“La Rua” si racconta: a tu per tu con Daniele Incicco

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page

La Rua La Rua2Di Sara De Simplicio

MUSICA – Riuscire a destare interesse e coinvolgimento non è cosa proprio da tutti, soprattutto in un panorama ampio e variegato come quello musicale, dove è molto alto il rischio di vagabondare sulla strada dell’imitazione e della banalità e da lì poi precipitare nello spietato burrone dell’oblio.

Ci sono riusciti, invece, e anche con ottimi risultati, sei talentuosi ragazzi della provincia di Ascoli Piceno che da qualche tempo riscuotono sempre più consensi e applausi e che rispondono al nome dei “La Rua”, una band pop/nu-folk che ha da poco concluso il suo lungo tour estivo di ben 20 tappe, la maggior parte delle quali nelle Marche, e che sarà presente anche al Festival MEI di Faenza il prossimo 3 ottobre.

I protagonisti sul palco sono loro, Daniele Incicco (voci e chitarre), William D’Angelo (chitarre), Davide Fioravanti  (pianoforte, fisarmonica, glockenspiel), Nacor Fischetti (batteria), Alessandro Charlie Mariani (chitarre e banjo) e Matteo Grandoni (contrabbasso), che quest’estate hanno portato in scena il loro interessante repertorio racchiuso nel loro album omonimo, costituito da otto tracce molto orecchiabili e per nulla scontate.

Testi, i loro, dall’impatto collettivo, con spesso protagonista un io dai contorni indefiniti e in cui può facilmente riconoscersi un noi generazionale; un sound nuovo, denso e imponente, e non semplice rumore, fatto di un ritmo vulcanico e avvincente grazie anche all’avvolgente simbiosi tra i molti strumenti; in più, a condire il tutto, un’energia e una determinazione da vendere. Tutti ingredienti, questi, di una “ricetta” che difficilmente può non piacere.

Una band, dunque, dallo stile inconfondibile e originale. Un gruppo ben assortito dove ogni componente, seppur diverso dagli altri e con caratteristiche peculiari, diventa elemento insostituibile e indispensabile di un puzzle visivamente e sonoramente impeccabile.

E infatti, per chi li ascolta poi diventa difficile rimanere impassibili davanti allo spettacolo offerto sul palco: che sia esso di una piazza o di un locale, il risultato non cambia mai e ha sempre tutti i connotati dell’“irresistibile”, per dirla con un unico aggettivo.

A fare da scenario per il loro ultimo concerto estivo il paese di Castignano, che nella serata di domenica 6 settembre li ha accolti davanti ad una folla numerosa, divertita e anche molto partecipe, visto il “coro” di spettatori che ha accompagnato, all’unisono e per tutto il tempo, le loro canzoni. Su tutte, la voce trascinante di Daniele Incicco, il cantante del gruppo, al quale abbiamo chiesto di raccontarci su quali strade oggi viaggia “La Rua”, visto che il nome ricorda proprio la tipica stradina ascolana che, per tutti i componenti della band, rappresenta il luogo di origine dei loro sogni.

Daniele, qual è stato l’incipit di questo vostro progetto?
Il vero punto di partenza è stato il bisogno di scrivere musica inedita. Io personalmente scrivo testi e canzoni da sempre ma mai mi ero misurato con il mondo del live allo stato puro. Inizialmente eravamo una band che faceva cover ma pian piano è maturato in noi il desiderio di fare della musica che fosse solo nostra, di creare qualcosa che ci rispecchiasse e ci appartenesse in pieno. Così, dopo tanti anni di impegno e di totale dedizione, i nostri brani hanno acquisito una veste sonora caratteristica, ottenuta grazie ad un lavoro di sperimentazione sul binomio voce – forma acustica. Poi, nella ricerca di un produttore artistico, nel 2009 ci siamo imbattuti fortunatamente in una persona che per noi è stata ed è di fondamentale importanza. Sto parlando di Dario Faini, un grande “artigiano” della musica, nonché nostro produttore artistico e nostra sapiente guida: il suo appoggio autorale e insieme morale, le sue capacità pazzesche e la sua forza, unite alla nostra determinazione e al nostro impatto live, sono state le basi su cui fondare questo progetto musicale. 

Quali sono le state le influenze musicali e i tuoi artisti di riferimento ?
In pole position ci sono sicuramente i Mumford and Sons e i Lumineers, che in qualche modo mi/ci hanno segnato profondamente. In realtà però i miei “primi amori” sono stati Bruce Springsteen e Bob Dylan, che fanno parte di un “vecchio” stile di cantautorato… e poi devo dire che sono quasi “impazzito” quando Eddie Vedder ha scritto “Into the wild”, un album acustico pazzesco! Col passare degli anni e’ come se tutto questo mondo avesse “lavorato” dentro di me e avesse preparato il terreno per quello che sono e siamo oggi: una band che propone un nuovo modo di vedere il folk, sempre incapsulato nell’ambito pop e nella formula della tipica canzone italiana, rivestita però di un sound innovativo, perché molto acustico ed “happy”.

Uno dei brani presenti sul cd che porta il vostro nome dice: “ci pensi mai al futuro, a quando eri poco più che un bambino e immaginavi cosa saresti stato..”. Tu che sei l’autore principale delle vostre canzoni come risponderesti per primo a questa domanda: quando eri bambino cosa sognavi di fare da grande?
Io ho sempre amato la musica in tutte le sue sfaccettature, sin da piccolo. Addirittura prima ero un ballerino e da ragazzo ho vinto anche dei premi in quel settore: poi, quando la coppia di ballo si è sciolta in seguito all’abbandono della mia “partner”, diciamo che la passione per la chitarra ebbe la meglio e passò davanti a tutto il resto.

“Rispolverai” così la chitarra classica che mio zio, appassionato di blues, mi aveva regalato per la mia prima comunione: fu lui ad insegnarmi a suonarla e a trasmettermi l’amore per questo strumento.

Cosa rappresenta per te la musica ?
Per me la musica è il sistema indolore per esprimere se stessi. Con la musica, infatti, puoi rimanere fedele a chi sei realmente perché non ti chiede di essere un altro: con lei non devi modificarti e non c’è nessun prezzo da pagare, a differenza invece di quello che accade in altri settori, come ad esempio nella politica, dove per “raccontarti” devi per forza schierarti su un fronte e prepararti ad una guerra che è sempre in corso perché si vive di confronto/scontro con il nemico di turno. La musica invece no. Perfino lo sport a volte può diventare troppo esigente, soprattutto quello individualista: per “rimanere a galla” devi per forza correre a più non posso, competere e basta. Per me, invece, la musica è qualcosa di molto diverso: è il miglior veicolo per esprimere ciò che hai dentro. E se poi accade anche che quello che vuoi esternare con la musica riesce ad arrivare fino al cuore del pubblico e creare con esso una bella sinergia .. beh allora è davvero il massimo, una cosa unica e indescrivibile che in nessun altro settore può verificarsi!

La musica può funzionare come antidoto ai problemi?
Assolutamente si! Come si dice … “quando hai un problema, parlarne è già parte della cura”, figuriamoci con la musica: non so come avrei fatto senza di lei nei miei momenti difficili! Perché la musica ha un effetto incredibilmente curativo e per me è quella finestra che si apre sulla bellezza delle cose. Lei, in un modo o nell’altro, ti rimanda immediatamente al bello e all’essenza della vita.

Qual è il segreto per una band in “cammino”?
Una band vive per le proprie canzoni e queste sono il suo esercito : tanto più forti sono le canzoni, tante più guerre puoi vincere. Anche per noi è stato così perché, di volta in volta, alcuni nostri brani ci hanno aperto delle strade importanti, vuoi “Noi Che” per vincere Area Sanremo nel 2012,  vuoi “Non sono positivo alla normalità” per MTV nel 2014 e anche “Non ho la tristezza” per il concerto del 1° Maggio a Roma di quest’anno.

Quando vi siete accorti che “la musica” per voi stava cambiando?

In realtà non abbiamo neanche avuto il tempo di accorgercene perché, fortunatamente, è successo più in fretta di quanto ci aspettavamo. Non eravamo preparati a questa reazione da parte del pubblico: è già straordinariamente bello essere chiamati nei paesi per suonare le nostre canzoni e ancora di più lo è vedere le persone che le cantano addirittura tutte a memoria. E’ molto di più di quanto ci saremmo potuti augurare: speriamo almeno di riuscire, nei concerti, a riconsegnare al pubblico tutto quello che abbiamo ricevuto e che abbiamo dentro, di regalargli una risposta forte soprattutto dal punto di vista emozionale.

Qual è il sogno nel cassetto?
Vorrei che la nostra musica godesse di una risonanza maggiore e vorrei che la nostra band riuscisse un giorno a calcare il palco dell’Ariston.

C’è un concetto che ricorre e fa da filo conduttore nelle vostre canzoni?

Si, certamente. Come dire che.. anche se il mondo cade, non mi farò male perché in qualche modo mi sposterò e mi salverò. Diciamoci la verità, tutti noi, nessuno escluso, combattiamo quotidianamente una “guerra” perché ognuno ha i suoi problemi, piccoli o grandi che siano e io di certo, ad oggi, non posso condurre una rivoluzione etica e morale perché non ne ho il potere. Quello che invece posso fare è garantire almeno una via d’uscita emotiva alle persone, convincerle che, anche se tutto sembra andare male, si può guardare il lato b delle cose, guardare la “schiena” del futuro se la parte davanti non è poi così tanto rosea. Insomma, il messaggio è che, al di là di tutto, c’è sempre il lume inesauribile della speranza.

C’è una canzone a cui sei particolarmente legato?

Posso affermare senza dubbio che il singolo d’esordio “Non sono positivo alla normalità” è in assoluto il mio “manifesto” : in quella canzone ci sono tutte le mie inadeguatezze e i miei “no, non è per me”. E poi il brano “Non ho la tristezza” ne è il diretto proseguimento: è una dichiarazione alla società, un grido contro la moda collettiva della tristezza. Oggi più che mai l’essere tristi sembra consegnare alle persone la “patente” per attaccarsi a cose che sembrano poter colmare le loro mancanze. Ma in realtà solo all’apparenza e ingannevolmente. Come dice anche la nostra canzone “Un aeroplano che non sa volare”, tutti quanti siamo, potenzialmente, proprietari della nostra felicità: tocca a noi scegliere cosa fare di essa. Io credo che non si possa continuare a far finta che questa dipenda dal possedere o meno una bella macchina o nel potere d’acquisto di mille oggetti: per questo siamo tutti aeroplani che, pur potendo, non sappiamo volare. La felicità, secondo me, è in ogni cosa che ci circonda: io la vedo ovunque! Per questo, tocca a noi decidere se girare o meno la chiave, accendere il motore e alzarsi in volo!

Per concludere, se ti chiedessi di descrivervi con una sola parola….?
LA RUA???? …. ENERGIA!!!
SI, scriverei senza dubbio così!

One thought on ““La Rua” si racconta: a tu per tu con Daniele Incicco

  • 1 ottobre 2015 at 12:51
    Permalink

    Sono grandi meravigliosi sanno fare musica ! E cantano meravigliosamente li ami☆☆☆

    Reply

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *