Asili nido, Italia fanalino di coda in Europa

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AsiloGiovanna Pasqualin Traversa
Sono una componente importante dell’offerta pubblica di servizi sociali per i cittadini. La loro presenza permette una maggiore conciliazione tra lavoro e famiglia, può far crescere l’occupazione femminile e potrebbe essere, insieme ad altri servizi per la primissima infanzia, uno degli strumenti di contrasto al crollo demografico degli ultimi anni, “tsunami” che nel 2014 ha travolto anche il sud dove si sono registrate solo 174mila nascite, minimo storico dall’unità d’Italia. Eppure gli asili nido pubblici non decollano; anzi il nostro Paese è fanalino di coda in Europa. I Comuni spendono per questi servizi circa il 18 per cento delle risorse dedicate al Welfare locale, per un totale di circa 1 miliardo e 277 milioni di euro (al netto delle quote pagate dalle famiglie). Anche i cittadini infatti concorrono sostenendo attraverso le rette mensili una parte dei costi, e a volte si tratta di somme non irrilevanti per un bilancio, come quello familiare, già duramente provato. L’offerta rimane tuttavia inadeguata – solo il 12% dei bimbi 0-3 anni riesce ad accedere – e permangono stridenti contrasti tra le regioni, in particolare tra nord e sud. Intanto le scuole secondarie di primo e di secondo grado si stanno progressivamente “svuotando”. Sorge spontanea una domanda: perché non “spostare” le risorse risparmiate in questo segmento di istruzione per impiegarle nel potenziamento dei servizi alla primissima infanzia?
Pochi e costosi. In Italia gli asili nido pubblici sono 3.978 e quelli a titolarità privata 5.372; occorre tuttavia precisare che dei 273.579 posti complessivamente disponibili, il 59% è offerto dalle strutture pubbliche (162.913) e il 41% da quelle private (110.666). A proporre la fotografia più aggiornata dei nidi comunali in base ai dati forniti dalle stesse amministrazioni locali è l’“Indagine 2015” di Cittadinanzattiva (www.cittadinanzattiva.it), diffusa nei giorni scorsi (anni scolastici 2013 – 2014 e 2014 – 2015, frequenza 9 ore per cinque giorni a settimana), che ha preso in esame una famiglia tipo di tre persone (genitori e figlio 0-3 anni) con reddito lordo annuo di 44.200 euro e relativo Isee di 19.900 euro. Ammonta a 311 euro la media della retta mensile; capoluogo più “caro” è Lecco con 515 euro, Catanzaro il più “economico” (100 euro). All’interno della media nazionale della possibilità di accesso dei piccoli “utenti” (12% ) si apre una forbice che va dal 24,8% dell’Emilia Romagna al 2% della Campania. Gli altri rimangono esclusi.
“Il sud è ancora tutto da costruire”, ci dice Tiziana Toto, curatrice dell’indagine. “Con i piani di sviluppo per l’aumento dei posti negli asili nido, negli anni scorsi sono già state stanziate risorse ad hoc nell’ambito degli interventi di Welfare, ma non sono state sufficienti a raggiungere la quota di copertura del 30% richiesta dall’Europa”. Toto non ritiene “pensabile ‘drenarè risorse dall’altro segmento della scuola (medie inferiori e superiori, ndr) che ha risentito anch’esso di tagli e soffre di carenze”. Preferibile “aumentare le convenzioni con le strutture private già esistenti sul territorio”. “Chiediamo anzitutto di rilanciare nel dibattito pubblico italiano – aggiunge Tina Napoli, responsabile delle politiche per i consumatori di Cittadinanzattiva – l’adeguamento alle esigenze delle famiglie italiane per quanto riguarda il servizio educativo per la prima infanzia”.
Manca la volontà politica. Per Giuseppe Desideri, presidente dell’Associazione italiana maestri cattolici (Aimc), “manca da tropo tempo la volontà politica di mettere mano in maniera seria al discorso della prima infanzia e della famiglia. Dove è finito il progetto di percorso unico comprensivo 0-6?”, si chiede alludendo all’ipotesi del blocco unico 0-6 anni, annunciato nei mesi scorsi nell’ambito della riforma scolastica, ma poi stralciato, che avrebbe dovuto riunire sotto l’egida del ministero dell’Istruzione le scuole dell’infanzia, che attualmente vi fanno riferimento, e gli asili nido. Secondo Desideri, “si è perso per la strada, insieme all’annuncio, esattamente un anno fa, dei ‘mille asili nido in mille giorni’”. L’ipotesi, se realizzata, per il presidente dell’Aimc avrebbe certamente consentito al sistema asili nido un salto di qualità. “Siamo in attesa che governo e ministero riprendano il tema, perché darebbe certamente maggiore ‘attenzionè e copertura, all’interno del nostro sistema educativo, alla fascia della primissima infanzia, da sempre trascurata. Purtroppo questo non costituisce una priorità per la politica, eppure stiamo ragionando sull’aiuto che lo Stato intende dare alle famiglie del Paese!”. “Tecnicamente complesso – aggiunge con riferimento allo ‘spopolamento’ di alcuni istituti – sarebbe spostare risorse da un segmento scolastico all’altro, sia per il diverso sistema dei bilanci sia per le problematiche di questi stessi segmenti. Meglio investire queste risorse in qualità dell’istruzione e nel contrasto alla dispersione”. “Non ritengo invece impossibile – conclude – prevedere voci di bilancio specifiche per gli asili nido: le risorse non mancano ma vengono indirizzate altrove”.

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