Vescovo Bresciani: il significato della misericordia nel contesto familiare e nella pastorale della famiglia

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Montemonaco famiglie (38)DIOCESI – Pubblichiamo il testo della relazione tenuta dal Vescovo Carlo Bresciani a Montemonaco in occasione dell’ultimo convegno delle famiglie.

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Vescovo Carlo Bresciani “Cercherò di riflettere con voi su questo passo molto importante del Vangelo di Lc (ma è Gesù che parla) alla luce di una pastorale della famiglia attuata nel contesto attuale. Il titolo e la tematica provengono dal fatto che in questo anno pastorale siamo invitati da papa Francesco a celebrare un Giubileo della misericordia, cosa che faremo anche nella nostra diocesi. Inoltre, la lettera pastorale su cui verrà strutturato l’anno pastorale prossimo è sulla misericordia: “Cristo crocifisso, misericordia del Padre”.

Ci domandiamo: che cosa significa essere misericordiosi come il Padre sia nel contesto familiare sia nella pastorale della famiglia? Due campi di riflessione, quindi: il contesto familiare (anche quello nel quale noi viviamo), e la pastorale familiare della nostra diocesi, da articolare nelle diverse parrocchie.

  1. Il contesto familiare.

Esso ha come suo connettivo la relazione: è il tipo di relazione tra i membri che fa la famiglia. Non basta vivere sotto lo stesso tetto perché ci sia famiglia. Anche in un albergo si vive sotto lo stesso tetto. Non basta neppure la comunione sessuale perché ci sia famiglia. Questa può aversi anche in contesti diversi. Vivere sotto lo stesso tetto e comunione sessuale sono caso mai presupposti perché ci sia famiglia. Ciò che fa la famiglia, e la famiglia cristiana in particolare, è il tipo di relazione che si stabilisce per scelta e per impegno della volontà da parte di tutti i membri, dei coniugi innanzitutto. La famiglia nasce e vive a partire dalla volontà dei suoi membri, proprio perché l’amore di cui parliamo nasce non dalla spontaneità, ma dalla volontà. L’amore coniugale “è prima di tutto amore pienamente umano, vale a dire sensibile e spirituale. Non è quindi semplice trasporto di istinto e di sentimento, ma anche e principalmente è atto della volontà libera, destinato non solo a mantenersi, ma anche ad accrescersi mediante le gioie e i dolori della vita quotidiana; così che gli sposi diventino un cuor solo e un’anima sola, e raggiungano insieme la loro perfezione umana” (HV 9) Il beato Paolo VI non fa altro, qui, che riassumere la dottrina della Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II.

È proprio questo tipo specifico di relazione familiare che richiede la misericordia.  Si può dire che senza misericordia non si dà amore, semplicemente. Ciò vale in modo analogo per ogni relazione. La misericordia è tanto più esigìta, quanto più si vive gli uni accanto agli altri e tanto più ci si conosce bene. È, infatti, nella relazione intima che emergono con maggior luce i limiti e i difetti della persona (non solo questi ovviamente). Qui le maschere sociali che inevitabilmente indossiamo quando ci presentiamo in pubblico, vengono necessariamente dimesse, in caso contrario non si dà relazione intima e strettamente personale. Le maschere le possiamo, magari a fatica, reggere in pubblico, ma nel privato ci mostriamo per quello che siamo.

Ma è proprio per questo che le fragilità e le debolezze, non più nascoste dietro le maschere, emergono e tolgono qualsiasi relazione intima da quell’idealismo antropologico di cui si nutrono i romanzi, i quali non a caso sono poi segnati da tragicità. Infatti, tanto più si ama l’ideale e non il reale, tanto più la relazione è destinata a una atroce delusione e, non di rado, fallimento.

Ogni relazione d’amore ha bisogno di molta misericordia verso il coniuge, se si vuole che  duri nel tempo. Poiché il migliore di noi ha molti difetti e limiti (e comunque è altro da noi per storia e per personalità) e la forza dell’egoismo non è mai completamente spenta dentro ciascuno di noi. Amare l’altro significa anche portare il peso di tutto questo. Io sono convinto che nei numerosi fallimenti delle relazioni matrimoniali cui oggi assistiamo, molta parte l’abbia un idealismo antropologico che presenta la persona amata come il possibile vaso di Pandora alla rovescia da cui proverrebbero solo positività, soddisfazione, conferme positive di sé e delle proprie aspettative di un amore perfetto, cosa che solo Dio può dare.[1] Inevitabilmente il tempo mostra le povertà umane di ciascuno: la relazione allora o si apre alla misericordia e in tal modo l’amore si approfondisce diventando più vero, oppure si tronca la relazione per continuare a inseguire un ideale impossibile: più che amore dell’altro diventa attaccamento a se stessi e al proprio illusorio desiderio. Si parla in questi casi di amore dell’altro, in realtà è solo e sempre incapacità di accogliere l’altro con le sue mancanze e pesantezze, che diventano tanto più pesanti, quanto più uno non è disposto a rinunciare al proprio utopistico ideale.

Non si può amare una persona solo per gli aspetti positivi che ha, ma per quello che essa è. In caso contrario si amano quegli aspetti, ma non lei, alla fine si diventa insofferenti per ciò che le manca. Se si ama una persona solo perché è bella, sana, intelligente … quando quella bellezza non la si vede più, si rifiuta la persona (in realtà era già stata rifiutata prima!). Qui sta una radice dei tanti fallimenti attuali ed è proprio qui che la misericordia diventa necessaria: non si tratta di un compatire in senso negativo, ma di avere un cuore grande.

Chi vuole amare veramente deve avere tanta misericordia e capacità di accoglienza dell’altro per quello che egli è. Solo allora saprà apprezzare pienamente ciò che riceve dall’altro e portarne gratitudine.

La perfezione dell’amore che Gesù ci presenta nell’amore del Padre celeste è quella di un Dio che sa amare l’uomo nonostante tutte le sue povertà e il suo peccato. Si tratta della perfezione di un Dio che sa andare incontro a queste povertà per aiutare l’uomo a superarle, e non lo rifiuta perché è gravato da esse.

Come coniugare amore e misericordia nell’amore coniugale e familiare? Mi pare che a questo ci chiami il Giubileo che celebreremo.

Alcuni spunti di riflessione:
1.1. Per crescere nella misericordia è importante non fermarsi soltanto a ciò che non si riceve dall’altro (a ciò che manca), ma imparare ad apprezzare anche quanto si riceve e si ha, per quanto possa a volte sembrare poco. Nessuno è totalmente negativo né totalmente positivo, nessuno ha tutto o manca di tutto. Se fossimo totalmente negativi, neppure Dio ci potrebbe amare. Non bisogna mai guardare la relazione con un occhio solo, diventa tutto appiattito e si perde la tridimensionalità, cioè la profondità. Se alla terza dimensione si aggiunge la quarta – la spiritualità – allora non si vede solo la profondità, ma anche l’altezza a cui porta l’amore vero e concreto per la persona, anche quando diventa esigente. L’altezza della relazione sta nel fatto che, vissuta in questa maniera, ci rende simili a Dio, che è amore, lo conosce e dimora in Lui (cfr. 1 Gv 4, 8.10). Nessuna relazione può durare se si usa un occhio solo.

1.2. Misericordia non è solo una specie di ‘compassione’ nel senso peggiore del termine: “Mi fai compassione”, ma è un ‘patire con’, avere un cuore che sa essere misero e aver pietà per la povertà morale e spirituale dell’altro, esattamente simile alla propria. In ebraico misericordia è khesed e ha le sue radici nell’alleanza tra due parti e nella conseguente solidarietà di una parte verso quella in difficoltà. Misericordia ha, quindi, a che fare con il fare il bene dell’altro: andare in suo aiuto, aiutarlo a crescere nel bene, rispettandone la libertà, come fa Dio. Quindi, misericordia sostiene un dialogo di coppia e anche un confronto nella verità della situazione, a volte impegnativo, ma mai con il dito accusatorio puntato, bensì con un cuore aperto, pronto ad accogliere e ad andare oltre. In fondo si è due viandanti che hanno bisogno del reciproco sostegno e comprensione per andare avanti.

1.3. Più si conosce la propria povertà morale e spirituale, più si apre, da una parte, lo spazio per la misericordia verso l’analoga situazione dell’altro; dall’altra parte, la riconoscenza per la misericordia con la quale l’altro ci accetta e ci ama. Si crea, cioè, la percezione chiara di una comune povertà, si apre uno spazio di condivisione e di reciprocità tra il dare e il ricevere nella relazione: si cresce nell’uguaglianza. Non è tanto la misericordia di uno che si sente superiore e che nella sua ‘superiore bontà’ concede qualcosa all’altro, situazione che fa sentire umiliati e toglie alla reciprocità e all’uguaglianza della relazione, ma un vivere insieme un cammino di reciproco sostegno nella comune condizione di fragilità e debolezza.

1.4. Perché questo avvenga, occorre uscire dal quel narcisismo che un po’ ciascuno di noi porta dentro: quello di essere in qualche modo migliore degli altri, di essere sempre al centro dell’attenzione e di avere diritto a ricevere tutto e a non dare o rinunciare a qualcosa. Questo narcisismo porta a pensare la propria relazione matrimoniale come la relazione perfetta, senza ombre o difficoltà, senza un cammino da compiere in due; cammino da intendere come progressiva uscita da se stessi per farsi carico dell’altro e … di se stessi nella verità del proprio essere! Non è un caso che l’epoca del narcisismo in cui viviamo sta mandando all’aria le relazioni: quando uno si pensa un piccolo dio, la relazione con lui diventa insopportabile a causa delle sue attese spropositate nei confronti dell’altro. A un piccolo dio non basta mai quello che l’altro gli dona, perché egli vuole anche Dio ai suoi piedi.

1.5. Papa Francesco più volte, parlando alle coppie, ha insistito sulla capacità di chiedere ‘scusa’. Anche questo è un atto di misericordia verso le fatiche che imponiamo all’altro. ‘Grazie’ e ‘scusa’ sono due parole molto brevi e semplici, ma che facciamo molta fatica a pronunciare anche nei confronti delle persone che amiamo; sorprendentemente a volte facciamo più fatica a dirle alle persone che amiamo che ad altre. Talora, con il tacito assunto che tanto si è mariti e mogli, si dà tutto per scontato e per dovuto. Anche una carezza o un sorriso benevolo possono essere atti di misericordia verso una debolezza dell’altro, atto che lo rinfranca nella umiliazione di aver palesato la sua debolezza. Non pensiamo soltanto ad atti eroici di misericordia verso colpe gravi del coniuge (ci possono anche essere evidentemente), dimenticando quelli piccoli che ci sono richiesti ogni giorno, che, tra l’altro, evitano di dover ricorrere poi ad atti eroici.

1.6. I cinque verbi del Convegno di Firenze (uscire, abitare, annunciare, educare, trasfigurare) vanno applicati anche alla quotidiana realtà matrimoniale e tracciano il cammino umano e di fede di una vera relazione di coppia e familiare. Provate a chiedervi, come singoli e in coppia: che cosa può significare ciascuno di questi verbi per la relazione di coppia che viviamo?

1.7. In sintesi si può dire che la misericordia non ferma al passato, né alla situazione presente, ma va alla ricerca di un futuro realisticamente possibile, con la pazienza di chi sa che il bene cresce a volte lentamente e sa apprezzare anche il poco che via via va crescendo e va ricevendo. È solo con la sua misericordia che Dio apre un futuro attraverso il deserto per il suo popolo di dura cervice e che non ha ancora imparato a rispondere al suo amore.

  1. La pastorale familiare

Ovvio che la misericordia non può essere chiusa dentro le mura delle nostre case e riguardare solo la relazione con le persone che ci sono vicine. Gesù è stato mandato dal Padre ad annunciare un anno di misericordia a tutti soprattutto ai più bisognosi di misericordia (cfr. Is 61, 2) e anche il cristiano, seguendo Gesù, è chiamato a fare lo stesso.

Nella pastorale incontriamo tante persone ferite dalla vita. Esse vivono accanto a noi, nel nostro condominio, nel nostro caseggiato, nel nostro paese. Senza esagerare: in ogni famiglia c’è una sofferenza più o meno grande. Anche se volessimo curare tutte queste ferite fino al punto da eliminarle e guarirle completamente, non possiamo porvi rimedio che in misura molto limitata, quando va bene.

Cosa significa essere misericordiosi nei confronti di queste situazioni che sono di sofferenza, magari nascosta o giustificata con tanti pretesti o scuse più o meno vere? Una cosa è certa: il “siate misericordiosi”, a cui Dio ci invita, impegna tutti verso tutti, nessuno escluso. Ovvio, quindi, che valga anche per le situazioni matrimoniali difficili: le ferite nell’amore sono sempre le ferite più dolorose. Cosa significa in questi casi ‘misericordia’ per noi cristiani?

La discussione, anche nella Chiesa, è vivace: papa Francesco stesso ha aperto la discussione. Il Sinodo straordinario sulla famiglia che è stato celebrato l’anno scorso e quello ordinario che celebreremo quest’anno hanno a tema anche queste situazioni, anche se non nei termini che la stampa ha presentato e che continua a sollecitare, talora con poca comprensione di cosa sia la vita che il Vangelo propone e che non è conforme alla mentalità di questo mondo (cfr. Rom 12,2). L’anno della misericordia che papa Francesco ha indetto per l’anno prossimo non potrà certo non toccare anche queste situazioni. Ovvio che anche la nostra azione pastorale ne venga sollecitata, anche perché situazioni matrimoniali difficili sono largamente diffuse ovunque, anche nella nostra diocesi. Torneremo su questo aspetto più avanti.

Mi pare che sia da evitare un errore: la misericordia considerata solo nelle situazioni negative o di fallimento del matrimonio. Se è vero che prevenire è meglio che curare, non possiamo considerare solo la cura, dobbiamo partire dalla prevenzione, se vogliamo una vera misericordia verso le persone. Il Vangelo del matrimonio annunciato nella concretezza delle nostre situazioni storiche è la miglior prevenzione: di questo noi ne siamo certi. Il lassismo dei valori e della vita è solo una farsesca misericordia, che di fatto scarica la responsabilità di prevenire formando le persone. Il ‘tutto va bene’, che porta poi al fallimento della vita, può all’inizio sembrare attraente, ma si traduce poi in un tradimento delle attese di una vita buona. Mi pare un errore molto grave in cui la nostra società, solo apparentemente ‘buonista’, cade e a volte ci cascano anche i cristiani. Sembra, talora, che per essere misericordiosi si debba ritenere tutto buono e tutto giusto, permettere tutto come se tutto fosse buono e avesse lo stesso valore. Ma questo atteggiamento è senza dubbio l’esatto opposto della misericordia.

Ovviamente sostenere questo non vuol dire adottare un rigorismo moralista, pronto a condannare le persone, ma abbracciare una vera prevenzione attraverso la formazione alla vita buona.

 

2.1. La misericordia della prevenzione

L’annuncio del vangelo del matrimonio fa parte della miglior misericordia per i giovani  e per i non più giovani. La Chiesa è mandata innanzitutto ad annunciare e ad aiutare a vivere il progetto di amore di Dio nei confronti dell’uomo e della donna, un amore che si manifesta anche nel dono della donna all’uomo e viceversa. Aiutare a vivere questo progetto di Dio sull’uomo e sulla donna, che è per il bene dell’essere umano, è la prima misericordia e fa parte di una sana prevenzione dei fallimenti matrimoniali.

Nell’ambito di questa prevenzione la nostra pastorale deve ancora camminare molto. È stato fatto molto, non dobbiamo ignorarlo, ma molto resta ancora da fare e, se non credessimo alla grazia di Dio, ci sarebbe da spaventarsi per i pochi mezzi che abbiamo e per la diffusa mentalità contro la quale dobbiamo agire.

Bisogna partire con una educazione all’amore e all’affettività fin dalla prima adolescenza, come minimo. Di fatto c’è molta attesa da parte dei ragazzi e delle ragazze, essi ce lo chiedono. Basterebbe vedere come hanno risposto all’unica iniziativa che la pastorale giovanile ha attuato l’anno scorso a Grottammare, a san Pio V: i giovani (non preadolescenti, ma giovani) sono accorsi letteralmente a centinaia.

2.1.1. Educazione dei ragazzi all’amore e all’affettività.

Nel passato il contesto e la vasta condivisione di valori e di omogenei messaggi espliciti o impliciti richiedeva con minore urgenza che si affrontassero i temi della sessualità e dell’amore con i ragazzi e le ragazze. Checché se ne dica, oggi le cose sono cambiate. Non è più tabù parlare di sessualità anche in modo crudo, lo è invece parlare di castità, continenza, di sentimenti, forse tra poco lo sarà anche parlare di matrimonio. Il tema del sesso, anche molto esplicito, è sotto gli occhi dei bambini nelle nostre case (basti pensare alla TV, alla pubblicità, ecc.). Sembra che sia la TV l’unica educatrice in questi campi di vita così importanti.

Lasciamo soli i nostri ragazzi a decifrare la falsità di vita che c’è in questi messaggi, o vogliamo aiutarli? È misericordia far finta che tutto ciò non abbia conseguenze negative su di loro e sul modo di pensare la relazione uomo-donna? Confesso che è una domanda che mi faccio spesso e mi lascia amarezza e molto dispiacere per questi ragazzi.

Si sollecitano i genitori a trattarne con i figli: va bene, ovviamente. Ma è poi così vero che i figli si sentono liberi di trattarne con i genitori, ammesso che i genitori si sentano di farlo? Possono i ragazzi comprendere e amare un Dio che non è in grado di dire loro nulla di veramente importante su ciò che sentono come urgenza dentro di sé, su quella vita che sentono scoppiare nelle loro mani e che la società presenta come il paradiso a cui hanno diritto il più presto possibile? Chi li aiuta a scoprire la bellezza di ciò che va maturando dentro di loro e a capire che lì dentro si va manifestando l’amore di Dio per loro?

Sono solo alcune domande che ritengo ci dobbiamo fare con urgenza per il bene dei nostri ragazzi. Non si tratta di fare del moralismo, ma di aiutarli a scoprire il segreto della vita e, in esso, l’amore autentico di Dio: l’affettività e la sessualità sono dono di Dio, non dimentichiamolo, ma se corrotte diventano l’inferno della vita umana.

 

 

2.1.2. Preparazione al matrimonio

Se sta quanto detto, la preparazione al matrimonio deve incominciare non uno o due mesi prima, quando ormai tutto è consumato (compresa la prenotazione dell’albergo e del viaggio di nozze) e le ferite sono ormai profonde, anche se non sono ancora percepite come tali. Non possiamo più pensare che basti qualche incontro, ben fatto ma magari in fretta e furia, ut adimpleantur scripturas. Noi ci siamo messi a posto la coscienza e … loro si arrangino. Questa è una falsa misericordia che li fa forse contenti al momento, ma li tradisce sul senso del sacramento e sulla verità (non solo di fede) che vanno a celebrare.

Bisognerà, quindi, che la pastorale familiare lavori su questo aspetto e che tutti insieme abbiamo a maturare una consapevolezza maggiore della posta in gioco con i corsi di preparazione al matrimonio. Bisognerà fare in modo che diventino sempre più un vero cammino di fede e di maturazione umano-relazionale. Anche perché ci si sposa sempre più dopo un periodo di convivenza e, quindi, con un bagaglio di vita diverso da chi è rimasto scapolo fino al matrimonio e dopo anni e anni che non si sa dove sta la chiesa e che cosa sia la vita cristiana, fermi al catechismo delle elementari.

Come cercare di rispondere meglio a questa esigenza? Non partiamo da zero: come diocesi abbiamo alcune risorse e alcune strutture che possono fare da sostegno e da stimolo.

  1. L’Ufficio famiglia è il modo concreto nel quale il vescovo manifesta la sua misericordia nei confronti di coloro che si preparano al matrimonio (non solo per loro, ovviamente). Spetta ad esso, in accordo con le parrocchie, la promozione in diocesi dei corsi di preparazione al matrimonio secondo le indicazioni del magistero della Chiesa. Le parrocchie e le vicarie fanno riferimento a questo Ufficio, se non riescono a fare da sole.
  2. I corsi di vicaria. Poiché non tutte le parrocchie riescono ad organizzare corsi propri, è opportuno che si vada verso corsi vicariali di preparazione al matrimonio: possono essere meglio organizzati (se necessario più di uno durante l’anno), liberando in tal modo anche energie di sacerdoti ed operatori. Se non tutti devono fare tutto, è più facile avere tempo per una preparazione più accurata per chi deve seguirli e liberando altri per altre presenze pastorali. Ho chiesto alla Pastorale familiare della diocesi che si arrivi già quest’anno a un elenco diocesano dei corsi che si attivano durante l’anno in diocesi. Questo elenco sarà reso disponibile in tutte le parrocchie, anche per facilitare i giovani nella programmazione non del last minute. Dall’altra parte ho chiesto ai sacerdoti che quest’anno lavorino a una pastorale di vicaria su questo tema (e sulla pastorale familiare in generale), anche perché corsi soltanto per due o tre coppie rischiano di diventare poco significativi.

 

2.1.3. Accompagnamento dopo il matrimonio

Si tratta di un campo un po’ più nuovo, anche se non nuovissimo, della pastorale di misericordia verso le giovani coppie. Si tratta di aiutarle a vivere il sacramento in tutta la sua ricchezza, che ovviamente non si conclude con la celebrazione liturgica.

Qualcosa in diocesi si è fatto, qualcosa si sta pensando. Non mancano difficoltà, anche per le particolarità dei primi tempi del matrimonio, ma l’isolamento della giovane coppia non facilita.

Bisognerà che ci si ritorni per riflessioni più puntuali in vista di programmi più specifici. Basta qui aver richiamato un campo in cui si manifesta la misericordia della Chiesa.

 

2.1.4. Gruppi di famiglie

            È un modo di aiuto reciproco tra le famiglie, molto semplice, ma efficace. Oggi soffriamo molto di una famiglia mononucleare, che dopo aver rivendicato una libertà (magari anche giusta) si trova nella solitudine e nella solitudine tutto diventa più difficile, anche affrontare le normali difficoltà di coppia. A volte basta condividerle con altre coppie e scoprire che sono comuni, perché diventino meno pesanti da portare. Qui la nostra diocesi dovrà vedere come fare, qualche idea c’è, facendo tesoro dell’esperienza della diocesi di Macerata e di altre esperienze italiane.

Aprire la propria casa ad altre coppie e condividere con esse in semplicità un cammino di fede è un modo di esercitare la misericordia proprio della coppia verso altre coppie. Non occorre essere maestri o avere particolari specializzazioni per questo. Una buona relazione ha già in sé un grande valore terapeutico.

Se la famiglia è soggetto dentro la Chiesa, anche a lei è affidato il compito di annunciare il Vangelo e l’Instrumentum laboris del prossimo sinodo sulla famiglia detta alcune regole per farlo bene: la tenerezza che annuncia al fratello che è amato da Dio (n. 70); la testimonianza gioiosa (n. 71); la cura di un vero senso di appartenenza alla Chiesa che cresce quando le famiglie si mettono insieme (n. 72);l’accoglienza delle nuove famiglie dopo averle preparate con cura al matrimonio (n. 73). Un tema caro a papa Francesco è la cura di un linguaggio adeguato, rispettoso di tutti e capace di raggiungere tutti.

 

 

  1. La cura delle famiglie in difficoltà o dai legami infranti

            Oggi c’è molta attenzione anche sociale su questo: la crisi delle famiglie è di fatto un’emergenza. Mi è capitato già più volte di manifestare la mia sorpresa per il fatto che di fronte a tanti fallimenti, la politica che viene adottata dai governi è quella di indebolire sempre di più i legami sociali e i contesti che li rafforzano o li difendano. Siamo di fronte a una vera e propria organizzazione sociale nemica della famiglia e che sembra fare di tutto per metterla in crisi. Non più la relazione sta al centro delle politiche, ma l’economia e la finanza. L’esasperazione dei diritti individuali, dimenticando i doveri relazionali, completa, se così si può dire, un contesto contrario alla famiglia. Avremo sempre più ferite da curare, non illudiamoci.

3.1. Il Centro famiglia. È un organismo prezioso presente nella nostra diocesi. Il suo orientamento psicologico-psicoterapeutico e la sua struttura consultoriale con la presenza di molti specialisti lo rendono molto utile per l’esercizio della misericordia della Chiesa nelle difficoltà o nei fallimenti delle relazioni di coppia e familiari. Si tratta di una delle espressioni della Pastorale Familiare della diocesi e con le specialità che ha al suo interno può dare un aiuto prezioso anche nei corsi di preparazione al matrimonio organizzati o dall’Ufficio Famiglia o dalle vicarie.

Le sue competenze psicologico-mediche lo rendono adatto non tanto ad un annuncio evangelico diretto, cosa di cui si fa carico la Pastorale familiare, quanto al sostegno della personalità umana perché sviluppi o recuperi, nell’ambito del possibile, le capacità di rispondere alla vocazione al matrimonio e di corrispondere alle sue esigenze. Esso si ispira all’antropologia cristiana ed è, quindi, una preziosa presenza cristiana. Per questo è necessario che collabori con l’Ufficio Famiglia cui spetta più direttamente l’opera di evangelizzazione del matrimonio e della famiglia.

3.2. Il gruppo Orchidea. Per divorziati risposati o no e separati. Piccolo segno di vicinanza della Chiesa alla sofferenza dei legami interrotti.

3.3. La solidarietà del vicinato.

Non solo la misericordia della Chiesa istituzionale, ma dei cristiani nei loro ambienti di vita: al dolore della solitudine, la risposta è quella della vicinanza e della relazione di accoglienza e di sostegno.

3.3.1. Gli uomini soli dopo divorzio o separazione. Si tratta di una delle emergenze, frutto della disgregazione delle relazioni matrimoniali che hanno alti costi sociali. In molte diocesi si attivano ormai ambienti per ospitare uomini rimasti soli e senza casa dopo la separazione e il divorzio: si tratta di nuovi poveri, in condizioni sconosciute fino a pochi anni fa. Vediamo se come frutto dell’anno della misericordia possiamo fare qualcosa anche noi in questa direzione.

3.4. Il Giubileo delle coppie non regolari a marzo. Piccolo segno di vicinanza e di invito  a celebrare l’anno della misericordia che certamente è anche per loro. Il Sinodo ordinario sarà terminato e, quindi, sarà anche un’occasione per coglierne insieme i risultati e per vivere insieme la richiesta della misericordia di Dio. Si tratta di persone non scomunicate, cui viene chiesto dalla Chiesa di non abbandonare la fede. Afferma san Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio: “Insieme col Sinodo, esorto caldamente i pastori e l’intera comunità dei fedeli affinché aiutino i divorziati procurando con sollecita carità che non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita. Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio. La Chiesa preghi per loro, li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa e così li sostenga nella fede e nella speranza” (n. 84). Andrebbe riletta e meditata con attenzione questa esortazione post-sinodale per fugare le tante imprecisioni sulla dottrina della Chiesa che vengono diffuse.

[1]     Come sappiamo dal vaso che Pandora aveva ricevuto da Ermes, dopo la sua curiosa apertura, emersero solo le negatività, il male del mondo. Noi ci aspettiamo che dal vaso dell’amore personale emergano solo positività, mentre invece emerge la persona umana nella sua realtà fatta di doti positive e di fragilità, limiti e peccato.

Ovviamente il Giubileo per loro non significa dimenticare la dottrina della Chiesa, ma insieme con loro invocare, nella fede, la misericordia di Dio per crescere in un amore sempre più autentico anche nelle eventuali nuove relazioni stabilite.

La Chiesa, madre e maestra, sente proprio il dovere di apprezzare, incoraggiare, sostenere, accompagnare i passi di tutti coloro che per diversi motivi non vivono ancora il loro legame nel Signore. L’Instrumentum laboris del prossimo sinodo non esprime giudizi negativi verso le coppie conviventi o sposate solo civilmente, ma invita tutta la Chiesa a sostenere ogni passo di crescita, a nutrire quei semi che ancora attendono di maturare, a curare quegli alberi che sono inariditi (n. 58). Sono centrali queste parole che ritornano più volte nel testo: “Senza sminuire il valore dell’ideale evangelico, bisogna accompagnare con misericordia e pazienza le possibili tappe di crescita delle persone che si vanno costruendo giorno per giorno” (n. 60). Ogni comunità è chiamata ad essere accogliente, capace di amicizia e prossimità, libera da giudizi e pregiudizi, attenta ai bisogni di queste persone, testimone di una pienezza e contagiosa nel suscitare il desiderio di un compimento cristiano (nn. 98-103). È la ‘Chiesa fiaccola’ cara papa Francesco che illumina i piccoli passi di coloro che sono in cammino.

3.5. Altre forme di misericordia?

La stampa insiste sul tema della eucaristia e del sacramento della penitenza anche ai divorziati risposati: questo sarebbe un atto di misericordia nei loro confronti. Ho già avuto modo di scrivere a tutta la diocesi che si tratta di comprendere bene che cosa sia l’eucaristia per il cristiano e, quindi, l’impossibilità di ammettere all’eucaristia coloro che si trovano in queste condizioni.

NB: non è la separazione in sé, né il divorzio in sé che non permette l’accesso ai sacramenti, ma le seconde nozze o la convivenza.

Forse la severità nei confronti dell’ammetterli a fare da padrino o madrina, ad essere lettori o in altri ruoli ecclesiali è troppa. Su questo il papa invita la Chiesa tutta a riflettere. Una cosa è certa: essere cristiani non è solo partecipare a dei riti o svolgere particolari funzioni. Che senso ha chiedere di poter fare il padrino o la madrina, se poi non si sa che cosa sia la chiesa e la vita cristiana? Si finirebbe in un formalismo, magari anche sacramentale, vuoto di significato e di vita!

Misericordia sì, ma nella verità della vita cristiana e del Vangelo. Gesù nel Vangelo è molto deciso contro il formalismo farisaico che riduce tutto a riti e dimentica la vita. È vero che Gesù invita alla misericordia ed è molto aperto verso il peccatore: invita però a conversione e ricorda che senza conversione non c’è salvezza.

È vero anche che ci sono situazioni e situazioni, non tutte uguali e alcune sono di vera sofferenza anche spirituale. Così come è vero che forse tanti matrimoni, fatti con superficialità, sono nulli: oggi i nubendi ti giurano tutto, anche il falso, dato che vogliono sposarsi; non accettano le condizioni di indissolubilità, di procreazione e di fedeltà, ma ti giurano di sì. Vogliono la cerimonia e il matrimonio a modo loro, non la realtà del sacramento.

Altro è la condanna che li rifiuta, altro è la verità del sacramento e della vita in Cristo detta all’interno di una relazione di accoglienza umana e cristiana, oltre che di vicinanza nel dolore.

 

Conclusione

Essere misericordiosi non è necessariamente facile, se si guarda al vero bene della persona e se non diventa un modo per lavarsene le mani. Ma è un impegno e un dovere che abbiamo verso noi stessi e vero gli altri. Come possiamo chiedere misericordia, se non siamo in grado di dare misericordia? La parabola del servo che ha ricevuto misericordia e non sa dare misericordia (cfr. Mt 18, 21-35) è lì a ricordarci quale debba essere la strada da percorrere con umiltà e con determinazione.

 

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