Si continua a battezzare nei campi profughi del Kurdistan iracheno

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battesimoDi Michela Mosconi

“Avete subíto tutto questo perché cristiani. Siete ancora convinti di battezzare i vostri figli, nella consapevolezza che potrebbero patire tutto quello che avete sofferto voi e forse anche di più?”. Alla domanda di don Georges Jahola, sacerdote siro-cattolico della diocesi di Mosul, le due mamme di un campo profughi alla periferie di Erbil, nel Kurdistan iracheno, hanno risposto, convinte, “sì”. Nessuna esitazione, neanche un dubbio. Hanno offerto la loro dose di coraggio al mondo nonostante le persecuzioni subite in seguito alla furia cieca dello Stato islamico (Isis) che le ha costrette ad abbandonare le loro case e le loro chiese, e diventare profughe lontano dalla propria terra. “Questa gente – racconta don Jahola – poteva stare sotto l’Isis, convertirsi, mantenere i propri beni e continuare la propria vita. Non l’ha scelto. Ha preferito lasciare tutto per mantenere la propria identità di cristiano”.

E anche nei campi profughi curdi, che raccolgono migliaia di sfollati e rifugiati cristiani, la testimonianza dei battezzati è più forte della paura e delle difficoltà quotidiane. “Le chiese che sono state allestite nelle tendopoli sono piene – racconta don Jahola, in procinto di terminare gli studi di Scienze Bibliche in Italia e tornare definitivamente, entro Natale, in Iraq – Sono il luogo dove i rifugiati si sentono al sicuro e dove possono stare in pace. Sono orgogliosi di essere cristiani e non hanno avuto paura di scrivere sulle loro tende frasi come ‘Gesù è luce nel mondo’, o la lettera ‘n’ in caratteri arabi che significa nazareno e di essere scoperti. Hanno portato loro via tutto, la terra, le case, tranne la fede”. Si tratta per lo più di cristiani provenienti dalla Piana di Ninive, da città come Mosul o Qaraqosh, dove particolarmente violenta è l’azione dello Stato Islamico ma per i quali la vita e la fede sembrano non essersi mai fermate. “La mia città natale, Qaraqosh, i cui fedeli appartengono alla chiesa antiochena cattolica, è sempre stata considerata simbolo della resistenza a programmi governativi sulla demografia mirati a rendere la città abitata da musulmani. È stato il centro cristiano più grande in Iraq, contava 50mila abitanti praticamente tutti cristiani, 30mila originari della città e il resto immigrati durante le guerre, soprattutto dopo il 2003. Si è sempre distinta per aver maturato molte vocazioni, frutto di un clima religioso vivace e di una intensa attività pastorale che torna ora a fiorire anche nelle tendopoli e nei centri di accoglienza”.

I cristiani in Iraq oggi guardano con timore al futuro e non sembrano intenzionati a rientrare nelle loro case. “Nelle prime settimane dopo la loro fuga, nell’agosto dello scorso anno, speravano di tornare nelle loro città e accarezzare le mura delle proprie case, ma con il passare del tempo, ormai più di un anno, le speranze del contro esodo sono diminuite. C’è un numero considerevole di famiglie che ha rivolto le spalle al passato per guardare al futuro e ricominciare la vita in un’altra terra nella quale possano trovare quel rispetto e quella dignità che la propria patria non ha saputo loro dare. Non vogliono tornare perché vedono che il Paese è ormai distrutto. Purtroppo questo esodo comporta la perdita della propria identità”. I numeri parlano chiaro. Del milione e mezzo di cristiani negli anni ‘80, “oggi in Iraq ne sono rimasti solo 350mila. Siamo l’1,5% della popolazione” è la constatazione di don Jahola che denuncia come “nessuno badi a questo dramma e sia interessato alla presenza dei cristiani in Medio Oriente. La loro scomparsa non preoccupa nessuno. In Iraq la Piana di Ninive fa parte della zona di demarcazione tra il Kurdistan e il governo centrale di Baghdad, nessuno la difende o la libera senza avere la certezza che venga unita al proprio territorio”. Responsabilità che non lasciano esente, secondo il sacerdote, nemmeno le chiese irachene: “I vertici delle chiese in Iraq non osano contestare adeguatamente i governi, per ottenere i diritti dei loro fedeli. Manca nei vertici ecclesiastici il coraggio dei martiri. I cristiani iracheni sono una componente fragile e facile bersaglio per tutte le forze del Paese”.

Eppure la loro presenza è storica e millenaria. “Qui il cristianesimo si è diffuso nel primo secolo e qui i cristiani parlano ancora l’aramaico, la lingua di Gesù”. Nonostante il pericolo della scomparsa i cristiani perseguitati dell’Iraq non hanno nessuna intenzione di abbandonare la loro fede. “Non c’è motivo per cui un cristiano debba diventare musulmano. I cristiani qui hanno capito quanto Gesù riempia le loro vite”. Se don Jahola ritiene che “un Islam moderato non esista, quanto piuttosto musulmani moderati coi quali dialogare”, giudica “difficile un dialogo con l’Islam sul piano religioso e dottrinale”, ritenendolo “possibile su quello politico, tra governi”. Facendo riferimento alle persecuzioni e alle violenze subite dal suo popolo il sacerdote conclude: “Siamo cristiani, Gesù ci ha insegnato a perdonare. La nostra fede e l’appartenenza a Cristo ci ha reso docili nel non rispondere al male con il male”.

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