“L’umanesimo è come navigare in un arcipelago”

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RemoDi M. M. Nicolais
“Dovremmo imparare a fare la spola tra culture, come i navigatori antichi facevano per scoprire nuove terre”, a partire dalla nostra “comune umanità”. È questo, per il filosofo Remo Bodei, il nuovo umanesimo. A due mesi dal Convegno di Firenze, abbiamo parlato con il presidente del Comitato scientifico del Consorzio del Festivalfilosofia delle sfide che la Chiesa italiana si prepara ad affrontare. Il punto di partenza è il tema dell’ormai tradizionale appuntamento che a Modena, Carpi e Sassuolo vedrà confrontarsi filosofi di fama internazionale: “ereditare”. Quasi 200 gli appuntamenti in programma dal 18 al 20 settembre, fra lezioni magistrali, mostre, concerti, spettacoli e cene filosofiche. Negli ultimi due anni, il Festivalfilosofia ha superato le 200mila presenze.
“Ereditare”: perché questo verbo è diventato così difficile da coniugare, oggi?
“Prima di tutto proprio perché è un verbo, e non un sostantivo. In quanto verbo, segnala un elemento di attività, e caratterizza la trasmissione di saperi e valori da una generazione all’altra non come qualcosa di fisso, di dato, di naturale. Il punto di partenza, nel determinare il tema di questa edizione del Festivalfilosofia è stata la constatazione che c’è una frattura in questo passaggio di esperienze: tra le generazioni esiste, oggi, una sorta di vuoto che vogliamo cercare di capire, per poi individuare modi per colmarlo. Non abbiamo scelto il termine ‘tradizionè perché ha il sapore del passato, come se la trasmissione tra le generazioni fosse un processo senza interruzioni. ‘Ereditarè, invece, è un verbo rivolto al futuro, un lascito che la storia trasmette puntando all’avvenire, non una conservazione del passato”.
“Ereditare il pianeta” è una delle piste del Festival: il Papa ne ha parlato nella sua ultima enciclica…
“Certamente, ed ha avuto subito una risonanza mondiale. Noi ne parliamo soprattutto in termini di debito: il passato ci ha lasciato non solo cose positive, ma anche debiti da saldare. L’impegno a cui assolvere è quello di consegnare il pianeta alle generazioni future in condizioni almeno un po’ migliori di come lo abbiamo trovato: oggi, invece, il nostro pianeta è in preda a disastri, presenti e futuri, di cui nessuno si accorge. Mi viene in mente, a questo proposito, una immagine usata già nel 1970 per descrivere le condizioni gravissime in cui versava la Terra, paragonata ad una specie di stagno con al centro una ninfea che ogni giorno raddoppiava la sua superficie. Ma l’altra metà dello stagno rimaneva libera, e dunque nessuno si preoccupava più di tanto…”.
C’è oggi una vera e propria interruzione di “continuità culturale” tra le generazioni: rimanere prigionieri del presente è allora un destino inevitabile?
“È un destino dovuto al fatto che il legame tra il passato e il futuro è diventato opaco: i cambiamenti sono stati troppo veloci perché ci si possa servire dei modelli del passato. Oggi c’è una silenziosa incertezza: se il futuro non trova spazio, non si può progettare. Rispetto a quando dominava l’idea trionfalistica del progresso – basti pensare all’Expo del 1889 – il futuro ha cambiato di segno: dal segno ‘più’ è passato al segno ‘meno’. Ecco perché diventa sempre più difficile immaginare un futuro diverso: per poterlo fare, dobbiamo riuscire a invertire la rotta, in uno scenario politico mondiale dove si naviga a vista e all’interno di uno scenario democratico in cui le scadenze elettorali, legate come sono al corto raggio, rendono difficile affrontare i problemi di rilevanza enorme che abbiamo di fronte, come i flussi migratori, i cambiamenti climatici e la crisi demografica dell’Occidente”.
Genitori e figli si trovano a dover fronteggiare un nuovo tipo di “incomunicabilità”, in gran parte frutto della Rete. È ancora possibile parlarsi?
“La Rete oggi ha un’importanza enorme, e per molti versi è senz’altro è una conquista epocale. Il rischio sempre in agguato, però, è un’inflazione di comunicazione che rende incapaci di distinguere i messaggi importanti da quelli che non lo sono. Su Facebook si possono avere 500 amici ma nessun amico, Twitter è popolato di slogan che possono essere un’ottima scuola di sintesi, ma anche impedire di articolare in profondità il proprio pensiero. È come se per dipingere ci si limitasse a dare una pennellata ad un quadro, ed il resto della tela rimanesse intatto”.
C’è una lezione del passato da “ereditare”, e quale, per dare corpo ad un nuovo umanesimo, come la Chiesa italiana cercherà di fare a Firenze?
“Bisogna scrostare l’idea di ‘umanesimo’ da tutta la retorica che c’è intorno, sfatando per prima cosa l’idea di contrapporre due culture: i saperi umani e le scienze. Oggi c’è una svalutazione dei saperi umani rispetto alle conoscenze scientifiche propriamente dette, perché si dice che i primi non servono a niente mentre le scienze sono le uniche detentrici di un tipo di sapere innovativo. Al contrario, le cose che ‘non servono’ servono di più: servono a costruire noi stessi. Tra natura e cultura non ci dovrebbe essere questo iato. Dal passato, bisogna prendere sul serio l’idea elaborata non solo dal Rinascimento, ma da tutto il mondo antico: l’idea di umanesimo come rispecchiamento non di un individuo singolo, ma della nostra comune umanità come ‘polifonia di unisoni’, qualcosa che tutti abbiamo in comune e che però si specifica in forme molto diverse, a seconda delle differenti latitudini culturali. Bisognerebbe navigare come in un arcipelago: l’umanesimo non è un’idea compatta, incolore o di colore bianco. È un mare complesso, ma non compatto”.

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