Principi e tecniche di fundraising per gli enti ecclesiastici e religiosi

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aiutoDi Giovanni Pasqualin Traversa
Enti religiosi e fundraising: binomio possibile, anzi auspicabile. Perché la provvidenza e la buona volontà oggi non bastano più, ma occorrono formazione, professionalità e competenze per aggregare, coinvolgere e “fidelizzare” i donatori, sapendo comunicare il valore aggiunto del progetto che si chiede di sostenere e il suo impatto sociale sul territorio. Il fundraising non è soltanto un insieme di metodi di raccolta fondi; è anzitutto comunicazione di un servizio e di un presenza per la comunità. Con il valore aggiunto della relazione: donatore e beneficiario, con ruoli diversi ma insieme nella stessa mission, uniti in un patto fiduciario di cui fa parte anche una rendicontazione trasparente.
Fare fundraising è uno stile di vita, un divenire attivi strumenti di relazioni sociali da instaurare e coltivare nel tempo. Ne sono convinti gli organizzatori della seconda edizione del corso “Principi e tecniche di fundraising per gli enti ecclesiastici e religiosi”, in programma il 14 e 15 ottobre a Firenze per iniziativa della Fund Raising School (www.fundraisingschool.it) promossa dall’Associazione italiana per la promozione della cultura della cooperazione e del non profit (Aiccon). La prima edizione si è tenuta nel 2014. L’idea, spiega il coordinatore del corso, Andrea Romboli, che da anni svolge attività di consulenza in fundraising per enti non profit, è nata dall’aumento di richieste da parte di realtà di origine ecclesiastica e religiosa a vario titolo. “Sempre più vengono a bussare alla nostra porta fondazioni diocesane che gestiscono la scuola e/o il museo o che hanno in carico l’opera della fabbrica del duomo, oppure cooperative che gestiscono case di riposo, ma gli enti ecclesiastici che hanno bisogno di ricorrere al fundraising sono, in generale, tutti i soggetti beneficiari dell’otto per mille (una decina, ndr)”. Per Romboli, “occorre far comprendere qual è il bene che si genera sul territorio grazie all’opera di quel tipo di organizzazione, il suo valore aggiunto, l’impatto sociale, perché è offrendo un buon servizio e contenuti di senso che si attraggono i donatori”. Ed è l’obiettivo del corso, rivolto ai responsabili dei diversi enti che, “per svolgere attività di fundraising, devono partire dai propri valori avendo bene in mente tre punti: tecnica, impatto, rendicontazione. Molti benefattori lamentano di non conoscere i risultati delle donazioni effettuate”.
Professionalità e trasparenza. L’edizione 2014 ha visto 47 partecipanti: abbazie che svolgono un’attività interna di produzione, rappresentanti delle Chiese valdese, battista, avventista, e dell’Unione buddista, cooperative o associazioni legate a istituti missionari che operano nei Paesi in via di sviluppo. Che la raccolta fondi condotta con professionalità porti buoni frutti lo dimostrano due casi di best practice. La Fondazione Don Gnocchi, 27 ospedali in Italia, beneficia di 6 milioni di donazioni l’anno tramite lasciti testamentari; l’Opera del duomo di Firenze ha trovato negli Usa finanziatori per la costruzione delle copie delle porte del Battistero. In Italia, la maggior parte dei “benefattori” è ancora raggiunta attraverso la classica lettera con allegato bollettino, mentre le grandi donazioni “fanno più fatica di ieri ad arrivare”, prosegue Romboli richiamando un’indagine dell’Università cattolica di qualche anno fa, secondo la quale “i patrimoni senza eredi di qui al 2020 saranno il 120% in più rispetto ad oggi, e si tratta di patrimoni che andranno allo Stato. Occorre informare enti e organizzazioni della possibilità di essere destinatari di un lascito”.
Anzitutto relazione. Di strumenti e modalità per attrarre lasciti testamentari e grandi donazioni parlerà il mese prossimo a Firenze Stephen Pidgeon, visiting professor di Fundraising Direct Response presso l’Università di Plymouth (Regno Unito), che presenterà in anteprima assoluta in Italia il suo ultimo libro “How to love your donors (to death)”. Verranno inoltre illustrati due case history: quello della Fondazione Santa Rita da Cascia onlus che in un anno e mezzo ha portato da 400mila a 800mila i contatti sul suo database con un incremento concreto dei sostenitori dei suoi progetti e opere sociali. A parlarne sarà Roger Bergonzoli, responsabile area fundraising. Marco Granziero, marketing e fundraising manager del “Messaggero di Sant’Antonio”, svelerà le tecniche con cui l’organizzazione fidelizza i suoi donatori. Per tutti la parola d’ordine è “relazione”.

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