Ma la scienza è sempre scientifica? Dubbi legittimi

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scienzaDi Maurizio Calipari

La “riproducibilità” è una caratteristica essenziale perché una scoperta scientifica possa essere definita tale. Poste le medesime condizioni dell’esperimento iniziale e adottata la medesima metodologia, i risultati ottenuti devono essere uguali o molto simili a quelli di partenza. Solo allora si potrà affermare che, con molta probabilità, le conclusioni cui si è giunti sono “scientificamente vere”… almeno fino alla successiva smentita scientifica!
Ma cosa accade se questa riproducibilità viene a mancare? Bisognerebbe chiederlo ai 270 psicologi che, già da qualche anno, hanno accettato di collaborare con Brian Nosek, docente di psicologia dell’Università della Virginia, alla realizzazione del “Reproducibility Project”. Nosek, infatti, è anche direttore del Center for Open Science, un’associazione che, al fine di aumentare l’affidabilità della ricerca scientifica, si occupa di riprodurre studi già pubblicati, per vedere se si ottengono risultati uguali o equivalenti. Il folto gruppo di ricercatori coordinati da Nosek, dunque, ha tentato di riprodurre, nella maniera più scrupolosa, ben 100 studi di psicologia pubblicati nel 2008 da tre importanti riviste scientifiche. Con risultati (regolarmente pubblicati su Science) che fanno tremare i polsi: soltanto il 36% degli esperimenti replicati ha fornito conclusioni simili a quelle originali. Traduzione: tanti psicologi che “ufficialmente” hanno smentito le conclusioni “ufficiali” di tanti altri psicologi. Ce n’è abbastanza per farsi venire qualche dubbio sull’assoluta affidabilità di tante “verità” assunte dalla psicologia moderna, e che magari, in qualche caso, rimbalzano sul tessuto culturale comune orientandone l’evoluzione.
Intendiamoci, non si tratta certo di fare un processo alla psicologia in quanto tale, che riconosciamo senza tentennamenti, tra le scienze umane, come preziosa risorsa per aiutare le persone a vivere meglio la loro dimensione psichica e relazionale. Si potrebbe infatti obiettare che la responsabilità dei risultati incoerenti ricade su chi, probabilmente con scarsa professionalità o in malafede, ha prodotto “malamente” gli studi originari.
Forse, però, visto il basso grado di affidabilità di una parte della letteratura, sarebbe più adeguato alla realtà dei fatti che alcuni psicologi, “luminari” della materia, ridimensionassero l’orgogliosa sicumera professionale ostentata in ogni dove, come se ogni loro “sentenza” avesse il sigillo e l’autorevolezza della verità assoluta. Mentre, più realisticamente, si tratta di pura interpretazione – propria o altrui – dei dinamismi psicologici della persona, che come tale è suscettibile di errore ed evoluzione (come dimostrano impietosamente gli esiti del “Reproducibility project”).
Abbiamo concepito il progetto nel 2011 – ha dichiarato Cody Christopherson, docente di psicologia alla South Oregon University e organizzatore insieme a Brian Nosek del Reproducibility Project, commentandone i risultati -, anno in cui si sono verificati casi che hanno scosso la psicologia dalle fondamenta, come il caso di Diederik Stapel, il ricercatore olandese scoperto a falsificare la metà dei suoi studi, e quello di Daryl Bem, che pubblicò uno studio che sosteneva con dati empirici la precognizione”. “Questi casi – ha aggiunto Christopherson – sono stati clamorosi, ma sono solo sintomi di una più vasta debolezza dell’edificio della scienza: la riproducibilità. Oggi è molto raro che gli esperimenti vengano replicati, ed è comprensibile: per fare carriera accademica bisogna fare ricerche originali e nuove, non rivedere gli studi già fatti. La conseguenza è che oggi abbiamo una vasta letteratura scientifica di attendibilità incerta”. Un problema, dunque, quello della “riproducibilità scientifica”, che finisce per riguardare non solo il settore della psicologia ma, più in generale, tutta la letteratura scientifica, talvolta prodotta all’insegna di altri interessi, del tutto estranei alla scienza e alla ricerca del sapere.
Insomma, ancora una volta, appare chiaro come la chiave di volta di questa problematica ingravescente che affetta la ricerca scientifica – si tratti di psicologia o di altre discipline – alla fine sia rappresentata dallo spessore etico della persona, cioè dalla rettitudine morale e deontologica del ricercatore, chiamato per “vocazione” ad essere un appassionato cultore della verità, mai della menzogna o delle mistificazioni.

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