I placidi danesi fanno i conti con gli “stranieri”

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DanimarcaSarah Numico

Come al solito sono le immagini a farla da padrone. La Danimarca ha conquistato in questi giorni le prime pagine dei quotidiani e le home page dei siti d’informazione con le foto dei treni carichi di rifugiati provenienti dalla Germania bloccati dalla polizia danese, con le immagini di centinaia di “pellegrini” che cercano di arrivare in Svezia camminando sull’autostrada e con quella, aberrante, dell’uomo che sul ponte sovrastante l’autostrada sputa sulle persone che passano sotto. Ma la realtà è sempre più complessa di una singola istantanea.

“Una cattiva reputazione”.
E così la racconta Jann Sjursen, segretario generale di Caritas Danimarca: “Nell’ultima settimana circa 3mila persone hanno raggiunto e attraversato la Danimarca. A piedi, in nave, in treno. Abbiamo visto che la maggioranza di fatto vuole andare in Svezia. Li abbiamo visti arrivare ai nostri porti di Rødby o Gedser, provenienti dalla Germania e poi attraversare il Paese, camminando lungo le nostre autostrade e strade. Vogliono raggiungere i loro parenti. Anche perché la Danimarca adesso si è fatta una cattiva reputazione rispetto all’accoglienza dei rifugiati”. Ancora una volta la Convenzione di Dublino sull’asilo, a cui anche la Danimarca aderisce, ha mostrato tutta la sua inadeguatezza. Ora la situazione si è sbloccata. La polizia non tenta nemmeno più di registrare queste persone, come sarebbe tenuta a fare. “C’è confusione al momento sulle procedure da seguire”, sia rispetto alle regole dell’Ue sia agli accordi tra i governi svedese e danese.

Politica e incognite. La Danimarca nel 2014 ha ricevuto 15mila domande di asilo e protezione “e quindi siamo abituati ad accogliere rifugiati e siamo un Paese relativamente ospitale”, spiega Sjursen al Sir. Però a partire dalle elezioni del giugno scorso la situazione non è più la stessa perché al governo c’è un partito di destra (Venstre), e il secondo partito è il Partito del popolo danese, conservatore. Gli uomini del premier Lars Løkke Rasmussen stanno cercando di rendere la Danimarca meno “attraente”: dalla riduzione di quasi il 50% dei sostegni agli asilanti, alla recente campagna per scoraggiare l’immigrazione in Danimarca portata avanti sui mass media libanesi, all’inasprimento delle regole per il ricongiungimento familiare (che ora si può richiedere solo dopo un anno dal riconoscimento dello status di rifugiato). Poi c’è l’incognita di quale sarà la decisione del governo danese in relazione alle politiche di cooperazione giuridica nell’Ue rispetto alle quali ha la facoltà di “opt-out” (cioè di non aderire). “Al momento la linea del governo è di non accogliere nessuno di questi 160mila nuovi arrivati in Europa”, denuncia Sjursen e questo è un “vero scandalo”, benché, per altro verso, la Danimarca “invochi un’azione concertata a livello europeo in questa situazione difficile”.

Assistenza generosa.
In ogni caso il pellegrinaggio attraverso la Danimarca continua e a dare la prima assistenza e aiuto a questi pellegrini è stata la gente comune, singoli individui. “Qualcuno ha distribuito cibo, vestiti e giochi per i bambini”, chiarisce il segretario della Caritas; “qualcuno li ha accompagnati in macchina fino in Svezia; in altri casi parenti o amici dalla Svezia sono venuti a prenderli”. Ora le organizzazioni che nel Paese si occupano d’immigrazione e integrazione stanno cercando di coordinare meglio l’assistenza. I comuni si sono attivati per dare rifugio a queste persone; la Croce rossa ha organizzato alcuni centri di accoglienza a cui fanno riferimento anche le associazioni confessionali e non. “Eravamo abituati ai rifugiati, ma non a vedere queste cose, a queste immagini, che hanno suscitato reazioni contrastanti nella gente”, dice Sjursen. Alcuni si sono sentiti subito spinti ad aiutare le persone nel bisogno, in altri è “nato un disagio” e in modo più o meno velato voltano le spalle ai rifugiati.

Valori umanitari e cristiani.
La Caritas Danimarca, spiega il suo segretario generale, è sempre stata molto attiva a livello politico e internazionale, in relazione alle emergenze o con molti progetti per i rifugiati, anche siriani, ma in Giordania. Solo poche Caritas locali hanno attivi dei progetti in Danimarca. Ora la situazione spinge a darsi da fare in concreto. Poi “continuiamo a ripetere e a fare appello perché i rifugiati siano trattati nel rispetto di tutti i diritti che la convenzione di Ginevra riconosce loro e si mostri generosità in questa situazione difficile per così tante persone nel mondo e per quelle che arrivano in Danimarca”. E conclude: “Siamo critici sulla modalità del governo nell’affrontare la questione rifugiati. Scoraggiare i rifugiati a venire nel nostro Paese contrasta con la situazione reale: siamo una delle nazioni più ricche nel mondo e quindi dovremmo fare molto di più di quello che stiamo facendo. Tutto ciò non corrisponde ai valori umanitari e cristiani che siamo abituati a difendere in Danimarca”.

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