che anche la Chiesa, in questi anni di crisi politica, ha continuato e continua a fare. “Come Caritas organizzeremo un incontro nei prossimi giorni con i rappresentanti del governo, dei partiti politici, dell’università e della società civile, oltre che con la Minusma [la missione di peacekeeping delle Nazioni Unite nel Paese, ndr]: discuteremo per due giorni dell’applicazione dell’accordo di Algeri e forse le nostre raccomandazioni aiuteranno lo Stato a prendere le decisioni che vanno prese”, continua Togo. La scelta del dialogo con le comunità locali, infatti, sta prendendo piede anche per risolvere le tensioni che restano al Nord anche dopo la firma, a giugno scorso, appunto nella capitale algerina, di un accordo di pace tra le milizie indipendentiste, prevalentemente tuareg, e quelle filogovernative. Le tensioni continuano soprattutto nell’area di Anéfis, non lontano dall’ex roccaforte ribelle di Kidal, dove nelle ultime settimane sono ripresi gli scontri. “L’accordo di Algeri – sintetizza Togo – è come tenuto in ostaggio, e la popolazione si sente in una situazione di totale insicurezza: molti lasciano le zone dei combattimenti per mettersi al riparo, e questo è un problema ancora più grande di quelli del cibo, della salute, dell’educazione e della libertà di spostarsi”. “Solo se i gruppi armati depongono le armi, sarà possibile superare i differenti ostacoli che adesso creano difficoltà per la popolazione”, conclude il responsabile di Caritas Mali, che però vede sul terreno anche segni di speranza. “Un lavoro sul campo – racconta – si fa già, a tutti i livelli, cercando di sensibilizzare la popolazione: persino i responsabili dei diversi gruppi armati cercano di tenere a freno i loro combattenti e tranquillizzare i civili”. Anche da questa base potranno e dovranno partire, dunque, i nuovi progetti della comunità internazionale.

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