Le scuole cristiane chiedono parità di trattamento

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ScuolaDi Gianni Borsa e Daniele Rocchi

Un gruppo di bambini, fra i sei e i sette anni d’età, solleva uno striscione: “Our christian schools are in danger”, e i genitori, alle loro spalle ripetono: “Le nostre scuole cristiane sono in pericolo. C’è il rischio di chiudere”. Poco più in là un gruppetto di preadolescenti in pantaloni corti e maglietta colorata issa dei cartellini gialli con la scritta inglese: “Le scuole cristiane chiedono equità”. Non più che l’equità. Mentre in Italia riaprono le scuole, a Nazaret la comunità cattolica scende in strada per manifestare il proprio disagio: il 1° settembre, dopo la pausa estiva, le lezioni non sono riprese per una forma di protesta rispettosa ma ferma: il governo israeliano ha tagliato, in contrasto alla legge vigente, i trasferimenti per gli istituti cristiani: nel Paese operano 47 scuole cristiane, di cui 40 cattoliche, frequentate da 33mila studenti (solo la metà sono battezzati) con 3mila insegnanti.

L’abbraccio con i vescovi europei. Così la sera del 12 settembre alla scuola “Terrasanta” di Nazaret, posto accanto alla Basilica dell’Annunciazione, i vescovi europei impegnati in Terra Santa per la loro assemblea-pellegrinaggio, sono andati a portare sostegno alle famiglie e agli studenti. È stata una festa, con bambini, ragazzine e giovanotti ad accogliere i prelati di 40 Paesi diversi, con battimani, abbracci, preghiere, canti e parole di amicizia. Il card. Péter Erdö, ungherese, presidente del Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa), ha preso la parola in mezzo a centinaia di persone, richiamando il valore della famiglia, della libertà dell’educazione, della testimonianza della fede nella realtà quotidiana. Accanto a lui anche il patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, che poco dopo ha raggiunto un altro luogo della protesta: una tenda posta nella parte alta della città, nei pressi del municipio, con un sit-in di mamme e papà, studenti, insegnanti. Ai vescovi europei si sono poi rivolti – nell’incontro presso la Basilica dell’Annunciazione – un genitore, una professoressa e alcuni studenti. Una ragazza ha affermato sorridendo: “Potrei essere contenta che la scuola è chiusa, così posso proseguire le vacanze. Invece sono preoccupata perché non so se la mia scuola avrà un futuro”. E l’insegnante: “Fate arrivare la nostra voce anche nei vostri Paesi”.

“Un futuro per i nostri giovani”. A spiegare i contorni della situazione è monsignor Giacinto Boulos Marcuzzo, vicario patriarcale per Israele e presidente della commissione Scuola che opera in seno all’Assemblea degli Ordinari cattolici di Terra Santa (Acohl): “Chiediamo che lo Stato torni a darci ciò che la legge prevede. Oggi riceviamo solo il 29% dei fondi di cui abbiamo diritto”. “Per noi le scuole sono l’avvenire – prosegue Marcuzzo -. Siamo solo il 2% della popolazione, in mezzo a ebrei e musulmani. Senza scuole i nostri cristiani si perdono. Tutti i nostri giovani vogliono partire e, per questo, facciamo l’impossibile per trattenerli. Educando e formando i nostri figli li aiutiamo a costruirsi un percorso professionale, a mettere su famiglia, ad avere delle radici. Se non sono qualificati se ne vanno”, e la comunità cristiana rischia di scomparire proprio dalla terra di Gesù. “Tutto è andato bene fino al 2009 – annota il vescovo -: Israele ha tenuto fede a lungo alla legge che finanzia le scuole pubbliche e quelle riconosciute ma non ufficiali come le nostre. Dal 2009 sono arrivati i problemi con i partiti di estrema destra che hanno cominciato a porre ostacoli”.

Giudaizzazione in corso. In pochi anni, i contributi pubblici alle scuole cristiane sono diminuiti di oltre il 45%, costringendo gli istituti ad aumentare le rette scolastiche a carico delle famiglie. “Perché – chiede monsignor Marcuzzo – scuole ebraiche e islamiche della nostra stessa categoria ricevono tutto il dovuto per legge?”. Sullo sfondo si intravede “il rischio progressivo di giudaizzazione”. “Presto – fa notare – anche i nomi delle città, come Gerusalemme, verranno giudaizzati”. Ma qualcosa sembra muoversi. “Abbiamo lavorato molto in questi ultimi giorni – rivela monsignor Marcuzzo -: abbiamo parlato con ministri e parlamentari e tutti si sono mostrati d’accordo con noi”. “In fondo – aggiunge – le scuole cristiane sfornano persone formate e qualificate. I migliori professionisti nel Paese provengono da scuole cristiane. Per ora, abbiamo ricevuto tante promesse, ma nulla di scritto. Speriamo che mercoledì o giovedì si possa aprire uno spiraglio. Siamo in attesa di avere notizie dal ministro”.

Garantire l’identità. Monsignor Giuseppe Lazzarotto, nunzio in Israele e delegato apostolico in Gerusalemme e Palestina, interviene su questa stessa linea: “Noi non cerchiamo privilegi, ma un trattamento equo. Chiediamo solo che lo Stato israeliano garantisca in maniera non discriminatoria quello che garantisce alle altre scuole della stessa categoria”. Per il rappresentante vaticano “la proposta di far diventare pubbliche (avanzata dallo Stato di Israele, ndr.) le scuole cristiane e cattoliche significherebbe mettere in discussione la natura stessa di questi istituti che devono mantenere la propria identità, altrimenti non avrebbe senso. Dobbiamo garantire l’identità specifica delle nostre scuole”.

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