Fra Stato e Chiesa procede a Cuba la riconciliazione

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GustavoDi Patrizia Caiffa

Un viaggio molto atteso, un momento storico per Cuba e per il mondo. Un passo importante nel processo di distensione dei rapporti con gli Usa e tra la Chiesa cattolica e il governo cubano. Il 19 settembre Papa Francesco sarà il primo pontefice latinoamericano a mettere piede sul suolo cubano. In America Latina Cuba con la sua rivoluzione è considerata un’icona, seppur controversa. E Cuba, insieme al Brasile, detiene l’invidiabile primato di essere gli unici due Paesi visitati da ben tre Papi. Giovanni Paolo II nel 1998, Benedetto XVI nel 2012 e ora Francesco.
Tutti e tre hanno dato un grosso contributo al processo di apertura di Cuba al mondo e viceversa, fino al gesto eclatante di Francesco, lo scorso anno, di inviare una lettera ai due presidenti, Raoul Castro e Barack Obama, per favorire il riavvicinamento tra i due Paesi. L’annuncio di Obama di porre fine all’embargo attende però la non facile ratifica del Congresso americano. E non è un caso che il Papa partirà da Cuba il 22 settembre per recarsi negli Stati Uniti, in cui è previsto il 24 settembre un discorso al Congresso. Nel frattempo quest’estate sono state ristabilite relazioni diplomatiche, con la riapertura, dopo 54 anni, delle rispettive ambasciate. A Cuba Papa Francesco celebrerà una messa il 20 settembre a L’Avana, nella Plaza de la Revolucion e incontrerà Raùl Castro, i vescovi, i sacerdoti, i religiosi/e, i seminaristi e i giovani.

Il 21 Francesco si recherà a Holguin, dove celebrerà la Messa prima di partire per Santiago de Cuba. Qui il momento clou sarà la messa del mattino al Santuario della Virgen de la Caridad del Cobre, la patrona di Cuba, veneratissima dai cattolici cubani, che costituiscono il 51% degli 11 milioni di abitanti. Nell’isola caraibica intanto fervono i preparativi e cresce l’attesa. Per la prima volta il messaggio dei vescovi in occasione della visita, indirizzato a tutto il popolo cubano, è stato pubblicato in versione integrale sul quotidiano nazionale “Granma”. Le case nel centro dell’Avana vengono tinteggiate di fresco, ovunque ci sono manifesti con il Papa, i vescovi delle 11 diocesi cubane pubblicano messaggi, si organizzano incontri di preghiera, assemblee per giovani. Saranno almeno 700 – come informa l’ambasciata cubana – i giornalisti che si recheranno a Cuba da tutto il mondo, di cui 150 dall’Italia. “Ci troviamo in un momento che può diventare molto costruttivo”, spiega Gustavo Clariá, argentino, economista, corresponsabile del sito web del Movimento dei focolari, di ritorno da un mese trascorso a Cuba, a stretto contatto con la popolazione.


Il processo di distensione tra Chiesa e governo cubano è a buon punto?

“C’è un lavoro precedente molto accurato e pacato, con lo sforzo di tutte le parti – Santa Sede, Chiesa cubana e governo cubano – per incontrarsi. La mia percezione è che lo Stato ha trovato nella Chiesa un interlocutore valido e affidabile e la Chiesa vuole assolutamente portare avanti questa fiducia. E’ un momento importantissimo, si gioca il futuro del Paese e della gente. In America Latina tutti guardiamo a questo evento con grande attenzione. Bisogna ricordare che la Costituzione cubana sanziona la libertà di culto, oggi ci si è resi conto che si è commesso un errore quindi l’intenzione è di porvi rimedio attraverso la pratica. La riconciliazione è molto evidente a livello di Stato e Chiesa cubana”.

Ci sono buone speranze per la fine definitiva dell’embargo, anche grazie al contributo di Papa Francesco?

“Papa Francesco sta continuando la sua mediazione perché il Congresso americano approvi definitivamente la fine dell’embargo su Cuba. Penso che il Papa andrà fino in fondo. Non è casuale che vada a Cuba e poi negli Stati Uniti, al Congresso americano”.

Nel 1998 Giovanni Paolo II pronunciò le famose parole: “Il mondo si apra a Cuba e Cuba si apra al mondo”. La sua profezia si sta realizzando?
“E’ ciò che stiamo vivendo, per quanto a piccoli passi. Proviamo una grande gioia per il popolo cubano. La gente non vuole cambiamenti veloci, non vuole perdere la propria identità e i propri valori; è un popolo solidale, accogliente, forte, non vuole essere sepolto dalla globalizzazione. Credo che ci riuscirà, perché anche fuori dal suo contesto riesca a ‘cubanizzare’ gli amici”.

C’è attesa da parte di tutti, cattolici e non?

“Sì c’è grande interesse da parte di tutti. L’Avana è già tappezzata di manifesti. Anche la popolazione afrocubana attende il Papa. Bisogna ricordare un aspetto interessante legato alla Patrona di Cuba la Virgen del Cobre: la statua di legno è stata ritrovata nel 1602 da tre pescatori, uno afro, uno bianco e uno meticcio. Questo è un elemento molto importante nella configurazione dell’identità cubana”.

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