Terra Santa, nel 2015 meno pellegrini anche dall’Italia, gli arrivi segnano -45%

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terraSantaDi Daniele Rocchi
È aria calda e sabbiosa quella che soffia su Gerusalemme in questi giorni. La cappa gialla che l’avvolge non sembra, tuttavia, rallentare né il veloce andirivieni dei suoi abitanti né tantomeno il consueto traffico caotico. Chi invece segna il passo sono i pellegrini e non per ragioni atmosferiche. A spaventarli, infatti, non è tanto la tempesta di sabbia proveniente da Siria e Iraq quanto soprattutto quella più violenta e preoccupante scatenata, in questi due Paesi, dallo Stato Islamico. Già da tempo, in Terra Santa si registra “un calo consistente” dei pellegrinaggi, denunciato anche recentemente dal Custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa: “Soprattutto a causa della paura ingenerata dalle guerre in Medio Oriente e dagli attentati perpetrati da gruppi fondamentalisti che hanno insanguinato anche i Paesi d’Occidente, i pellegrinaggi in Terra Santa conoscono un drammatico calo. Si stima che solo dall’Italia, nell’ultimo anno, la diminuzione sia stata di oltre il 40%”.
Numeri impietosi che confermano la preoccupazione del Custode: i dati forniti dall’Istituto centrale di statistica di Israele, nei primi cinque mesi del 2015 “registrano 283.228 presenze in meno nel Paese rispetto al 2014, equivalenti a un calo generale del 18% degli arrivi in Israele”. Gli arrivi dall’Italia segnano un -45% rispetto al 2014. Tradotto in cifre significa che nei primi 5 mesi del 2015 i pellegrini italiani sono stati 35mila, 28mila in meno rispetto ai 64mila del 2014. E questo appare evidente ancora oggi camminando nei vicoli e nelle viuzze che costellano il mercato “Suq Khan e-Zeit” e il Christian Quarter Rd, il Quartiere Cristiano della Città Vecchia, dove si erge la basilica del Santo Sepolcro, cuore della Cristianità, visitata da milioni di pellegrini ogni anno. Non si notano le lunghe file di pellegrini che zigzagando cercano di evitare carretti, ceste di mercanzie esposte, e soprattutto i commercianti che tentano di farli entrare nel negozio. Raggiungere il Sepolcro oggi appare cosa più semplice come anche chiacchierare con qualcuno di questi commercianti. “Tu italiano?” è l’approccio. E poi un fiume di parole, ma non per vendere oggetti. “Dove sono finiti gli italiani – chiede con un sorriso amaro il giovane commesso di un negozio la cui insegna riporta un significativo ‘since 1947’ (dal 1947) – vediamo sempre meno italiani. Sono i clienti migliori. Perché non vengono più?”. Forse hanno paura, forse la crisi economica, è la risposta abbozzata. “Ma che Daesh (parola araba che indica lo Stat islamico), qui non ci sono pericoli – incalza il giovane in un italiano nemmeno troppo stentato – sono i giornali che spargono notizie false. Scrivete piuttosto che la sicurezza nei santuari e nelle zone frequentate dai pellegrini è garantita”. Non molto distante l’anziano gestore di un piccolo bazar colorato, pieno di merci e profumi, di incensi, di collanine, foulard e magliette. Con la calma tipica di chi ne ha viste tante spiega che “di crisi ce ne sono state tante anche in passato. L’Intifada, le guerre di Gaza. Ma poi c’è sempre stata la ripresa, i pellegrini sono tornati. Ma questa volta sembra diverso”. Perché? “Gli italiani sono sempre stati numerosi, ora non più. E la Terra Santa senza i pellegrini italiani è più povera” annuisce facendo chiaramente capire che “non è solo una questione di guadagno mancato”. “Il posto degli italiani ora è stato preso dai pellegrini di lingua inglese, da quelli poi provenienti dall’Asia, dall’Est Europa, Russia e Ucraina in testa” dice padre Fulgenzio, frate polacco della Custodia di Terra Santa, mentre guarda la fila dei pellegrini in silenziosa attesa di entrare nel Sepolcro. “Di questi tempi la fila era lunghissima, servivano ore per entrare a pregare nel sepolcro di Gesù, oggi in pochi minuti sei fuori”. E la stessa scena la si rivede al Calvario. Fuori la basilica non c’è la consueta ressa per salire sulla scalinata laterale usata per la tradizionale foto di gruppo. Dai bus che transitano nei pressi delle Porte storiche di Gerusalemme, scendono pellegrini a piccoli gruppi. Bassam lavora come autista per una compagnia turistica. Appoggiato al suo mezzo ricorda di gruppi di “50 pellegrini. Ora si arriva al massimo a 25 persone”. Un problema per lui che arrotonda lo stipendio vendendo bottigliette di acqua, guide e cartoline ai clienti che trasporta.
Ma forse qualcosa sta cambiando, “qualche timido cenno di ripresa pare si stia vedendo” dice speranzoso padreJuan María Solana, incaricato della Santa Sede per l’Istituto Pontificio “Notre Dame” di Gerusalemme, uno degli hotel più frequentati dai pellegrini a Gerusalemme. “La paura delle guerre, l’instabilità e in parte anche la crisi economica hanno avuto un forte peso nel calo delle presenze. Ora per settembre e per ottobre stiamo notando una modesta ripresa che speriamo si possa consolidare. Molto dipende dai capi gruppo. I più motivati riescono a portare i loro gruppi, ma c’è chi si arrende subito e rinuncia a portarli”. Anche dalla casa francescana “Casanova” arrivano “buoni segnali nonostante i gruppi in arrivo siano composti da una media di 15-20 persone”. Non sarà così invece per i presidenti delle Conferenze episcopali di 45 Paesi del Vecchio Continente che hanno scelto di celebrare da oggi, 11 settembre (fino al 16) la loro annuale assemblea plenaria in Terra Santa. È la prima volta nella storia del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee) che un’assemblea plenaria si svolge nella Terra di Gesù. Una presenza significativa che, sperano i cristiani locali, possa ridare slancio all’arrivo dei pellegrini, non solo italiani.

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