Conclusa ad Amandola la quarta edizione del “Festival della filosofia di strada”

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Santori Maria Francesca

AMANDOLA – Si è conclusa domenica 30 agosto ad Amandola la quarta edizione del Filofest, il Festival della filosofia di strada, organizzato con grande passione e attenta cura dall’associazione culturale WEGA.

La manifestazione di quest’anno, che ha avuto inizio il 27 agosto a Fermo, per poi continuare ad Amandola e dintorni, aveva come tema L’altro presente – incontrare volti, ospitare differenze, seminare futuro.

I Monti Sibillini hanno accolto nel loro suggestivo scenario filosofi, amanti della filosofia, uomini e donne alla ricerca di uno spazio e di un tempo di riflessione e di confronto.

Dopo un intenso susseguirsi di incontri, dialoghi, interviste, laboratori, passeggiate filosofiche (o, per meglio dire, citando il programma, pratiche di Filosofia di strada), domenica mattina c’è stato l’incontro con il professor Umberto Galimberti, che ha parlato dell’assoluto presente nel quale vivono immersi oggi soprattutto i giovani. Non si tratta di un problema psicologico, ma di una catastrofe culturale: mancando il futuro, l’idea del futuro, vengono a mancare lo scopo, il perché, il senso, e  la mancanza di un senso della vita e dell’universo condanna l’uomo al nichilismo, alla disperazione nichilista.

Il professor Galimberti ha poi affermato che “la nostra società è inidonea a crescere figli”: la costruzione dell’identità, infatti, attraverso la formazione delle mappe cognitive e delle mappe emotive, avviene nei primi anni di vita, attraverso la relazione, prima di tutto quella con i genitori, ma oggi spesso questa relazione manca. Se le domande dei bambini (che pongono problemi filosofici già a quattro anni!) e le loro reazioni affettive non vengono considerate, le conseguenze sulla costruzione dell’identità sono gravissime: i bambini non imparano, per esempio, a distinguere il bene e il male, non imparano a percepire ciò che è grave e ciò che non lo è. Quando poi arrivano alla scuola elementare, sostiene il professor Galimberti, se i genitori si schierano dalla parte dei figli, svilendo la funzione educativa dei maestri, provocano nei bambini una scissione a livello affettivo, una vera e propria forma di dissociazione.

Il difficile percorso dei nostri giovani continua nell’adolescenza, quando il mondo cambia volto, acquistando una colorazione erotica. La scuola dovrebbe tener conto di questo mutamento radicale e gli insegnanti dovrebbero raggiungere gli alunni “là dove sono”, curandone la dimensione emotiva: spesso, però, non sono portati a farlo (ci vorrebbe quindi un test per valutare fin da principio la personalità degli aspiranti docenti) e non sono neppure messi nelle condizioni di farlo, perché tale cura richiederebbe che le classi fossero di dodici/quindici alunni.

La sicurezza di sé, afferma il professore, si fonda su una base emotiva che si articola in impulsi, emozioni e sentimenti: gli impulsi sono un fatto naturale, le emozioni sono frutto di natura e apprendimento, i sentimenti si imparano.

Nell’antichità i miti permettevano di apprendere i sentimenti, mentre oggi sembra che la nostra cultura non li insegni più: per questo ha un grandissimo valore la Letteratura, che consente ai giovani di conoscere i sentimenti, di dare un nome a ciò che si agita nel loro intimo, ne consegue che lo studio della Letteratura non andrebbe trascurato, bensì potenziato!

Tra cultura e natura, rileva infine il professor Galimberti, si è creato un distacco aberrante: nei giovani dai 15 ai 30 anni la potenza biologica è al massimo, ma questa non corrisponde più ormai, per un fatto culturale, a una potenza procreativa. A questa potenza biologica corrisponde anche una potenza intellettuale, ideativa, intuitiva, nella quale però i giovani non possono credere, dato che nessuno la riconosce e la impiega!

Il professor Galimberti, al termine del suo lucido e acuto esame, ha poi risposto a una serie di domande e a una ragazza, che gli chiedeva come si sarebbe comportato se si fosse trovato di fronte una platea di soli giovani dai 15 ai 30 anni, ha detto che non avrebbe proprio parlato.

L’esistenza stessa del Festival, però, con la partecipazione attiva di tanti giovani alla sua organizzazione, con la presenza di tanti altri agli incontri, con la presenza di tanti adulti, che in famiglia, nella scuola o semplicemente nel loro vivere quotidiano sono educatori, fa sperare che un mutamento culturale sia possibile. E così fanno sperare anche la presenza e la parola del professor Galimberti.

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