A Paolantonio penultimo appuntamento con il Rosario estivo

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RosarioDi Sara De Simplicio

SANT’EGIDIO ALLA VIBRATA – Anche la sera di venerdì 11 settembre , dalle ore 21:00 in poi, il giardino dedicato alla Madonna adiacente la chiesa di San Giuseppe a Paolantonio sì è tinto dei colori della fede.

Nonostante le temperature non più propriamente estive, ancora tantissime le persone riunitesi per la recita collettiva del Santo Rosario, accompagnato come sempre da una suggestiva cornice visiva e sonora,  fatta di lanterne e canti con la chitarra. Divenuto ormai il tradizionale appuntamento del venerdì sera estivo per molti parrocchiani (e non solo), il rosario all’aperto di venerdì scorso è stato, però, il penultimo di questa stagione. A breve, infatti, riprenderanno le consuete attività parrocchiali con le catechesi del giovedì sera per gli adulti e del venerdì sera per i giovani del Mindc:  filo conduttore di quest’anno saranno  i sette segni di guarigione di Gesù.

La serata di chiusura del rosario estivo, invece, è prevista per mercoledì 16 settembre dalle 21:15 in poi, evento al quale parteciperà anche Don Tommaso Capriotti, chiamato per l’occasione a dare una particolare testimonianza.

Dopo aver meditato i misteri dolorosi di Gesù, Don Marco, come di consueto, ha preso la parola per un momento riservato alla riflessione e alla lettura delle catechesi che Papa Francesco ha quest’anno rivolto alla famiglia, analizzata in ogni suo aspetto e da ogni punto di vista. Dopo la volta della figura del padre, della madre, dei fratelli, dei nonni, della croce fatta di ferite e divisioni, venerdì scorso è stata la volta dell’approfondimento di un evento distruttivo come quello del lutto.

Don Marco ha sottolineato come “la morte sia l’evento più grave che una famiglia si trova ad affrontare perché capace di distruggerne e minarne le fondamenta,  un passaggio difficile da metabolizzare  ma che rappresenta  un momento di grande prova per la nostra fede”.

Ecco le “semplici ma profonde parole” pronunciate da Papa Francesco nell’udienza generale di mercoledì 17 giugno 2015:

“Cari fratelli e sorelle, la morte è un’esperienza che riguarda tutte le famiglie, senza eccezione alcuna. Fa parte della vita; eppure, quando tocca gli affetti familiari, la morte non riesce mai ad apparirci naturale. Per i genitori, sopravvivere ai propri figli è qualcosa di particolarmente straziante, che contraddice la natura elementare dei rapporti che danno senso alla famiglia stessa. La perdita di un figlio o di una figlia è come se fermasse il tempo: si apre una voragine che inghiotte il passato e anche il futuro. La morte, che porta via il figlio piccolo o giovane, è uno schiaffo alle promesse, ai doni e sacrifici d’amore gioiosamente consegnati alla vita che abbiamo fatto nascere. (…) Tutta la famiglia rimane come paralizzata, ammutolita. E qualcosa di simile patisce anche il bambino che rimane solo, per la perdita di un genitore, o di entrambi. Quella domanda: “Ma dov’è il papà? Dov’è la mamma?” copre un’angoscia nel cuore del bambino che rimane solo. Il vuoto dell’abbandono che si apre dentro di lui è tanto più angosciante per il fatto che non ha neppure l’esperienza sufficiente per “dare un nome” a quello che è accaduto. (…) La morte è come un buco nero che si apre nella vita delle famiglie e a cui non sappiamo dare alcuna spiegazione. E a volte si giunge persino a dare la colpa a Dio. (…) Ma questa rabbia è un po’ quello che viene dal cuore del dolore grande e la perdita di un figlio o di una figlia, del papà o della mamma, è un grande dolore. Questo accade continuamente nelle famiglie. (…) Ma nel popolo di Dio, con la grazia della sua compassione donata in Gesù, tante famiglie dimostrano con i fatti che la morte non ha l’ultima parola: questo è un vero atto di fede. Tutte le volte che la famiglia nel lutto – anche terribile – trova la forza di custodire la fede e l’amore che ci uniscono a coloro che amiamo, essa impedisce già ora, alla morte, di prendersi tutto. Il buio della morte va affrontato con un più intenso lavoro di amore. (…) Noi possiamo togliere alla morte il suo “pungiglione”, come diceva l’apostolo Paolo: possiamo impedirle di avvelenarci la vita, di rendere vani i nostri affetti, di farci cadere nel vuoto più buio.

In questa fede, possiamo consolarci l’un l’altro, sapendo che il Signore ha vinto la morte una volta per tutte. I nostri cari non sono scomparsi nel buio del nulla: la speranza ci assicura che essi sono nelle mani buone e forti di Dio. L’amore è più forte della morte. Per questo la strada è far crescere l’amore, renderlo più solido, e l’amore ci custodirà fino al giorno in cui ogni lacrima sarà asciugata. (…) Se ci lasciamo sostenere da questa fede, l’esperienza del lutto può generare una più forte solidarietà dei legami famigliari, una nuova apertura al dolore delle altre famiglie, una nuova fraternità con le famiglie che nascono e rinascono nella speranza. Nascere e rinascere nella speranza, questo ci dà la fede. E questa è la nostra speranza! Tutti i nostri cari che se ne sono andati, il Signore ce li restituirà e noi ci incontreremo insieme a loro. (…) E ricordiamo quel gesto di Gesù: “E Gesù lo restituì a sua madre”, così farà con tutti i nostri cari e con noi quando ci incontreremo, quando la morte sarà definitivamente sconfitta in noi. Essa è sconfitta dalla croce di Gesù. Gesù ci restituirà in famiglia a tutti!”

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